Edo Konrad
16 ottobre 2024 +972 Magazine
I media israeliani, da tempo ossequienti, hanno badato l’anno scorso a infondere nel pubblico un senso di giustizia per la guerra su Gaza. Invertire questo indottrinamento, afferma l’osservatore mediatico Oren Persico, potrebbe richiedere decenni.
A metà della nostra conversazione Oren Persico fa una confessione sorprendente. Il veterano giornalista israeliano, il cui lavoro negli ultimi due decenni è stato per la maggior parte di monitorare i media del suo paese, non guarda i notiziari israeliani più popolari. “Non ci riesco proprio”, mi dice Persico, che dal 2006 lavora come redattore per il sito israeliano di controllo monitoraggio dei media The Seventh Eye. “È deprimente e irritante: è propaganda, sono pieni di bugie. È in sostanza un’immagine speculare della società in cui vivo, ed è difficile per me gestire la discordanza tra la mia visione del mondo e ciò che mi circonda. Devo mantenere la sanità mentale”. Invece di guardare le tv Persico si tiene aggiornato scorrendo i siti di notizie, i social media e guardando clip selezionate che le persone gli inviano.
Ma neanche spegnere la TV può fermare la dissonanza e la disperazione che prova Persico, ulteriormente aumentate dopo i massacri guidati da Hamas il 7 ottobre e il successivo assalto che dura ormai da un anno dell’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza. Quando è iniziata la guerra i media israeliani si sono trovati in una fase critica, gestendo il trauma di una nazione scossa da una violenza senza precedenti che si è rapidamente ripiegata in una percezione profondamente radicata di vittimismo storico. Le emittenti hanno risposto a questo trauma nazionale, nota Persico, scivolando ulteriormente nelle grinfie della propaganda sancita dallo Stato. Mentre i giorni di brutale violenza si trasformavano in settimane e mesi, i media israeliani sono tornati agli schemi familiari: radunarsi attorno alla bandiera, amplificare le narrazioni dello Stato ed emarginare qualsiasi copertura critica della brutalità di Israele a Gaza, per non parlare del mostrare immagini o raccontare storie di sofferenza umana tra i palestinesi nella Striscia.
Il percorso verso questa situazione è stato spianato molto tempo fa. Il panorama mediatico israeliano, che Persico afferma essere sempre stato asservito all’establishment politico e militare, nell’ultimo decennio è stato sottoposto a una pressione incessante da parte di Benjamin Netanyahu; il primo ministro israeliano ha cercato di trasformarlo in uno strumento per esercitare il potere e, in ultima analisi, garantire la propria sopravvivenza politica. I media commerciali, più interessati a mantenere gli spettatori che a sfidare il potere, sono caduti preda della strategia di Netanyahu: coercizione, autocensura e pressione economica. Negli ultimi anni si è assistito anche alla rapida ascesa di Now 14 (generalmente noto come Canale 14), la versione israeliana di Fox News, che si è apertamente allineata a Netanyahu e ora sta sfidando il dominio di lunga data di Canale 12. Offre agli spettatori non solo notizie ma anche dibattiti anti-palestinesi spesso palesemente genocidari, elaborati come intrattenimento.
L’abile uso da parte di Netanyahu di canali di propaganda come Channel 14, così come dei social media, lo ha aiutato a plasmare un seguito devoto che lo difende e lo rafforza contro le pressioni nazionali e internazionali. In un’intervista con +972, che è stata abbreviata e rivista per chiarezza, Persico riflette sul ruolo storico dei media nella negazione delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele, sul loro fallimento nel mettere in discussione l’establishment politico e sulla quasi totale mancanza di solidarietà per i giornalisti palestinesi sotto i bombardamenti a Gaza.
Parlami del panorama dell’informazione in Israele nel periodo precedente il 7 ottobre.
Il 6 ottobre i media israeliani, pubblici o privati, in televisione, alla radio o su internet, erano indeboliti e assediati a seguito di oltre un decennio di persistente lotta del primo ministro Benjamin Netanyahu per controllarli. Mentre alcuni organi di stampa erano semplicemente diventati uno strumento della guerra di propaganda di Netanyahu, altri si sono gradualmente sottomessi alle sue pressioni, sostenendo gli alleati del primo ministro e i suoi argomenti nelle loro trasmissioni.
