Dahlia Scheindlin
26 novembre 2025 – Haaretz
Il documento di 51 pagine di un gruppo di studiosi e politologi palestinesi offre un cammino molto più chiaro verso la pace in Medio Oriente della risoluzione ONU o del piano in 20 punti di Trump
In appena una settimana, da quando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato una risoluzione che conferma il piano in 20 punti per il cessate il fuoco del presidente USA Trump e una forza internazionale di stabilizzazione per Gaza, i peggiori timori di molti palestinesi sembrano essersi confermati.
Da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco, in risposta a quelle che sostiene essere violazioni di Hamas, Israele ha incrementato quotidianamente gli attacchi contro Gaza, uccidendo centinaia di persone, tra cui in media due minori al giorno. Hamas ha rilasciato tutti gli ostaggi vivi e la maggior parte di quelli uccisi il 7 ottobre. Eppure l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] rimane schierato e occupa oltre metà di Gaza, consente o limita gli aiuti a piacimento e la forza internazionale non si vede da nessuna parte.
Alcuni analisti si sono affrettati a protestare contro i difetti e i limiti della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Però, qual è l’alternativa? La via d’uscita preferita dai palestinesi non è immediatamente scontata, ma esiste.
Ci sono chiare puntualizzazioni da fare per ogni risposta. Hamas e Fatah sono entrambe ampiamente criticate dai palestinesi e possono difficilmente essere viste come rappresentative del popolo. E nessun palestinese può parlare per la vasta gamma di punti di vista all’interno della società civile.
Ma alcune voci palestinesi manifestano un significativo accordo su alcuni principi essenziali per un cessate il fuoco, una pace e un piano di ricostruzione palestinesi. Questi principi rispondono all’attuale processo guidato dagli USA, ma riflettono anche posizioni e richieste di lunga data che i palestinesi hanno espresso da anni.
Forse il progetto più complessivo, pragmatico, visionario per una soluzione è il Piano Palestinese per un Armistizio, reso noto all’inizio dell’anno. Scritto in collaborazione da un gruppo di studiosi e politologi palestinesi e sostenuto dalla Cambridge Initiative on Peace Settlements [Iniziativa di Cambridge per la Soluzione dei Conflitti, gruppo di accademici e studiosi impegnati nel trovare un’uscita da situazioni belliche, ndt.], questo documento in 51 pagine è ricco di dettagli su come gli autori propongono che Gaza debba passare dalla guerra al cessate il fuoco, all’intervento internazionale e alla pace.
Sia logico che ovvio
Rispondendo alla recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, i principi fondamentali per un miglior piano per il cessate il fuoco vanno dal logico all’ovvio. Primo, i critici palestinesi evidenziano ripetutamente che ogni piano promosso a livello internazionale dovrebbe includere nel processo i palestinesi. Il presidente Trump e la sua squadra dialogano regolarmente con i dirigenti israeliani mentre il Qatar è diventato di fatto il rappresentante di Hamas nei negoziati, benché Hamas non rappresenti quasi per niente i palestinesi.
Jamal Nusseibeh, co-autore palestinese-statunitense del Piano di Armistizio, che è anche uno studioso, giurista e finanziatore, spiega ad Haaretz che formalmente l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina è ancora l’unica rappresentante riconosciuta dello Stato di Palestina e dovrebbe essere presente nei negoziati. Secondo, mentre i rappresentanti dei palestinesi hanno chiesto per anni un intervento internazionale, essi hanno ripetutamente insistito che ogni sforzo di questo genere deve basarsi sul diritto internazionale. L’attuale piano ignora le leggi internazionali in vario modo: evita di far riferimento alle passate risoluzioni ONU, per il Consiglio di Sicurezza chiaramente è come se non ci fossero mai state.
Nonostante il riconoscimento [da parte dell’ONU] come Stato osservatore non membro e il riconoscimento da parte di circa 160 singoli Stati, l’attuale risoluzione aspira ad uno Stato remoto e ipotetico invece di trattare fin da ora la Palestina come uno Stato sovrano. Ciò rende vani i recenti riconoscimenti da parte della Francia e del Regno Unito, due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.
Il diritto internazionale richiede anche di rispettare il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024, che ha sentenziato che l’occupazione dei territori palestinesi nel suo complesso è illegale e deve finire. Ciò significherebbe insistere sul fatto che Israele si ritiri dal territorio sovrano palestinese contestualmente all’ingresso di una forza internazionale per la transizione verso un governo palestinese. Dal punto di vista palestinese in base a queste condizioni una forza internazionale è benvenuta: un intero capitolo del Piano Palestinese di Armistizio è dedicato alla questione.
Al contrario molti temono che l’attuale Forza Internazionale di Stabilizzazione (FIS) prevista dalla risoluzione dell’ONU sia destinata o persino progettata per congelare lo status quo. Nusseibeh nota che pertanto i palestinesi la considerano una “legalizzazione dell’occupazione” o una “supervisione colonialista” come in un articolo di Yara Hawari, co-direttrice di Al-Shabaka, un centro studi politico palestinese. Nessun palestinese con cui ho parlato crede alla vaga menzione nella risoluzione a “una commissione tecnocratica, apolitica” palestinese per Gaza, all’eventuale ritorno dell’ANP o a una “sovranità” raccomandata e futuribile.
