Baker Zoubi
20 maggio 2026 – +972 Magazine
Un tribunale di Haifa ha giudicato colpevoli di ‘incitamento indiretto al terrorismo’ due uomini che avevano partecipato a una protesta contro la guerra. Gli avvocati avvertono che ciò rappresenta un pericoloso precedente.
Negli ultimi due anni e mezzo i cittadini palestinesi di Israele hanno visto drasticamente ridotti i loro diritti politici e di cittadinanza, già limitati da prima del 7 ottobre. Sono stati arrestati per post sulle reti sociali, pubblicamente umiliati da funzionari pubblici, perseguitati sul posto di lavoro e nelle università per aver espresso opinioni politiche e tenuti in detenzione amministrativa senza accuse. Sottoposti a lungo a discriminazioni in base alle leggi israeliane, i cittadini palestinesi hanno visto lo Stato approfittare della guerra contro Gaza per approvare 30 nuove leggi che rafforzano l’apartheid e la supremazia ebraica.
Ora è stato superato un altro limite: per la prima volta palestinesi di Israele sono stati condannati penalmente per aver scandito slogan politici durante una protesta. Il 29 aprile la pretura di Haifa ha condannato il trentunenne attivista Mohammad Taher Jabareen e il quarantaduenne avvocato Ahmad Khalifa per ‘incitamento indiretto al terrorismo’ e ‘identificazione con un’organizzazione terroristica’, accuse che comportano una sentenza massima complessiva a otto anni di prigione. La decisione è giunta dopo più di trenta mesi di procedimento giudiziario, durante il quale Khalifa e Jabareen sono stati tenuti in detenzione amministrativa, rispettivamente per quattro e otto mesi, prima di essere rilasciati agli arresti domiciliari.
La condanna si basa su slogan politici ascoltati durante una protesta contro la guerra a cui i due hanno partecipato il 19 ottobre 2023 a Umm Al-Fahm, una delle principali città palestinesi di Israele. Si trattava di slogan tradizionalmente usati da decenni nelle manifestazioni e negli eventi pubblici in tutto Israele e non includevano alcuna invocazione diretta alla violenza: da “Con anima e sangue ti riscatteremo, Gaza!” a “Non c’è altra soluzione che scacciare l’occupante” e “Gaza non si sottomette al carro armato o al cannone.”
Durante le udienze sia la polizia che lo Stato hanno riconosciuto che gli slogan in sé non contenevano alcun riferimento ad Hamas o ad altre organizzazioni vietate, una fattispecie di reato che è già illegale in base all’articolo 24 della legge israeliana contro il terrorismo. Ciononostante il tribunale ha accolto l’interpretazione del pubblico ministero sul significato degli slogan, senza specificare nella sentenza a quale “organizzazione terrorista” avrebbe fatto riferimento il presunto reato di “identificazione”.
Il tribunale ha anche ignorato il contesto immediato della protesta, che era una risposta alla letale esplosione all’ospedale Al-Ahli di Gaza City, 12 giorni dopo lo scoppio della guerra. Al contrario ha sentenziato che scandire gli slogan nelle “circostanze e tempistica poco dopo il 7 ottobre” era sufficiente a rappresentare un incitamento indiretto.
“Quello che abbiamo fatto è stato naturale e legittimo,” dice a +972 Magazine Jabareen rispondendo alla decisione del tribunale. “Abbiamo manifestato per chiedere la fine della guerra contro civili innocenti a Gaza, in base sia a un dovere umano e nazionale che al nostro diritto naturale di esprimere un’opinione e una protesta.”
Per Mohammed Zeidan, attivista per i diritti umani ed ex-direttore generale dell’Associazione Araba per i Diritti Umani, la sentenza solleva profondi interrogativi riguardo al futuro della libertà di espressione per i cittadini palestinesi. Criminalizzare slogan palestinesi in quanto incitamento indiretto, dice a +972, “apre la via a nuovi precedenti giuridici, per cui in futuro ogni slogan scandito a una protesta potrebbe essere trattato come un reato che comporta una punizione in base a interpretazioni che potrebbero basarsi più su intenzioni presunte che su fatti concreti.”