[Solo pochi mesi prima del 7 ottobre] il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi aveva annunciato un disegno di legge per riformare il panorama dei media, basato sul desiderio di chiudere la Public Broadcasting Corporation di Israele [conosciuta familiarmente come KAN] e di “prendersi cura” [cioè stabilire il controllo] del settore dei media privati. Tutto ciò è stato fatto con gli slogan di “apertura del mercato” e “rimozione delle barriere”, slogan che in realtà significano aprire la strada agli organi di stampa che servono gli interessi di Netanyahu e nel contempo limitare gli organi di stampa che lo criticavano.
Quali misure hanno adottato negli ultimi decenni Netanyahu e i suoi consecutivi governi per reprimere la stampa?
Dal 1999 [quando perse le elezioni dopo il suo primo mandato da primo ministro] Netanyahu ha etichettato i media come suoi rivali e ha gradualmente consolidato la sua base in una lotta populista contro di essi. Ciò è particolarmente vero dal 2017, quando sono esplosi i suoi numerosi scandali legali, tutti direttamente correlati a tentativi di controllare i media.
Nell’ultimo decennio Netanyahu ha cercato di chiudere Channel 10; ha cercato di minare la supremazia di Yedioth Ahronoth nella stampa israeliana; ha presumibilmente promesso a un magnate dei media cambiamenti normativi vantaggiosi in cambio di una copertura positiva di sé e della sua famiglia e ha meticolosamente piazzato suoi sostenitori in ogni singolo possibile canale israeliano, da Channel 12 e Israeli Army Radio a i24 e KAN.
E tuttavia non possiamo dare tutta la colpa al primo ministro. Netanyahu sta operando in un paese in cui la maggior parte dei canali di informazione sono di proprietà privata e dove il pubblico si sta spostando a destra. Quei canali privati non vogliono perdere spettatori e lettori. Non possono vendere pubblicità se non hanno un pubblico, e non possono mantenere il loro pubblico se mostrano cose che lo indispongono.
Nessuna discussione sui media israeliani odierni sarebbe completa senza parlare di Canale 14, che ha raggiunto una posizione eccellente sulla scena e potrebbe anche superare Canale 12 in termini di predominio.
Channel 14 è nato da Jewish Heritage Channel, una piccola e quasi fallita stazione dedicata a programmi di contenuto religioso che non aveva la licenza per la trasmissione di notizie. Ma gradualmente Netanyahu e i suoi alleati hanno iniziato a erodere quelle normative: alla fine gli è stata concessa una licenza per trasmettere notizie ed è diventato il gruppo di propaganda a tutti gli effetti che conosciamo oggi.
Anche se è ora il secondo canale più popolare in Israele, riceve ancora benefici come se fosse il piccolo gruppo che era all’inizio. Oggi è di proprietà del figlio di un oligarca che ha stretti legami con Netanyahu e che presumibilmente ha legami con Vladimir Putin e altri loschi figuri.
All’inizio del 2023, con l’esordio della revisione giudiziaria, molti organi di informazione si sono ricordati del loro scopo e ruolo: trattare in modo critico i nodi di potere del Paese, sia delle élite economiche che della classe dirigente. Channel 14, d’altra parte, ha continuato a essere in totale sintonia con il governo.
Gli spettatori di Channel 14 formano anche una sorta di comunità. I sondaggi mostrano costantemente che, a differenza di Canale 11, Canale 12 e Canale 13, i cui spettatori vagano tra le stazioni, gli spettatori del Canale 14 sono fedeli alla rete [e non cercano notizie o analisi su altri canali].
Significa che se Netanyahu si svegliasse una mattina e decidesse di prendere una certa posizione, Channel 14 trasmetterebbe quel messaggio ai suoi telespettatori?
Come l’intero apparato mediatico che Netanyahu ha costruito, che viene spesso soprannominato la “macchina del veleno” e che fa uso sia di media convenzionali che dei social, Channel 14 è uno strumento di propaganda. È concepito come un divertimento: offre intrattenimento alle masse.
