Israele non può nascondere l’occupazione mettendo a tacere i giornalisti palestinesi

In segno di solidarietà con Moath Amarnih che ha perso l'occhio colpito da un proiettile, giornalisti e fotografi coprono un occhio.
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Haokets e Omri Najad

18 novembre 2019 – +972

Venerdì scorso [15 novembre, ndtr.] il fotografo palestinese Moath Amarnih si è recato a documentare una protesta degli abitanti di Surif, nella Cisgiordania occupata. Era la seconda volta in due settimane che cercavano di manifestare contro il furto della loro terra da parte dei coloni. Poco dopo l’inizio di una dimostrazione non violenta, alcuni giovani si sono messi a lanciare pietre contro gli agenti della polizia di frontiera che si trovavano nella zona.

I poliziotti hanno risposto con lacrimogeni e pallottole rivestite di gomma, e Amarnih – che stava fotografando gli scontri da una collina lì vicino – è stato colpito a un occhio da un proiettile. La pallottola Ruger da 0,22 pollici probabilmente era diretta contro uno dei manifestanti o è stata sparata a terra prima di rimbalzare in testa ad Amarnih. In quel momento indossava un giubbotto antiproiettile con la scritta “Stampa”. Da allora decine di giornalisti palestinesi e israeliani si sono uniti a una campagna in solidarietà con Amarnih e si sono fotografati con un occhio bendato.

Nelle ultime due settimane gli abitanti di Surif hanno manifestato contro una barriera costruita attorno a un largo tratto della loro terra coltivata per espandere la vicina colonia di Bay Ayin. Lo sparo contro Amarnih evidenzia la criminale indifferenza con cui le forze di sicurezza israeliane puntano le proprie armi – e spesso sparano – contro fotografi palestinesi in Cisgiordania e a Gaza.

Nel marzo 2019 una commissione d’inchiesta del Consiglio per i diritti umani dell’ONU ha pubblicato un rapporto sull’uccisione di manifestanti nei pressi della barriera di Gaza da parte di Israele nel 2018. Secondo il rapporto, le forze israeliane hanno ucciso due fotografi a Gaza, mentre altri 39 giornalisti sono stati feriti dai cecchini. Queste ferite sono state provocate nonostante il fatto che con molta probabilità i cecchini li avevano riconosciuti come giornalisti, dato che indossavano giubbotti antiproiettile. I cecchini israeliani continuano a sparare e a ferire giornalisti che documentano le proteste.

Il fotografo o la fotografa e la loro macchina fotografica sono spesso visti come nemici dai regimi oppressivi in tutto il mondo. In Israele-Palestina lo scorso anno le forze di sicurezza hanno sparato proiettili ricoperti di gomma contro giornalisti che informavano per l’agenzia di stampa francese AFP nei pressi di Ramallah, mentre in posti come la Siria e Hong Kong le forze di sicurezza commettono violenze contro i giornalisti, soprattutto i fotografi.

Durante i periodi di guerra i media israeliani vogliono far tacere e nascondere tali critiche. Per esempio, nell’ultima serie di violenze a Gaza agli spettatori della televisione è stata presentata una situazione distorta, che mostrava la Striscia come un luogo in cui vivono solo miliziani che lanciano missili, senza nomi o volti. Ancora una volta, quando si parla di Gaza, vediamo video di razzi sparati contro Israele, come se a Gaza non ci fossero persone, bambini, non ci fosse vita. Solo razzi.

Così otto membri della famiglia A-Swarkeh sono stati uccisi nella città di Deir al-Balah. Le IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] hanno ammesso che pensavano che l’edificio bombardato fosse vuoto, dopo che il portavoce in lingua araba delle IDF aveva affermato che l’esercito aveva preso di mira il comandante di un’unità lanciarazzi della Jihad Islamica. Di fatto l’esercito ha bombardato un edificio in rovina in cui abitava una famiglia povera, che comprendeva bambini di 12 e 13 anni, così come due bimbi piccoli.

Impedire ai fotografi di fare il proprio lavoro è necessario per continuare a reprimere i palestinesi. I continui attacchi e le uccisioni di innocenti dipendono, tra le altre cose, dalla mancanza di documentazione, dalla disumanizzazione dell’altra parte. Le macchine fotografiche sono viste dalle forze di sicurezza come un bersaglio, per non consentire all’opinione pubblica israeliana di vedere chi c’è là.

L’attacco contro Amarnih rivela la necessità, tragica e simbolica, da parte di Israele di nascondere le ingiustizie che commette, di nascondere l’oppressione di milioni di palestinesi. Ma il danno provocato all’occhio di un fotografo non cancellerà l’ingiustizia del regime. Attaccare i fotografi non riuscirà mai a nascondere l’esproprio di terre, le espulsioni, le uccisioni o un’esistenza in cui il sangue di alcuni vale più del sangue di altri.

Haokets è una rivista israeliana in rete no-profit, indipendente, progressista [in lingua ebraica, ndtr.] che ospita discussioni critiche su questioni socioeconomiche, culturali e filosofiche, l’attivismo per i diritti umani, il femminismo e questioni politiche dei mizrahi [ebrei di origine araba che vivono in Israele, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)