Amos Harel
7 ottobre 2026 Haaretz
Il collasso dell’intelligence e della sicurezza di Israele resta irrisolto e i funzionari che hanno ignorato gli avvertimenti sull’attacco di Hamas sono ancora al loro posto. Mentre il governo di Netanyahu rimanda un’inchiesta indipendente, la guerra infuria e le ferite non si sono ancora rimarginate
A tre anni da quel sabato, l’attacco di Hamas contro le comunità e le installazioni militari nei pressi del confine con Gaza rimane, per molti versi, inconcepibile. L’attacco in sé è stato di portata eccezionale e le sue catastrofiche conseguenze hanno messo in luce la gravità del fallimento dell’apparato di difesa, delle istituzioni statali e del governo ai massimi livelli. In risposta, Israele ha intrapreso una guerra su più fronti, nessuno dei quali ha portato alla vittoria o anche solo alla fine delle ostilità. Nemmeno i duri colpi inferti da Israele ai suoi nemici sono riusciti a sottrarre il Paese alla palude strategica in cui è intrappolato, né a rimarginare le ferite di quel giorno.
Il nome scelto da Hamas per il suo piano d’attacco, “Alluvione di Al-Aqsa”, si è rivelato purtroppo quanto mai appropriato. Yahya Sinwar, Mohammed Deif e la ristretta cerchia di alti funzionari militari che lo pianificarono in segreto concepirono l’attacco come una sorta di tsunami destinato a infrangere le barriere erette da Israele attorno alla Striscia di Gaza – la recinzione e la barriera sotterranea costruite lungo il confine – e a travolgere le comunità di frontiera.
L’idea di base iniziò a prendere forma qualche anno dopo il rilascio di Sinwar da una prigione israeliana nel 2011 e il suo ritorno nella Striscia di Gaza. Tra il 2016 e il 2021, quel ristretto gruppo di pianificatori elaborò diverse versioni del piano operativo, alcune delle quali giunsero a conoscenza dell’intelligence israeliana. L’esercito lo battezzò “Mura di Gerico”, ma ben poco fu fatto per sventarlo o per prepararsi all’eventualità che venisse attuato.
Questa grave negligenza fu in gran parte dovuta a quel fenomeno descritto – forse con eccessiva benevolenza – come “fallimento dell’immaginazione”. La maggior parte degli addetti all’intelligence che si occuparono della questione non comprese che Hamas faceva sul serio riguardo all’attuazione del piano e che lo avrebbe messo in atto non appena ne avesse ravvisato l’opportunità. L’apparato della difesa rimase ancorato alla sua arrogante visione di Hamas come un semplice gruppo terroristico dalle limitate capacità operative, convinto che la superiorità tecnologica e di intelligence di Israele avrebbe garantito tempo a sufficienza per prepararsi.
Le migliaia di persone che parteciparono al massacro – il Ministro della Difesa Israel Katz ha recentemente dichiarato che 4.000 dei 6.000 terroristi e civili coinvolti sono stati uccisi da Israele – concretizzarono la visione di un’invasione concepita dagli ideatori del piano. Nel giro di 15-30 minuti, la recinzione di confine fu violata in oltre cento punti e gli assalitori penetrarono negli insediamenti e nelle basi militari (strutture non progettate per resistere a un attacco). I difensori, numericamente insufficienti, si trovarono ad affrontare in molte località una schiacciante superiorità numerica, con rapporti di forza di 1 a 7 o 1 a 8. Pur combattendo eroicamente, spesso faticarono a fermare il massacro.
Essendo state colte completamente di sorpresa, la maggior parte di queste unità trascorse ore a cercare di respingere gli invasori dai propri accampamenti, mancando così di portare soccorso alle comunità civili che avrebbero dovuto proteggere. Quando le Forze di Difesa Israeliane iniziarono a riorganizzarsi e a inviare rinforzi verso sud, emersero ulteriori problemi. Hamas, ben preparata, aveva analizzato le vulnerabilità lungo le arterie stradali principali e predisposto imboscate che colsero di sorpresa le truppe di rinforzo, infliggendo pesanti perdite. L’enorme caos che regnava nell’area di confine, aggravato talvolta dall’esitazione nei comandi, causò ritardi significativi all’arrivo delle truppe presso le comunità stesse, dando origine all’interrogativo più diffuso e doloroso del 7 ottobre: dov’erano le IDF?
Questa domanda fu posta migliaia di volte, in telefonate disperate e nei gruppi WhatsApp. Più di una madre la digitò con le dita sanguinanti, mentre lottava per tenere chiusa la porta della stanza di sicurezza della propria casa nella speranza di salvare i figli.