Sembra molto simile a ciò che Donald Trump e Fox News fanno negli Stati Uniti. Com’è la cosa su Channel 14?
Gli israeliani sono impegnati da oltre un anno in una guerra sanguinosa e il messaggio che ottengono da Channel 14 è la sensazione che stiamo vincendo, che la vita è bella. Il canale enfatizza i successi militari di Israele minimizzandone i fallimenti e calunnia altri canali di notizie per aver seminato panico e disfattismo.
Ad esempio, dopo l’attacco di domenica con un drone a una base militare dell’IDF che ha ucciso quattro soldati e ne ha feriti decine di altri, i siti dei media israeliani hanno mantenuto la notizia come titolo principale per tutta la notte e nella mattinata. Non è stato così per Channel 14, che l’ha tenuta come notizia principale sul suo sito web per mezz’ora, dopodiché l’ha sostituita con un sondaggio che dimostrava come la maggior parte degli israeliani sostenga un attacco all’Iran.
Channel 14 prende di mira anche i “nemici comuni” (altri organi di stampa, l’élite dell’esercito e il procuratore generale) accusandoli di collusione contro il governo e incolpandoli della situazione attuale di Israele. È zeppo di incitamento, propaganda e teorie cospirative che fanno appello al desiderio di vendetta del pubblico dopo il 7 ottobre. I commentatori che appaiono a “The Patriots”, il talk show di punta del canale condotto da Yinon Magal, invocano regolarmente il genocidio e lo sterminio [dei palestinesi]. Molti spettatori sono contenti di vedere questo, conferma ciò che già sentono.
Sembra che la popolarità di Channel 14 sia nata dal nulla. Come è successo?
Dal momento in cui i media tradizionali in Israele si sono ribellati alla riforma giudiziaria, gli ascolti di Channel 14 hanno iniziato a crescere rapidamente. Il secondo aumento degli ascolti si è verificato subito dopo il 7 ottobre. Entrambi questi aumenti rappresentano la capacità del canale di conformare il suo pubblico come comunità. Dopo due o tre settimane in cui è comparsa una sorta di “unità nazionale” a seguito agli attacchi di Hamas, i media israeliani sono rapidamente tornati alle loro precedenti posizioni pro o anti-Netanyahu. Subito dopo l’attacco ci sono state diverse voci su Channel 14 che hanno incolpato il primo ministro per quanto accaduto il 7 ottobre, ma anche loro hanno rapidamente ripiegato sulla linea del partito. La continua crescita e popolarità di Channel 14 dopo il 7 ottobre è, a mio avviso, lo sviluppo più significativo che c’è stato nei media israeliani dopo il massacro.
Ma le dimostrazioni di retorica estremista e guerrafondaia non sono certo limitate a Channel 14. Le abbiamo viste praticamente su ogni singolo canale di informazione generalista dopo il 7 ottobre, indipendentemente dal fatto che fossero o meno critici nei confronti di Netanyahu.
Hai ragione: l’intero pubblico israeliano ha virato bruscamente a destra e, per la prima volta nella sua storia, Channel 12 [il canale privato più visto in Israele, ndt.] sta subendo una forte concorrenza da parte di Channel 14. Ha commesso il classico errore di cercare di essere gradito a tutti, compresi i fascisti che guardano Channel 14, e quindi fornisce spazio anche a persone come Yehuda Schlesinger [che ha chiesto di rendere ufficiale la politica dello stupro dei detenuti palestinesi nel centro di detenzione di Sde Teiman]. Bisogna ricordare che i giornalisti in Israele fanno parte della società israeliana. Conoscono persone che sono state uccise o rapite il 7 ottobre. Conoscono soldati a Gaza.
Certo, ma hanno anche la responsabilità di denunciare al pubblico cosa sta succedendo, e non solo agli israeliani. Altrimenti non adempiono al loro compito.
È vero, ma mi sembra anche che il loro comportamento, per cui tralasciano la loro integrità giornalistica per creare una sorta di unità con il pubblico, sia una risposta naturale e umana a seguito di un evento così traumatico. Non penso che sia una cosa buona, penso che sia un errore. Ma non credo ci si possa aspettare da loro qualcosa di diverso.
