Amos Brison
6 febbraio 2026 – +972 Magazine
Mentre la Corte Suprema israeliana conferma il divieto imposto dal governo ai media stranieri, i giornalisti palestinesi ne pagano il prezzo. Ulteriori iniziative legali sono inutili
Da oltre due anni l’Associazione della Stampa Estera (FPA) si batte contro il governo israeliano presso la Corte Suprema per il divieto assoluto di ingresso autonomo di giornalisti stranieri nella Striscia di Gaza. In tutto questo tempo il governo israeliano non ha vacillato nella sua posizione e la Corte si è dimostrata poco disposta a forzare la mano.
L’ultima udienza in questa vicenda kafkiana si è tenuta il 26 gennaio. In una dichiarazione presentata alla Corte l’avvocato del governo, Jonathan Nadav, ha sostenuto che “l’ingresso dei giornalisti rappresenta ancora un rischio per la sicurezza, sia per i giornalisti stessi che per le forze militari”. Né il recupero del corpo dell’ultimo ostaggio israeliano, né l’apertura limitata del valico di frontiera di Rafah, ha sottolineato, giustificano alcun cambiamento in questa politica.
L’FPA, che rappresenta circa 400 giornalisti stranieri con sede in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati, ha presentato ricorso alla Corte Suprema per la prima volta nel dicembre 2023 e di nuovo all’inizio del 2024, dopo che il suo primo ricorso era stato respinto. Da allora la Corte ha concesso allo Stato non meno di 10 proroghe per presentare la sua risposta, consentendo di fatto al governo di eludere del tutto la questione.
Questa volta la pazienza della Corte nei confronti dello Stato sembrava essersi esaurita. La giudice Ruth Ronnen ha fatto pressioni sui rappresentanti dello Stato affinché chiarissero quali cambiamenti concreti sul terreno sarebbero stati necessari per revocare il divieto di accesso ai media stranieri. “Non si può più dire che il rischio sia invariato”, ha affermato, riferendosi al cessate il fuoco in vigore da oltre tre mesi. “Dovete spiegare cos’altro deve accadere perché l’ingresso dei giornalisti sia consentito. Non basta addurre preoccupazioni per la sicurezza senza spiegarle”.
Nadav ha risposto che avrebbe potuto fornire ulteriori dettagli solo in una sessione a porte chiuse, una richiesta che la Corte ha accolto, negando però a Gilad Shaer, l’avvocato che rappresentava la FPA, l’accesso alle informazioni presentate loro in segreto. Dopo la sessione a porte chiuse la Corte ha nuovamente rifiutato di emettere una sentenza, ordinando invece allo Stato di presentare un altro aggiornamento entro due mesi.
“La FPA è profondamente delusa dal fatto che la Corte Suprema israeliana abbia nuovamente rinviato la decisione sulla nostra richiesta”, ha affermato l’organizzazione in una dichiarazione ufficiale in risposta alla mancata decisione della Corte. “Non esistono argomentazioni relative alla sicurezza che giustifichino il divieto assoluto di Israele di consentire ai giornalisti stranieri di accedere autonomamente a Gaza, in un momento in cui ciò è reso possibile a operatori umanitari e altri funzionari. Il diritto del pubblico all’informazione non dovrebbe essere ridotto a un fattore secondario”.
Tania Kraemer, corrispondente di Deutsche Welle a Gerusalemme e attuale presidente della FPA, ha scritto ai membri il giorno dopo l’udienza, informandoli che la Corte aveva fissato il prossimo procedimento per il 31 marzo e che gli avvocati dell’organizzazione intendevano presentare ricorso contro la decisione. Tuttavia in un aggiornamento inviato ai membri dopo una riunione del consiglio direttivo del 4 febbraio non vi era alcuna indicazione di ulteriori passi concreti oltre all’intenzione di “lanciare una campagna sui social media se ne avremo la capacità“.