Solo di recente, a oltre due anni dall’attacco, ho letto la spiegazione migliore e più sintetica di quel caos e della nebbia bellica di quella mattina, contenuta in un breve saggio accademico scritto da un ufficiale della brigata Golani, il maggiore A. All’epoca studente universitario, quel giorno fu richiamato in servizio nell’area delle operazioni. I battaglioni 51° e 13° della sua brigata, schierati lungo la linea del fronte, stavano affrontando la giornata più dura nella storia della Golani: ben 73 soldati caddero in combattimento e centinaia rimasero feriti. Con il permesso di A., riporto qui la sua testimonianza.
“Ho vissuto gli eventi a livello tattico”, scrive. “Non scrivo in qualità di ricercatore esterno, ma come qualcuno che è stato colto di sorpresa in tempo reale. Da quella posizione, tuttavia, si poteva vedere una konceptzia – termine ebraico spesso usato per descrivere le convinzioni preconcette sulla sicurezza regionale, poi infrante dalla Guerra dello Yom Kippur – sgretolarsi sul campo prima ancora di crollare per l’intero sistema. Nelle prime ore del 7 ottobre mi ritrovai in movimento, armato, cercando di comprendere ciò che vedevo. Non ero sotto shock nel senso emotivo del termine; la paura arriva dopo. Il momento iniziale era tutt’altra cosa: una sensazione di incongruenza. Gli eventi che si svolgevano attorno a me non rientravano in alcuno schema a me noto. Non si trattava solo di un episodio insolito o dell’ennesima infiltrazione locale. Era evidente che stesse accadendo qualcosa di molto più grande, ma le parole e i pensieri a mia disposizione non bastavano a concettualizzarlo.
Come ufficiale combattente mi sono formato professionalmente all’interno di un sistema che si esercita su scenari specifici: infiltrazione, ingaggio, escalation, lancio di razzi. Tutto è familiare, classificato e regolato da procedure. Ma quella mattina gli schemi precostituiti sono crollati in tempo reale. Non perché mancassero le procedure, ma perché la realtà ha superato qualsiasi quadro di plausibilità entro cui operavamo. Quel momento di incredulità non è soltanto un’esperienza personale, è una chiave per comprendere la natura della sorpresa. Il 7 ottobre non è stato solo un fallimento dell’intelligence e delle operazioni; è stato un fallimento cognitivo. I dati che si accumulavano non si sono tradotti in un cambio di paradigma. Anche dopo l’inizio dell’evento, è trascorso del tempo prima che il sistema, a vari livelli, abbandonasse l’ipotesi di una situazione ‘insolita ma riconoscibile’ per accettare la realtà di un’offensiva su larga scala.”
Col senno di poi
Volgendo lo sguardo indietro, a est verso la postazione che l’IDF ha recentemente costruito su Tell Ali Muntar – a est di Gaza City, oltre il vicino confine con Israele – è più facile comprendere cosa vi sia accaduto e cosa sia cambiato da allora.
Sulla sinistra si scorgono le antenne della base di Nahal Oz, finita nel mirino di un attacco di Hamas la mattina del 7 ottobre 2023. Cinquantatré soldati persero la vita nei combattimenti all’interno della base e dieci furono rapiti; sette di loro fecero poi ritorno vivi.
L’operazione pianificata da Hamas per conquistare la base fu eseguita con precisione.
“Ho servito per 18 anni nelle forze speciali della Marina”, racconta il colonnello Ido Kass, l’ufficiale che ha condotto l’inchiesta sulla battaglia svoltasi in quel luogo. “Forse una sola volta mi è capitato di vedere un dossier operativo paragonabile, per profondità e ampiezza, a quello preparato da Hamas per l’attacco alla base. Hanno messo a punto una operazione speciale di intelligence contro di noi. È stato impressionante e doloroso”.
A destra della base si scorgono le abitazioni del kibbutz Nahal Oz. La mattina del massacro solo un esiguo numero di soldati e membri della squadra di sicurezza del kibbutz combatté per difenderlo perché la battaglia in corso presso la base adiacente rese quasi impossibile per il kibbutz ricevere soccorsi durante le prime ore. Quindici israeliani furono uccisi nel kibbutz, otto vennero rapiti e portati a Gaza e sei fecero ritorno vivi lo scorso anno. La maggior parte dei residenti nell’ultimo anno è rientrata, ma l’opera di recupero è ancora in pieno svolgimento. Come per altre comunità in prima linea lungo il confine con Gaza, i campi sono stati coltivati per tutta la durata del conflitto, fino all’ultimo dunam adiacente alla recinzione.