Non è che gliela fai troppo facile?
I giornalisti israeliani ritengono sia loro dovere patriottico concentrarsi sulla nostra condizione di vittime, ignorare le vittime dall’altra parte e risollevare il morale nazionale, in particolare quello dei soldati israeliani. Credo che una cosa patriottica da fare sarebbe fornire informazioni affidabili al pubblico in modo che possa formarsi una reale visione globale di ciò che sta accadendo intorno a loro. Altrimenti la società israeliana, o qualsiasi altra società, avrà una comprensione distorta della realtà, basata su ignoranza, menzogne e negazione. Questo porta a società deboli che possono disgregarsi molto facilmente. Dire la verità avrebbe l’effetto esattamente opposto, ma qui i giornalisti non ci credono.
I media israeliani mostrano al pubblico cosa sta facendo l’esercito ai palestinesi a Gaza?
No.
Riportano le violazioni israeliane dei diritti umani in Cisgiordania?
No.
Denunciano le ripetute bugie del portavoce dell’IDF?
No.
Capisco il tuo punto di vista sulle prime settimane in cui i giornalisti erano profondamente traumatizzati, ma siamo a un anno dal 7 ottobre e i giornalisti stanno ancora, per la maggior parte, abdicando alle loro responsabilità quando si tratta di affrontare le questioni fondamentali. Hanno semplicemente smesso di occuparsene?
L’intera società israeliana ha molti anni di esperienza nell’ignorare i nostri crimini contro i palestinesi – che si tratti della Nakba, che è un argomento completamente tabù, o dell’occupazione militare in corso su milioni di persone. I media e gli spettatori sono coinvolti in una sorta di patto del silenzio: il pubblico non vuole sapere, quindi i media non ne parlano. Questi meccanismi psicologici erano già così radicati che quando è successo il 7 ottobre sono rientrati in azione e sono solo diventati più forti. Ciò a cui abbiamo assistito nell’ultimo anno è il risultato di un processo decennale di educazione sia dei giornalisti che degli spettatori sul fatto che ci sono cose di cui semplicemente non parliamo e che non mostriamo nei notiziari. La maggior parte dei giornalisti che lavora in quelle emittenti popolari sa cosa sta succedendo, ma non vuole scontentare i propri spettatori per paura di perdere ascolti. Potrebbero volerci decenni per invertire questo tipo di indottrinamento.
Fanno finta che queste cose non esistano?
I media tradizionali capiscono che le violazioni dei diritti umani non sono qualcosa da celebrare, quindi semplicemente le ignorano. Non vediamo titoli sul Ministero della Salute di Gaza che denuncia che 40.000 palestinesi sono stati uccisi a Gaza. Non vediamo storie umane di palestinesi sotto i bombardamenti israeliani. Non sentiamo parlare delle malattie che stanno devastando la Striscia. Personalmente quello che ho sentito dai giornalisti è che “adesso semplicemente non è il momento di parlare di questi problemi.”
Ogni volta che si accende una di queste televisioni si rivivono costantemente gli orrori del 7 ottobre, sia attraverso le storie dei sopravvissuti che attraverso nuovi reportage investigativi. Che tipo di effetto ha questo sul pubblico israeliano?
Il 7 ottobre è stato l’evento che ha riportato gli ebrei israeliani nella posizione della vittima storica. Le immagini dei kibbutz e delle città israeliane invasi e dei massacri da parte degli uomini armati di Hamas ci ricordano le immagini storiche dell’Olocausto. Non è uno scherzo: siamo una società profondamente post-traumatica che deve ancora superare l’Olocausto, e quel giorno è stata la prima volta in cui lo Stato che avrebbe dovuto impedire che si verificassero nuovi olocausti non è riuscito a farlo. E pure la propaganda che abbiamo visto nell’ultimo anno nei notiziari non fa che rafforzare e giustificare la violenza di Stato contro i palestinesi. Fornisce la logica per fare tutto il necessario per annientare coloro che vengono ritratti come un “male assoluto”. In definitiva, infonde negli israeliani un senso di rettitudine, che è necessario durante una lunga guerra senza una chiara data di fine.