Si potrebbe quasi provare compassione per la FPA, che da oltre due anni si trova in una situazione difficile, stretta tra un governo israeliano ostinato e una Corte Suprema debole. Tuttavia, tale comprensione lascia rapidamente il posto alla rabbia e alla disperazione quando si scorre l’elenco delle dichiarazioni dell’organizzazione, costellato da una serie pressoché infinita di comunicati quasi identici che esprimono “delusione” nei confronti del governo, “sgomento” per l’ennesimo rinvio da parte della Corte, “speranza” che i giudici “si oppongano con fermezza allo Stato” e, immancabilmente, “indignazione e sgomento” per le continue uccisioni di giornalisti di Gaza.
Invece di cambiare approccio l’FPA continua a giocare secondo le regole e a rimettersi alla Corte Suprema, nonostante non vi siano indicazioni che forzerà mai la mano del governo. Così facendo l’FPA non solo non riesce a raggiungere il suo obiettivo di revocare il divieto di accesso alla stampa a Gaza, ma contribuisce anche a legittimare la percezione esterna di un “controllo giudiziario” in buona fede, un pilastro dell’autoproclamata democrazia liberale di Israele.
“Il consiglio dell’FPA è debole, e Israele lo sa”
Un caso giudiziario simile, al di fuori dell’ambito dell’accesso alla stampa, offre un utile precedente. Lo scorso settembre quattro organizzazioni israeliane per i diritti umani – Gisha, HaMoked, l’Associazione per i diritti civili in Israele e Medici per i diritti umani-Israele – hanno preso la straordinaria decisione di ritirare una petizione urgente all’Alta Corte che chiedeva l’immediato invio di sufficienti aiuti umanitari a Gaza. Depositata a maggio, la petizione era rimasta in sospeso per oltre tre mesi senza un’udienza poiché la Corte si era ripetutamente rifiutata di esercitare un controllo giudiziario su una politica che aveva portato ad una carestia di massa.
Nello spiegare i motivi della decisione le organizzazioni hanno affermato di non poter più partecipare a quello che era diventato una “inutile procedura” che consentiva allo Stato di continuare ad agire senza alcun controllo appellandosi alla mera esistenza del controllo giudiziario come garanzia di responsabilità. “[Questa è un procedura] da cui solo lo Stato trae vantaggio”, hanno scritto gli avvocati di Gisha nella loro richiesta di ritiro della petizione. “Continua a esercitare una forza incontrollata, ad affamare persone innocenti e a negare loro gli aiuti umanitari salvavita… mentre pubblicamente si lava le mani da ogni responsabilità”.
Le ONG hanno osservato che questi ripetuti rinvii hanno aiutato Israele anche nelle sue battaglie legali presso i tribunali internazionali. Sebbene i rappresentanti dello Stato abbiano sostenuto dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia che il suo sistema giuridico rimaneva aperto a chiunque volesse contestare le sue azioni, questo importantissimo caso è rimasto irrisolto e lo Stato non è mai stato chiamato a rendere conto del proprio operato.
Potrebbe la FPA emulare l’esempio di queste ONG israeliane? Le circostanze sono certamente diverse: gran parte del lavoro quotidiano dell’FPA – facilitare l’accesso, l’accreditamento e la comunicazione tra giornalisti stranieri e autorità israeliane – dipende dal continuo impegno con gli stessi organismi che ora contesta, rendendo il disimpegno un passo particolarmente significativo per i suoi membri.
Eppure l’FPA ha l’obbligo di chiedersi quali risultati abbia effettivamente ottenuto il suo attuale approccio, sia per i suoi membri che per le popolazioni più vulnerabili di questo Paese. Considerando la facilità con cui Israele respinge i ricorsi dell’FPA alla Corte Suprema – con l’attivo supporto di quest’ultima – la risposta sembra chiara.
Continuare a partecipare a questa farsa non serve a nessuno tranne che al governo israeliano. Non fa altro che permettere al Primo Ministro Benjamin Netanyahu e ai suoi alleati di estrema destra di ostentare una facciata democratica partecipando a procedimenti legali, certi che la Corte concederà infinite proroghe che impediranno qualsiasi cambiamento significativo nella politica.