“Un tribunale politico in tutti i sensi”
Jabareen e Khalifa erano rappresentati da avvocati del Centro Adalah, con sede ad Haifa, tra cui Hassan Jabareen e Hadeel Abu Saleh, così come dal legale Afnan Khalifa. Durante il processo hanno sostenuto che gli stessi slogan erano stati scanditi durante altre manifestazioni sia prima che dopo il 7 ottobre senza che alcuna azione legale venisse intrapresa contro quanti li avevano usati.
La difesa ha anche evidenziato che altri partecipanti alla stessa protesta avevano gridato gli stessi slogan, ma non sono stati perseguiti. Pur avendo riconosciuto che la polizia ha sbagliato a non indagare altri manifestanti, il tribunale ha sentenziato che questo errore non inficia la validità dell’imputazione contro Habareen e Khalifa.
“Siamo di fronte a un tribunale politico in ogni senso, il cui obiettivo è perseguire l’attività politica dei cittadini palestinesi di Israele,” ha affermato Abu Saleh dopo la sentenza. “Fin dal primo giorno era chiaro che il processo si sarebbe basato su un’interpretazione generica slegata dal contesto della manifestazione in un modo che viola il principio di giustizia, e che è esattamente riflesso nella decisione del tribunale.”
“Questa decisione è una continuazione della politica di persecuzione dei palestinesi in Israele dal 7 ottobre,” continua Abu Saleh. “E’ chiaro che questo caso intende essere un messaggio intimidatorio diretto all’opinione pubblica e ci opporremo a questo con ogni mezzo giuridico a nostra disposizione.”
Il caso ha scatenato un’ampia discussione riguardante il passato di Ihsan Halabi, il giudice che ha firmato la sentenza e ha presieduto la giuria che ha emesso il verdetto. Halabi ha lavorato per 22 anni con varie funzioni giudiziarie nel sistema dei tribunali militari prima di essere trasferito alla giurisdizione civile solo quattro anni fa. Dopo la condanna alcuni attivisti hanno messo in discussione il fatto che un giudice con un passato militare così lungo abbia presieduto casi riguardanti la libertà di espressione e l’attività civica, soprattutto in cause riguardanti i diritti dei cittadini palestinesi di Israele.
Zeidan ha attribuito la responsabilità della riduzione delle libertà dei cittadini palestinesi anche ai partiti politici arabi, che secondo lui si sono basati troppo sull’attivismo in parlamento: “Quando la Knesset si trasforma da uno strumento tra gli altri per la lotta nell’unico obiettivo centrale si crea un grande vuoto in piazza,” afferma. “Ciò ha contribuito al declino delle proteste popolari e ha reso più facile per il potere isolare i singoli che scelgono spontaneamente di protestare.”
Ma nel contesto del tentativo più ampio da parte dello Stato di ridefinire i confini dell’attività politica palestinese in Israele ci sono tante cose che i partiti arabi possono fare. “La condanna non è stata del tutto una sorpresa perché c’è un’atmosfera generale che intende ridurre lo spazio per la libertà di espressione,” afferma Zeidan. “Quanti teatri sono stati chiusi? Quanti artisti sono stati perseguitati?
Una sentenza come questa può essere intesa come un messaggio deterrente per altri, non solo la punizione degli imputati, soprattutto perché prende di mira attivisti importanti e influenti che hanno dimostrato di avere un ruolo dirigente durante la guerra.”
Baker Zoubi è un giornalista e cittadino palestinese di Israele residente nel villaggio di Kufr Maser, in Bassa Galilea. Ha iniziato la sua carriera nel 2010 come reporter per mezzi di informazioni locali arabi prima di raggiungere la posizione di caporedattore della piattaforma di notizie Bokra, con sede a Nazareth. Dal 2021 ha collaborato con +972 Magazine e Local Call [edizione in ebraico di +972, ndt.] continuando il suo lavoro come giornalista part-time a Bokra e pubblicando editoriali su questioni politiche e sociali nella società palestinese. Oltre al suo lavoro giornalistico collabora con varie istituzioni in progetti di traduzione ed editing di testi e occasionalmente produce programmi televisivi. Lui e la moglie Yara hanno tre bambini: una figlia, Jida, e due figli, Jabr e Jawad.
(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)


