Con il pretesto della guerra contro l’Iran, Israele soffoca la Cisgiordania

L'attesa all'ingresso di Hebron per la chiusura del chekpoint 14 giugno 2025. Foto: Mosab Shawer
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Shatha Yaish

19 Giugno 2025 – 972magazine

Dopo aver colpito Teheran, l’esercito ha chiuso centinaia di cancelli per intrappolare i palestinesi nelle città e bloccarli sulle strade. Una prova di annessione a tutti gli effetti, anche se non dichiarata

Mentre gli israeliani si svegliavano presto lo scorso venerdì mattina per scoprire che il loro paese aveva iniziato una guerra con l’Iran, i palestinesi della Cisgiordania scoprivano che l’esercito israeliano aveva imposto loro il lockdown.

Chiusure e checkpoint sono stati la norma nel territorio già occupato da decenni, diventando ancora più numerosi e restrittivi all’indomani del 7 ottobre. Ma dopo aver colpito l’Iran l’esercito ha ridotto il movimento dei palestinesi fino a una paralisi quasi totale, sigillando città e paesi con cancelli di ferro, chiudendo checkpoint tra la Cisgiordania e Gerusalemme e bloccando il passaggio di frontiera di Allenby con la Giordania.

Israele ha giustificato il lockdown sostenendo di dover dirottare truppe su altri fronti. Tuttavia la ri-mobilitazione di riservisti – molti dei quali coloni – ha di fatto aumentato il numero di soldati nel territorio. Le Nazioni Unite ora riferiscono che molte delle chiusure sono state revocate, ma con diversi checkpoint chiusi e nuovi cancelli e posti di blocco eretti la mobilità palestinese rimane fortemente limitata.

Gruppi per i diritti umani hanno segnalato un’escalation di restrizioni e repressione contro i palestinesi anche a Gerusalemme Est, incluso un divieto totale di culto alla moschea di Al-Aqsa.

“Dal lancio dell’operazione militare israeliana in Iran, le autorità hanno implementato misure radicali e pesanti che ricordano il controllo aggressivo seguito al 7 ottobre”, hanno dichiarato in una nota questa settimana le ONG israeliane Ir Amim e Bimkom. “Queste azioni hanno gravemente interrotto la vita quotidiana, limitato la libertà di culto e violato i diritti fondamentali dei residenti palestinesi della città.”

La facilità con cui Israele è riuscito a tagliare quasi tutti i movimenti dentro e fuori dalle città e paesi palestinesi, grazie a un apparato di controllo che include quasi 900 checkpoint e cancelli, evidenzia l’estensione dell’impatto dell’occupazione in Cisgiordania e indica l’obiettivo più ampio di Israele per il territorio, mentre l’attenzione del mondo è concentrata altrove.

“Tutto è un’opportunità per Israele”, ha detto a +972 Magazine Honaida Ghanim, direttrice del Forum palestinese per gli studi israeliani con sede a Ramallah (comunemente noto con l’acronimo arabo “Madar”). “Questo governo coglierà qualsiasi momento per far avanzare ulteriormente il suo programma ideologico, specialmente in Cisgiordania.”

In realtà quello che stiamo vedendo ora è un’ulteriore prova di un’annessione in tutto tranne che nel nome, sostiene. “Sta già accadendo sul terreno; tutta l’infrastruttura lo indica”, ha detto Ghanim. “L’idea è frammentare la popolazione, spingendo la gente in sacche più piccole per renderla più facile da controllare.

“L’unica cosa che manca è la dichiarazione ufficiale. E quando arriverà, non farà che formalizzare ciò che di fatto c’è già.”

Ogni villaggio ha un cancello. Siamo bloccati”

Ahmad Abu Kamleh e il suo collega Naeem Al-Shobaki erano in viaggio per consegnare merci a un supermercato vicino a Ni’lin, un villaggio a ovest di Ramallah, quando il lockdown è entrato in vigore. Il loro minibus ha presto finito il gasolio mentre cercavano di aggirare i nuovi posti di blocco, e a quel punto sono rimasti bloccati.

Dopo due notti fermi fuori Ni’lin, dormendo nel loro minibus, hanno deciso di abbandonare il veicolo e cercare di tornare a casa a Burin, vicino Nablus, con altri mezzi. Prima hanno preso un taxi per parte del tragitto, poi hanno fatto l’autostop su tre diverse auto private, che li hanno portati attraverso almeno otto villaggi. In mezzo a un labirinto di posti di blocco e deviazioni forzate, quello che sarebbe stato un viaggio di 40 minuti si è trasformato in un calvario di sei ore.

“Mi sento morto dentro; solo il mio corpo è vivo”, ha detto Abu Kamleh a +972 dopo il suo viaggio da incubo. “Le strade erano quasi vuote, ma c’erano soldati ovunque. Ti senti spaventato a muoverti. Non è sicuro.”

Intanto a Sinjil, un villaggio nel nord della Cisgiordania, i residenti si sono trovati praticamente tagliati fuori dalle vicine città di Ramallah e Nablus.