Una catena di oltre 40 avamposti dell’IDF funge ora da cuscinetto tra i residenti israeliani della zona di confine con Gaza e i terroristi di Hamas, una conseguenza diretta della guerra. La maggior parte di questi avamposti è stata costruita un chilometro all’interno della Striscia di Gaza, lungo le alture note come “Crinale 70”. Il conflitto prosegue, sebbene con un’intensità ridotta rispetto al passato, ma oggi si svolge principalmente all’interno della Striscia. L’imponente opera di ricostruzione realizzata sul versante israeliano del confine contrasta nettamente con la situazione sul lato palestinese. Il quartiere di Shujaiyeh è stato completamente distrutto e la stragrande maggioranza dei suoi abitanti è stata costretta ad abbandonarlo, fatta eccezione per alcune centinaia di miliziani e delle loro famiglie collaborazionisti con Israele.
In Israele, tuttavia, i consigli regionali locali riferiscono che, a oggi, quasi il 90% dei residenti ha fatto ritorno alle proprie abitazioni. La maggior parte di coloro che nutrono ancora riserve sul rientro probabilmente non tornerà mai più. Vi sono anche molte famiglie che, dopo il massacro, hanno scelto di stabilirsi lì definitivamente. Sperano che l’IDF abbia imparato la lezione e che, oltre a dispiegare forze all’interno della Striscia di Gaza, abbia anche migliorato la propria preparazione, rendendo difficile ad Hamas tentare di replicare il successo dell’attacco. Tuttavia, i dubbi e gli interrogativi non mancano: è improbabile che chiunque abbia trascorso molte ore rinchiuso nel suo rifugio di sicurezza possa tornare a fidarsi ciecamente dell’esercito.
Lo spettacolo teatrale Simple Actions prodotto dal teatro Habima ripercorre gli eventi precedenti a quella mattina. La trama è incentrata su una famiglia residente in un kibbutz della zona durante i nove mesi di proteste contro la riforma giudiziaria, nel periodo antecedente il 7 ottobre. Il giovane drammaturgo in residenza presso l’Habima, Yotam Gotal, ha saggiamente scelto di concludere la storia alla vigilia del massacro; il pubblico lascia la sala senza sapere quale sarà il destino dei personaggi nelle ore successive.
Eppure, man mano che lo spettacolo procede, si avverte un nodo alla gola e, quando su uno schermo appare la data del 6 ottobre, tra il pubblico si odono già i primi singhiozzi. A meno di tre settimane dalle elezioni, quella stessa sensazione di presagio che pervade le scene finali dello spettacolo sembra accompagnarci anche oggi.
Segnali di allarme
Con grande disappunto del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, nelle ultime settimane sono circolate diverse notizie, – basate su fonti palestinesi e arabe, – riguardanti avvertimenti che egli avrebbe ricevuto dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Egitto prima del massacro. Netanyahu nega categoricamente tali voci, arrivando persino a minacciare azioni legali per diffamazione. Tuttavia, nel frattempo, queste informazioni hanno trovato conferma in resoconti di media occidentali che hanno aggiunto ulteriori dettagli.
Tali rivelazioni non attenuano in alcun modo la responsabilità dei vertici dell’IDF e dello Shin Bet, i quali sottovalutarono la minaccia rappresentata da Hamas negli anni precedenti l’attacco a sorpresa e non colsero i segnali premonitori accumulatisi nei giorni e nelle ore immediatamente precedenti l’offensiva. Ciononostante, la responsabilità di Netanyahu in quel fallimento è totale. Ciò è dovuto sia al fatto che egli ha ricoperto la carica di Primo Ministro per 13 dei 14 anni e mezzo precedenti il 7 ottobre, sia alla politica del “divide et impera” adottata nei confronti della Cisgiordania e di Gaza. Ha inoltre ignorato i segnali d’allarme relativi a come il dissenso interno alla riforma della giustizia venisse percepito da Hamas, Hezbollah e Iran.
Gli avvertimenti ricevuti da Netanyahu prima del 7 ottobre
-
Avvertimento degli Emirati: Riferito inizialmente da Haaretz e successivamente confermato dal New York Times; il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed avvertì Netanyahu – circa dieci giorni prima del 7 ottobre – che Hamas stava pianificando un attacco su larga scala, esortandolo a considerare seriamente la questione.
-
Primo avvertimento egiziano: Riferito inizialmente da The Atlantic; il capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamel si recò segretamente in Israele il 26 settembre 2023, avvertendo che Hamas sembrava preparare un’offensiva di vaste proporzioni.
