Soldati urlanti e aperta rivolta: un video ha smascherato la lotta di potere interna a Israele

Una manifestazione contro Netanyahu il 10 dicembre 2024 dinanzi al tribunale di Tel Aviv in occasione di un'udienza contro Netanyahu presente l'imputato. Foto: Mostafa Alkharouf/Anadolu Agency
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RamzyBaroud

29 aprile 2025 – Middle East Monitor

Un corrispondente dell’israeliano Canale 12 ha fatto una scelta apparentemente strana quando il 22 aprile ha deciso di diffondere uno dei più umilianti video di un notevole numero di soldati israeliani finiti sotto l’attacco di un solo combattente palestinese. Mentre i soldati gridavano e cadevano per le scale di un edificio a Khan Younis è scoppiato il caos: alcuni sono caduti uno sull’altro, altri si sono nascosti dietro a un muro di cemento e alcuni hanno addirittura sparato a casaccio, ferendo i propri stessi colleghi.

Ciò pone una questione seria: data l’abituale adesione dei media israeliani alla pesante, spesso irragionevole, censura militare, che cosa ha provocato la decisione di diffondere un’immagine così lesiva dei propri soldati?

La risposta sta nel conflitto aperto tra l’istituzione politica israeliana da un lato, rappresentata dalla leadership del primo ministro Benjamin Netanyahu, e il resto del Paese dall’altro. “Il resto del Paese” potrebbe sembrare un concetto astratto, ma non lo è. Attualmente Netanyahu è in conflitto con l’istituzione militare, l’agenzia per la sicurezza interna Shin Bet, la magistratura, molta parte dei media e la maggioranza degli israeliani, che vuole la fine della guerra e il rilascio degli ostaggi israeliani.

Questo spiega le critiche aperte e senza precedenti da parte di ex alti dirigenti israeliani che accusano Netanyahu di costituire una minaccia non solo per l’esercito e per la società israeliani, ma anche per il futuro dello stesso Israele.

Il 21 aprile il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, ha infranto tutti i protocolli sottoponendo alla Suprema Corte di Israele due documenti, uno dei quali è stato reso noto al pubblico. Secondo media israeliani nella testimonianza non riservata Bar ha affermato di essere stato licenziato dal primo ministro “a causa del suo rifiuto di rispettare le aspettative di lealtà”, in particolare “relativamente alle indagini sugli assistenti del primo ministro” e del “suo rifiuto di aiutare Netanyahu a evitare di testimoniare nel suo processo penale.”

I commenti di Bar hanno rappresentato un cambiamento storico nel modo in cui i pezzi grossi del potere trattano questioni di sicurezza estremamente sensibili.

Un ex capo dello Shin Bet, Nadav Argaman, è stato ugualmente esplicito, benché fosse il primo a parlare delle trasgressioni di Netanyahu, suggerendo un chiaro coordinamento tra i vari elementi delle famigerate e potenti agenzie di intelligence. “Se il primo ministro agisce illegittimamente io dirò tutto quello che so”, ha dichiarato a Canale 12 il mese scorso.

Il coordinamento diventa ancor più chiaro quando l’ex Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant, al pari di Netanyahu perseguito dalla Corte Penale Internazionale, è andato all’attacco a sua volta il 23 aprile. Oltre agli attacchi diretti contro Netanyahu, la cui politica ha definito “una vergogna morale”, Gallant sembra aver denigrato lo stesso esercito israeliano rivelando che lo scorso agosto Israele ha falsificato fotografie di un presunto tunnel di Hamas al fine di bloccare un accordo di cessate il fuoco.[vedi zeitun]

Il governo israeliano ha usato questo particolare episodio come pretesto per mantenere il controllo del Corridoio Philadelphi nel sud di Gaza, un pretesto che è comparso più o meno nello stesso momento del video estremamente sconcertante dei soldati israeliani che fuggono terrorizzati di fronte ad un solo combattente palestinese. Gli elementi di umiliazione hanno continuato ad accumularsi.

Se le azioni di Gallant possono screditare l’esercito e la sua leadership, il suo obbiettivo principale sembra essere quello di colpire Netanyahu, che secondo molti israeliani sta prolungando la guerra di Gaza per vantaggi politici personali.

Le perdite nell’attuale guerra di Israele costituiscono un altro punto chiave. Uno dei segreti dello Stato di occupazione storicamente meglio custoditi sono le sue perdite nei conflitti contro gli eserciti arabi o i gruppi della resistenza.

Benché l’esercito israeliano abbia cercato di minimizzare il numero dei morti dall’inizio della guerra il 7 ottobre 2023, si è trovato di fronte a molte indiscrezioni, alcune provenienti dall’esercito stesso. Lo scopo? Fare pressione su Netanyahu per porre termine alla guerra, soprattutto alla luce delle recenti informazioni secondo cui almeno la metà dei riservisti dell’esercito israeliano si rifiuta di tornare a combattere.

Cosa interessante, è stato Eyal Zamir – il sostituto scelto da Netanyahu per sostituire il capo di stato maggiore Herzi Halevi – che ha sorpreso tutti con un discorso poco dopo la sua nomina a febbraio. Zamir ha rivelato che 5.942 famiglie israeliane “si erano aggiunte all’elenco delle famiglie in lutto” nel 2024. Aveva già sancito che il 2025 fosse “un anno di guerra”, ma ora sembra meno incline a intensificare la guerra al di là della capacità di Israele di sostenerla.

Il conflitto tra le elite politiche e quelle militari e di intelligence di Israele non è mai stato così aspro, oltre che aperto, come se entrambe le parti fossero giunte alla conclusione che la loro sopravvivenza – e quella dello stesso Israele – dipenda dalla sconfitta del campo avverso.

Dopo qualche riluttanza e una scelta delle parole piuttosto attenta, Gallant si è ora unito al coro di un potente gruppo di ex dirigenti che vuole vedere Netanyahu fuori dal potere con ogni mezzo necessario, compresa la disobbedienza civile.

Questo conflitto interno all’elite di Israele segna un allontanamento dalla propria immagine a lungo coltivata. Per decenni Israele si è presentato come un faro di democrazia e civiltà in mezzo a quelli che dipingeva come i suoi incolti vicini. Tuttavia il genocidio di Gaza ha mandato in frantumi questa falsa narrazione.

Di conseguenza l’attuale lotta tra gli architetti di questa finzione israeliana offre ora un’opportunità senza precedenti per rivelare verità più profonde, non solo riguardo alla presente guerra di Gaza, ma anche riguardo alla storia di Israele, dal suo insediamento sulla terra della Palestina storica fino al genocidio in corso, quasi otto decenni dopo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)