Quanto è grande l’influenza che i media israeliani hanno realmente sul pubblico, soprattutto quando così tante persone hanno accesso ad altre forme di informazione sui social media?
Se in passato il ruolo dei media era quello di mediare e organizzare la realtà [per lo spettatore], il ruolo centrale dei media israeliani oggi è quello di segnare sia i confini della legittimità rispetto al discorso pubblico, sia di individuare chi è autorizzato a partecipare a quel discorso. Se si guarda Channel 2, ad esempio, si vedrà che quando si tratta di questioni militari sono ex militari, per lo più uomini, a partecipare ai dibattiti.
È anche difficile evitare un’altra dimensione del ruolo dei media: fornire una piattaforma e spesso porgere il braccio agli sforzi dell’hasbara israeliana [attività di pubbliche relazioni per diffondere all’estero informazioni positive sullo Stato di Israele, ndt.] con influencer come Yoseph Haddad [arabo-israeliano forte sostenitore delle politiche israeliane, ndt.] che appaiono regolarmente nei vari programmi di informazione.
Definitivamente. L’hasbara è molto in auge e i media, sia privati che pubblici, la offrono al pubblico perché è ciò che il pubblico vuole. Si è arrivati al punto che nella prima metà del 2024 più di 1/3 di tutte le apparizioni di “esperti arabi” nei media israeliani è stato di Yoseph Haddad. Va bene che lo invitino, ma non rappresenta in alcun modo la maggioranza dei cittadini palestinesi di Israele.
Israele si vanta spesso di avere una stampa libera estremamente critica nei confronti del governo. È vero?
In ogni evento [storico] importante, i media israeliani sono sempre stati fedeli all’establishment politico e militare del Paese, che si trattasse di una guerra, di un piano di pace o di un programma economico. Fino alla revisione giudiziaria erano in accordo con praticamente ogni mossa politica importante del governo. Sono molto critici nei confronti di Netanyahu perché è un bugiardo corrotto che chiaramente antepone i suoi interessi privati a quelli dello Stato. Ma non sono critici nei confronti dell’esercito o dello Stato stesso. Vale la pena ricordare che nel 2002 ci fu un’enorme onda di indignazione pubblica quando Israele assassinò il leader di Hamas [Salah Mustafa Muhammad Shehade] e uccise 14 membri della sua famiglia, tra cui 11 bambini. Ma un’occupazione continua che non riceve quasi nessuna copertura mediatica porta anche a un’erosione sia dell’indignazione pubblica che degli standard giornalistici. Oggi, l’esercito non ha problemi a uccidere 14 persone se ciò significa eliminare un membro di basso rango di Hamas, e i media, a parte giornali come Haaretz, lo assecondano.
Cosa avrebbero potuto invece fare i media nella loro copertura mediatica dopo il 7 ottobre? Che differenza avrebbero potuto fare?
Per prima cosa durante quei primi giorni dopo l’attacco i media hanno fatto un lavoro eccezionale in un momento in cui il resto delle istituzioni israeliane semplicemente non funzionava. I media hanno portato immagini al pubblico, [hanno aiutato ad] assistere i rifugiati del sud e coloro che sono sopravvissuti al massacro, fornendo letteralmente la logistica alle persone perché lo Stato semplicemente non stava funzionando. Nessuno sta costringendo il pubblico israeliano a non sapere cosa succede a Gaza e in Cisgiordania. Chi vuole saperlo può rivolgersi al New York Times o a The Guardian. Immaginate di prendere Haaretz o +972 e trasformarli in un canale di notizie mainstream: cambierebbe qualcosa? Forse un po’, ma qui stiamo parlando di annullare generazioni di indottrinamento.
Nell’ultimo mese abbiamo assistito a una sorta di euforia pubblica dopo gli attacchi ai cercapersone e l’assassinio del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, e di seguito abbiamo visto Amit Segal e Ben Caspit di Channel 12 mescersi bicchieri e brindare alla sua morte in TV. Questa euforia si è estesa all’invasione israeliana del Libano meridionale e all’assalto al nord di Gaza come parte di quello che è noto come il “Piano dei generali” per liquidare efficacemente l’area. Cosa pensi di questa apparente atmosfera di festa negli studi dei notiziari?
