Oren Ziv
20 luglio 2026 – +972 Magazine
Migliaia di attivisti di destra hanno attraversato una zona militare chiusa fino alla barriera di Gaza, cantando inni genocidi mentre i soldati distribuivano bottiglie d’acqua
Difficilmente la “Marcia dei mille” potrebbe essere definita una manifestazione o una protesta. Simili azioni vengono di solito intraprese in opposizione al governo o per chiedere qualcosa dall’esterno. Ma quando domenica alcune migliaia di attivisti di destra hanno marciato fino alla barriera che circonda Gaza chiedendo che Israele ristabilisse gli insediamenti nella Striscia lo hanno fatto con la partecipazione di quasi metà del governo e sotto gli auspici della polizia – nonostante l’area fosse stata dichiarata dall’esercito zona militare chiusa, l’ingresso nella quale è un reato passibile di arresto.
La marcia aveva l’obiettivo dichiarato di esercitare pressione sul primo ministro Benjamin Netanyahu affinché promuovesse la costruzione di insediamenti a Gaza, cosa che il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich aveva promesso a giugno sarebbe avvenuta “non appena il Primo ministro avesse dato la sua approvazione”. Ma l’evento intendeva anche dimostrare chi comanda, chi sta al di sopra della legge e può ottenere ciò che vuole, come hanno già fatto a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, con o senza il Primo ministro.
I manifestanti, molti dei quali erano stati portati in autobus dagli insediamenti della Cisgiordania occupata, sono partiti dalla spiaggia di Zikim, appena a nord della Striscia di Gaza. A poche centinaia di metri dalla spiaggia la polizia militare aveva allestito un posto di blocco e i soldati, con impassibile serietà, presentavano ai partecipanti l’ordinanza in base alla quale l’accesso all’area era precluso in quanto zona militare e cercavano di costringere i veicoli a tornare indietro.
Ma le orde giunte sul posto non avevano alcuna intenzione di desistere: hanno proseguito la marcia, superando un posto di blocco dopo l’altro e incontrando scarsa resistenza. Come già in occasioni precedenti, l’obiettivo era raggiungere un punto di ritrovo vicino alla barriera perimetrale di Gaza, un luogo dove al pubblico è generalmente vietato l’accesso.
Per un momento è sembrato che la polizia – che aveva schierato agenti in tenuta antisommossa e unità equipaggiate con sofisticati veicoli fuoristrada tipicamente impiegati in operazioni contro i beduini palestinesi nel vicino Naqab (o Negev) – stesse davvero cercando di respingere i manifestanti. Ma l’esito finale e la presenza tra i manifestanti del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir hanno chiarito che si trattava soltanto di una messinscena, dato che è lui ad avere il comando della polizia. Per tutta la durata dell’evento, protrattosi fino a dopo il tramonto, la folla ha continuato ad affluire nella zona vicino alla barriera.
Solo un anno fa gli attivisti di sinistra che manifestavano vicino alla barriera venivano aggrediti violentemente e arrestati. Ieri l’atmosfera era diversa: era evidente che la polizia e l’esercito temevano scontri con i manifestanti ed evitavano di intraprendere azioni serie per impedire loro di avvicinarsi alla barriera.
“Cosa possono farci?” ha chiesto retoricamente una giovane donna alla sua amica, mentre i veicoli della polizia avanzavano verso di loro. Altri si chiedevano se sarebbero effettivamente riusciti a entrare a Gaza. Lungo tutto il percorso della marcia, le case distrutte di Beit Lahiya erano chiaramente visibili.
Nemmeno quando centinaia di manifestanti sono scesi sulla strada a uso esclusivamente militare proprio accanto alla barriera, mentre danzavano e cantavano il popolare canto genocida che invoca vendetta contro i palestinesi, nessuno ha tentato di allontanarli. Gli organizzatori del movimento di coloni Nachala [movimento oltranzista e ultranazionalista israeliano fondato nel 2005, ndt.] hanno chiesto educatamente ai partecipanti di tornare in cima, dove si sarebbe tenuto il comizio, ma nessuno ha dato loro ascolto.