“Il consiglio direttivo dell’FPA è debole, e Israele lo sa”, ha affermato un membro dell’FPA che ha parlato con +972 in condizione di anonimato. “Ci sono voci all’interno dell’FPA che hanno chiesto, e continuano a chiedere, interventi più incisivi, come una cessazione dell’inserimento di giornalisti al seguito dell’esercito israeliano [a Gaza] o un boicottaggio dell’ufficio del Primo Ministro”. Secondo un altro membro dell’FPA il consiglio ha respinto una proposta di “suggerire ai responsabili editoriali delle agenzie di informazione di accettare il boicottaggio di interviste, conferenze stampa e briefing di approfondimento con ufficiali dell’esercito fino a quando ai media stranieri non verrà concesso un accesso indipendente a Gaza”.
Un altro membro dell’FPA, anche lui in forma anonima, ha descritto l’attuale procedura di richiesta come “un’evasione penosamente debole e patetica della responsabilità giornalistica da parte dei ‘principali’ media tradizionali mondiali, mentre l’attacco genocida prosegue. La storia giudicherà in modo molto severo questo episodio vergognoso, che ha visto anche il massacro e la mutilazione di diverse centinaia di giornalisti. E in cima alla lista delle colpe ci saranno i principali media internazionali che hanno insultato il buon senso con questo contenzioso puramente dimostrativo“.
Una questione di vita o di morte
Finché Israele continuerà a impedire ai media internazionali di entrare a Gaza i giornalisti palestinesi sul terreno rimarranno gli unici occhi del mondo esterno a documentare la vita sotto continui bombardamenti, sfollamenti e assedio, con un immenso rischio personale. Sostenere il loro lavoro non è quindi solo una questione di solidarietà professionale, ma di necessità.
Ma il fatto stesso che i giornalisti palestinesi siano stati lasciati soli a sopportare questo fardello è di per sé un’accusa. I recenti sviluppi chiariscono che il continuo divieto israeliano di accesso a Gaza ai media stranieri comporta conseguenze di vita o di morte.
Solo pochi giorni prima dell’udienza, il 21 gennaio, l’esercito israeliano ha effettuato uno degli attacchi più mortali contro Gaza dall’entrata in vigore del cosiddetto cessate il fuoco lo scorso ottobre, aggiungendo altri 11 morti ai circa 500 palestinesi uccisi dal fuoco israeliano negli ultimi quattro mesi.
Tra le vittime due ragazzi di 13 anni, uno ucciso da un attacco di droni israeliani nel centro di Gaza e l’altro a colpi d’arma da fuoco dalle truppe israeliane a Khan Younis. Altri tre – Muhammad Salah Qishta, Abdel Raouf Sha’at e Anas Ghneim – erano giornalisti in missione per il Comitato Egiziano per il Soccorso a Gaza. Sono stati uccisi da un attacco aereo israeliano che ha colpito l’auto su cui viaggiavano mentre si recavano a documentare le condizioni in un campo profughi di recente istituzione nella zona di Al-Zahra, a sud di Gaza City.
I giornalisti, che il portavoce dell’esercito israeliano ha successivamente descritto come “sospetti che operavano con un drone affiliato ad Hamas”, si trovavano a diversi chilometri dalla cosiddetta “Linea Gialla” quando sono stati colpiti pur non potendo plausibilmente rappresentare una minaccia per le forze israeliane. E come mostrano le immagini successive all’attacco, il veicolo era chiaramente contrassegnato come appartenente al Comitato Egiziano.
Dopo il massacro l’FPA ha condannato la condotta di Israele. “Ancora una volta dei giornalisti sono stati uccisi da attacchi militari israeliani mentre svolgevano i loro doveri professionali”, ha affermato l’organizzazione. “Troppi giornalisti a Gaza sono stati uccisi senza giustificazione, mentre Israele continua a negare ai media internazionali indipendenti l’accesso al territorio”.
Tralasciando la questione di cosa possa costituire una “giustificazione” per l’uccisione di giornalisti, è chiaro che l’attuale strategia dell’FPA non è riuscita a fare nulla per proteggere i colleghi palestinesi. Quanti altri giornalisti palestinesi saranno uccisi prima della scadenza fissata dal tribunale per lo Stato alla fine di marzo, scadenza che quasi certamente non sarà meno aleatoria di quelle precedenti?
(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)