I successi israeliani in Libano sono stati accolti con grande clamore e celebrazione. Nei giorni successivi a queste “vittorie” c’è stata pochissima discussione sui media sul significato geopolitico del fatto, al di là del danno arrecato da Israele a Hezbollah che gli esperti hanno affermato potrebbe portare alla sua dichiarazione di sconfitta. Nessuno si è alzato e ha dato una valutazione realistica del fatto che stiamo entrando in una fase in cui vedremo [un aumento di] razzi e droni in tutto il nord.
La cosa ricorda quanto accaduto subito dopo l’attacco di Hamas, quando i media hanno affermato che l’operazione sarebbe durata solo alcune settimane o qualche mese. [Hanno ignorato completamente il fatto che] nel 2014 l’IDF stimava che la rioccupazione della Striscia avrebbe potuto richiedere cinque anni e avrebbe causato la morte di decine di migliaia di palestinesi e israeliani. Nel 2014 Netanyahu avrebbe fatto trapelare questa valutazione a Channel 2 proprio perché era consapevole dei costi altissimi e non voleva rioccupare militarmente Gaza. Perché i media non ricordano al pubblico quelle valutazioni? Perché Udi Segal, il giornalista di Channel 2 che per primo aveva riferito quella valutazione non ne parla oggi? Sono sicuro che ci siano considerazioni simili riguardo a Hezbollah, ma quando l’esercito israeliano ha iniziato la sua invasione i media hanno affermato che sarebbe durata solo poche settimane. Questo ci riporta alla prima guerra del Libano, quando i media avevano fatto affermazioni molto simili sulla durata dell’operazione [l’esercito israeliano sarebbe rimasto nel Libano meridionale per quasi due decenni].
Secondo il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi Israele ha ucciso 168 giornalisti palestinesi a Gaza dall’ottobre scorso. Quanta solidarietà c’è tra i giornalisti israeliani e le loro controparti palestinesi a Gaza, o con i giornalisti di Al Jazeera a cui è stato vietato di lavorare in Israele e i cui uffici a Ramallah sono stati perquisiti e chiusi dalle forze israeliane a settembre?
Zero. Verso la fine dell’anno scorso stavo aiutando Reporter Senza Frontiere a organizzare una petizione di solidarietà dei giornalisti israeliani per i loro colleghi palestinesi. Dissi loro che nessuno, a parte alcune persone della sinistra radicale, avrebbe firmato quel tipo di dichiarazione, e invece mi sono offerto di provare a far firmare ai giornalisti israeliani una petizione che chiedeva ai media di mostrare di più ciò che stava accadendo a Gaza, perché pensavo che saremmo stati in grado di farla firmare a più giornalisti tradizionali. Semplicemente non è successo. Pochissime persone hanno voluto firmare. Ciò che i giornalisti israeliani non capiscono è che quando il governo approva la “Legge Al Jazeera”, in definitiva si tratta di qualcosa di molto più grande che semplicemente prendere di mira un canale. L’attuale legge riguarda il bando di agenzie di stampa che “mettono a repentaglio la sicurezza nazionale”, ma vogliono anche dare al ministro israeliano delle Comunicazioni il diritto di impedire a qualsiasi rete di informazione straniera che potrebbe “danneggiare il morale nazionale” di operare in Israele. Ciò che il pubblico israeliano non capisce è che i prossimi in lista sono BBC Arabic, Sky News Arabic e CNN. Dopodiché arriveranno ad Haaretz, Canale 12 e Canale 13.
Pensi che accadrà?
Stiamo andando verso un regime autocratico stile Orbán, con tutto ciò che ne consegue: nei tribunali, nel mondo accademico e nei media. Certo che è possibile. Sembrava irrealistico 10 anni fa, poi è sembrato più realistico cinque anni fa quando sono esplosi gli scandali legali di Netanyahu relativi ai media. Poi è diventato ancora più verosimile con la revisione giudiziaria, e oggi ancora di più. Non ci siamo ancora, ma siamo sicuramente sulla buona strada.
Edo Konrad è ex caporedattore di +972 Magazine.
(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)