È stato sconcertante vedere come, nonostante il caos generale, l’esercito distribuisse grandi bottiglie d’acqua minerale ai presenti all’interno di una zona militare chiusa, proprio accanto alla barriera, e per tutta la durata dell’evento diversi soldati si fermassero a dire ai manifestanti “bravi”. Con il calare del buio, i veicoli militari hanno riportato alcuni delle centinaia di partecipanti giunti fino alla barriera al punto di raccolta delle navette.
Nel corso degli anni ho documentato centinaia di proteste in tutto il territorio israelo-palestinese. Ma in nessuna di esse i manifestanti hanno mai ricevuto trasporto se non verso la stazione di polizia dopo essere stati fermati, e l’unica “bevanda” offerta loro dall’esercito e dalla polizia è sempre stata “acqua skunk” [liquido maleodorante usato per disperdere i manifestanti, ndt.] o gas lacrimogeno.
“Non ci saranno più arabi a Gaza”
La richiesta specifica dell’evento era quella di stabilire tre insediamenti nel nord di Gaza “ancora prima delle elezioni”, secondo la portavoce di Nachala Daniela Weiss, che si è rivolta alla folla rimasta sulla strada sopra la barriera. “Siamo qui per rendere Gaza di nuovo ebraica” ha dichiarato. “Ventun anni fa, 10.000 ebrei sono stati espulsi (un riferimento al piano di ‘disimpegno’ del governo israeliano del 2005) e il luogo si è trasformato in una tana di mostri.
“La gente mi chiede: ‘Cosa succederà agli arabi a Gaza?’ Non ci saranno più arabi a Gaza – punto e basta” – ha detto Weiss, tra gli applausi.
“Questa è casa mia; io c’ero. Torneranno tutti” – ha detto Mazal Haniya, che viveva nell’insediamento di Neve Dekalim prima del disimpegno. Alla domanda su cosa ne sarebbe stato dei palestinesi a Gaza, ha risposto: “Ci ho vissuto per 20 anni e non ho mai infastidito nessuno; loro hanno attaccato me e ucciso i miei amici. Sarei felice se decidessero che non vale la pena restare in un posto così difficile. Dovrebbero andarsene perché stanno soffrendo.”
Alcune magliette dei manifestanti recavano lo slogan “Occupazione, Espulsione, Insediamenti”, accompagnato dall’immagine di un bulldozer. Altre magliette proclamavano: “Ebrei di Gaza: non è un sogno, è realtà.”
Durante la marcia Ben Gvir ha osservato con orgoglio che “se tre anni fa qualcuno avesse detto che avremmo controllato il 70% della Striscia di Gaza nessuno ci avrebbe creduto”. Non ha fatto menzione, naturalmente, del genocidio che ha reso possibile l’occupazione israeliana dell’enclave.
Nir Barkat, ministro dell’Economia e dell’Industria israeliano, ha ringraziato Weiss per i suoi sforzi costanti volti a favorire la creazione di nuovi insediamenti ebraici a Gaza, osservando che lo stava facendo “in coordinamento con il governo israeliano”.
Dopo il 7 ottobre, le attività degli attivisti di destra vicino alla barriera – tra cui un’irruzione a Gaza e una conferenza a Gerusalemme, dove migliaia di persone ballavano ed esultavano mentre la maggior parte del pubblico era ancora sotto shock – avevano suscitato inquietudine e persino indignazione. Oggi persino questo si è normalizzato, nell’ambito della campagna elettorale della destra, ufficialmente iniziata ieri.
+972 Magazine ha contattato la polizia e l’esercito israeliani per un commento. L’ufficio del portavoce della polizia ci ha rimandati all’ufficio del portavoce dell’esercito, il cui commento verrà aggiunto qui non appena ricevuto.
Oren Ziv
Oren Ziv è fotogiornalista, reporter per Local Call [edizione israeliana di +972, ndt.] e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills [collettivo di fotografi impegnati nella copertura di lotte sociali e politiche in Israele-Palestina, spesso legate ai diritti umani e al conflitto israelo-palestinese, ndt.].
(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)