Poi un terzo principio coincide con il risultato finale di interventi internazionali riusciti in tutto il mondo: un punto di arrivo con uno status politico definitivo. Politicamente, afferma Nusseibeh, un piano palestinese per un intervento internazionale deve trattare la Palestina come uno Stato.
Ci sono importanti implicazioni per definire l’obiettivo finale della sovranità palestinese come l’obiettivo della FIS. Per esempio ciò comporterebbe un mandato per Gaza e anche per la Cisgiordania, dove i palestinesi hanno bisogno di protezione dall’ultima ondata di attacchi terroristici ebraici.
Il Piano di Armistizio Palestinese spiega: “Per appoggiare la transizione all’autodeterminazione dei palestinesi il mandato della forza di pace dovrebbe riguardare tutti i TPO [Territori Palestinesi Occupati, ndt.], consentendo alle truppe di garantire la sicurezza e agire come una forza di interposizione tra israeliani e palestinesi.
Il suo mandato dovrebbe essere non solo di monitorare le violazioni, ma anche di rafforzare la pace; di conseguenza le sue truppe dovrebbero sostituire le forze israeliane nei TPO. Più sinteticamente, Nusseibeh ha scritto di recente che la regione ha bisogno di “una forza di pace per la Palestina, non di una forza di stabilizzazione per Gaza.”
Inoltre egli vede questa iniziativa verso la sovranità con la protezione fisica internazionale come il principale incentivo per Hamas a deporre le armi, in quanto senza l’occupazione la resistenza diventerebbe inutile, e a unirsi all’OLP. Omar Rahman, membro del Middle East Council on Global Affairs [Consiglio del Medio Oriente sulle Questioni Globali, istituzione indipendente di studi politici, ndt.] con sede a Doha, concorda: “Accetterebbero di cedere le armi e sciogliersi come parte di questo processo politico in corso per porre fine all’occupazione,” dice ad Haaretz.
Ciò significa accettare il quadro dei due Stati. Più di una volta Hamas ha indicato la propria disponibilità a un percorso di integrazione con l’OLP, molto più di quanto Hamas abbia mai accettato di cedere le armi nell’attuale vuoto politico.
Un orizzonte per il disarmo di Hamas, a sua volta, potrebbe indurre Paesi molto sollecitati ma ancora non impegnati come Indonesia, Egitto, Azerbaijan ed altri, a partecipare alla FIS. Al momento la loro partecipazione è ancora “legata a un orizzonte politico e (senza questo) non saranno disposti a rimanere intrappolati a Gaza a fare il lavoro sporco per Israele,” afferma Rahman.
Non sono considerazioni da poco: il percorso palestinese agevolerebbe quello che Trump sostiene di voler fare.
Infine, alcuni palestinesi sono infuriati perché il processo internazionale non include un meccanismo perché Israele debba rendere conto delle sue azioni. Una rete di organizzazioni della società civile palestinese in Palestina ha incluso nella propria lista di richieste alla comunità internazionale in risposta al Consiglio di Sicurezza un meccanismo di verifica delle responsabilità: “Giudizio per le atrocità di massa storiche e attuali di Israele, includendo l’appoggio alla costituzione di un meccanismo internazionale, imparziale e indipendente per indagare i crimini commessi contro il popolo palestinese.”
Quando gli viene chiesto dei crimini commessi da Hamas contro gli israeliani Rahman risponde che, se il processo per chiamarne a rispondere si basa sul diritto internazionale, allora entrambe le parti dovrebbero pagarne le conseguenze, compreso Hamas. Ma sottolinea che quasi tutti quelli che hanno pianificato il 7 ottobre sono già morti. Nusseibeh ritiene che sarebbe “utile se ci fosse un qualche riferimento almeno a quello che molte persone ormai chiamano un genocidio.”
Argomenti su cui sperare
Questo elenco di problemi riguardo al piano di Trump non è esaustivo, ma non lo sono neppure le soluzioni che vengono dagli stessi palestinesi. Alcune ulteriori iniziative affrontano le questioni più immediate, come il gruppo di Comuni di Gaza che ha guidato il notevole progetto di ricostruzione “Pheonix-Gaza”.
Ingegneri, architetti, studenti e ricercatori universitari hanno prodotto insieme un documento di ampiezza e ottimismo straordinari dedicato alla ricostruzione di case, salute, educazione, quartieri, antichità e altro. Ciò di cui c’è bisogno sono un cessate il fuoco e un orizzonte politico per attirare stanziamenti e fondi esteri.
Tra i palestinesi i principi, la visione e i progetti ci sono. Nusseibeh solleva un elemento finale che la comunità internazionale può fornire e di cui la popolazione della regione, israeliani e palestinesi, ha disperatamente bisogno. In riferimento al processo di pace del passato, afferma: “L’unico modo in cui possiamo iniziare a uscire dal baratro in cui ci troviamo ora è dare speranza. E questa speranza verrà se avremo una spinta internazionale ben strutturata verso una pace a lungo termine.”
(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)