Mahfouz Fawlha, un dentista del villaggio, ha una clinica a Ramallah, che ora fatica a raggiungere. “La clinica è a soli 15 minuti di distanza, ma ora il viaggio potrebbe richiedere più di due ore”, ha spiegato.

Dal 7 ottobre, l’esercito israeliano ha iniziato a erigere una recinzione di filo spinato per separare Sinjil dalla strada principale e dalle terre rurali dei residenti. “Ogni villaggio ora ha un cancello”, ha detto Fawlha. “Siamo bloccati.”

A Ramallah, Shadi e Diala (che hanno preferito non dare il loro cognome) avevano pianificato di battezzare la loro figlia questo weekend. Ma le chiusure stradali hanno impedito al prete maronita di raggiungere la città da Gerusalemme, mentre molti membri della famiglia non sono riusciti a partecipare. Sono invece riusciti a contattare un prete latino di Ramallah, che era disponibile all’ultimo minuto.

Mentre la cerimonia finiva il suono dei missili ha echeggiato nelle vicinanze. “Abbiamo deciso di andare avanti nonostante tutto”, ha detto Shadi. “Che cosa possiamo fare? Non sappiamo cosa succederà.”

Cancellare la questione palestinese

Nonostante il lockdown circostante, la vita a Ramallah durante il finesettimana è andata avanti in gran parte normalmente: i negozi hanno aperto, il traffico scorreva, e i caffè si sono gradualmente riempiti. Alcune persone si sono affrettate a comprare beni essenziali, formando file alle stazioni di servizio, ma l’umore è rimasto sottotono.

L’Autorità Nazionale Palestinese non ha fatto commenti immediati sull’escalation Israele-Iran, anche mentre i governi arabi emettevano condanne. Più tardi ha esortato alla calma e affermato che le scorte di beni di prima necessità sarebbero state sufficienti per soddisfare i bisogni dei residenti per almeno sei mesi.

Alcune ore dopo l’attacco iniziale di Israele all’Iran, la Protezione Civile palestinese ha emesso una dichiarazione chiedendo alla gente di non andare sui tetti per guardare oggetti volanti – un’istruzione che molti hanno ignorato mentre i social media si riempivano rapidamente di video di scie di fumo ed esplosioni nel cielo. Ha anche ricordato ai residenti che le schegge potevano causare ferite gravi o anche fatali a centinaia di metri dall’esplosione, e li ha esortati a non avvicinarsi o toccare detriti.

Lunedì un portavoce della Protezione Civile ha riferito che almeno 80 pezzi di schegge da missili intercettati erano caduti su comunità palestinesi in tutta la Cisgiordania. Domenica le schegge cadute sulla città di Al-Bireh, vicino Ramallah, hanno provocato l’incendio di un tetto.

Mentre gli israeliani che vivono negli insediamenti illegali in Cisgiordania hanno accesso a rifugi antiaerei, i palestinesi sono totalmente esposti ai frammenti di missili che cadono dal cielo.

Situazione analoga a Gerusalemme Est, dove a causa delle restrizioni di pianificazione e costruzione ci sono solo 60 rifugi pubblici per quasi 400.000 palestinesi. In confronto, Gerusalemme Ovest ha centinaia di rifugi pubblici per la sua popolazione prevalentemente ebraica e stanze sicure rinforzate sono anche comuni negli appartamenti.

Senza protezione adeguata, le famiglie vivono nella paura costante durante i periodi di conflitto più aspri, incerte su dove rifugiarsi se gli attacchi dovessero intensificarsi. E mentre la nuova guerra con l’Iran ha lasciato i palestinesi in ansia per il futuro, molti in Cisgiordania sentono di star già vivendo in uno stato costante di guerra da due anni – o molto più a lungo.

Per Ghanim di Madar, ciò che accadrà in Cisgiordania dipende in parte dall’esito dell’offensiva israeliana in Iran. “Se Israele ne uscirà rafforzato, si sentirà ancora più autorizzato a procedere”, ha spiegato.

“Non si tratta più di gestire il conflitto; si tratta di concluderlo – alle condizioni di Israele – cancellando completamente la questione palestinese”.

In risposta a questo articolo, un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato: “Dall’inizio dell’Operazione «Rising Lion» [«Leone Rampante», il riferimento è al cap. 23, v. 24 del Libro dei Numeri della Bibbia, dove si legge che tale leone non troverà pace finché non abbia “bevuto il sangue” della propria preda; inoltre il leone era raffigurato nella bandiera iraniana prima della rivoluzione del 1979, quindi è anche un messaggio politico, ndt.] e alla luce di avvertimenti su intenzioni di elementi terroristici in Giudea e Samaria [la Cisgiordania] di compiere attacchi contro civili israeliani sotto copertura della complessa situazione di sicurezza, sono state implementate restrizioni di movimento. Queste restrizioni variano in base alle valutazioni della situazione. Non si tratta di un lockdown, ma del dispiegamento di checkpoint e monitoraggio dei movimenti”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)