-
Ulteriori avvertimenti egiziani: Riportati da Yedioth Ahronoth e dal Wall Street Journal; Kamel chiamò Netanyahu nei giorni precedenti il 7 ottobre per segnalare gli indizi di un imminente attacco proveniente da Gaza.
La versione dei fatti fornita da Netanyahu appare incoerente. Egli sostiene che gli avvertimenti del presidente emiratino Mohamed bin Zayed e del capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamel non gli siano giunti direttamente. Ciò implica che non esclude la possibilità che altre segnalazioni siano effettivamente arrivate ai vertici israeliani. L’IDF e lo Shin Bet sospettano che egli abbia deliberatamente omesso di riferire le informazioni ricevute da tali fonti. La disputa sulla gestione di questi avvertimenti non fa che sottolineare la necessità di istituire una commissione d’inchiesta statale, dopo tre anni di ritardi e ostruzionismo deliberato da parte del governo.
Quei resoconti sollevano un ulteriore interrogativo. Si dice che le fonti che hanno lanciato gli avvertimenti abbiano messo in luce la disperazione di Sinwar, accennato a sviluppi imminenti atti a incidere sul rilascio di detenuti per motivi di sicurezza ed esortato Israele a compiere gesti di apertura economica verso Hamas: nello specifico, riprendere i trasferimenti dei fondi qatarioti precedentemente sospesi e aumentare il numero di permessi di lavoro in Israele concessi agli abitanti di Gaza. Nel frattempo, le proteste lungo la barriera di confine erano riprese. La crisi parve risolversi a fine settembre, quando Israele accolse le richieste e le manifestazioni cessarono.
Queste notizie sembrano avvalorare il sospetto che la leadership di Hamas stesse attuando una strategia di inganno volta a indurre in Israele un falso senso di sicurezza. Pur avendo lanciato degli avvertimenti, l’organizzazione aveva trasmesso ai vertici israeliani l’impressione che la situazione fosse tutto sommato gestibile e che la normalità fosse stata ripristinata lungo il confine. Con l’attenuarsi delle proteste, l’IDF concesse a un maggior numero di soldati di fruire di licenze in occasione della festività di Simchat Torah. Parallelamente, un’escalation di incidenti in Samaria portò al ridispiegamento di due compagnie di riservisti dell’unità Egoz dal Comando Meridionale alla Cisgiordania.
Mancano alcuni tasselli del puzzle: quale peso ha avuto, nei calcoli dell’organizzazione, la volontà della leadership di Hamas (e dell’Iran) di ostacolare l’accordo di normalizzazione in fase di definizione tra Israele e Arabia Saudita? Dopotutto, nell’ottica di Hamas, tale intesa rischiava di relegare la questione palestinese in secondo piano nell’agenda internazionale. Il Qatar — rivale dell’Arabia Saudita e contrario alla normalizzazione — era forse al corrente dei piani di Hamas? Ha incoraggiato i leader del gruppo ad agire?
Giustizia
Mentre il governo ha rimandato qualsiasi indagine, l’IDF sta quantomeno cercando di apprendere e mettere in pratica le lezioni relative al proprio ruolo nel disastro. Il Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir ha incaricato il Maggiore Generale Ori Gordin – già comandante del Comando Settentrionale durante i primi due anni di guerra – di coordinare l’attuazione delle conclusioni tratte dalle indagini dell’esercito sugli eventi del 7 ottobre e di esaminare quanto accaduto dall’8 ottobre in poi. Domenica, nel corso di una conferenza riservata agli alti comandi dell’IDF, sono stati illustrati 68 punti chiave emersi da tale analisi.
Una parte significativa di essi riguarda la revisione dei piani operativi, gli scenari relativi alle zone di confine e la struttura e l’organizzazione delle diverse unità. Tra le altre iniziative si sta procedendo alla creazione di unità di pronto intervento composte da riservisti locali (il Comando Settentrionale ne aveva già istituita una all’inizio del decennio, lo Squadrone Dvora, e ne è previsto a breve un ampliamento). È stata inoltre definita una strategia di fondo, in linea con l’orientamento del governo: l’esercito si adopererà, ove possibile, per creare fasce di sicurezza più ampie, capaci di proteggere gli insediamenti civili agendo direttamente all’interno del territorio nemico. Netanyahu ha trasformato le argomentazioni tecniche dell’IDF in una sorta di strategia generale; il Primo Ministro sostiene ora la necessità che le forze armate mantengano zone cuscinetto all’interno di Gaza, Libano e Siria, a prescindere dalle ripercussioni internazionali o dall’onere che ciò comporta per i riservisti.
Al di là delle cerimonie ufficiali e degli infiniti servizi televisivi sull’eroismo dei singoli soldati e delle unità combattenti – sembra che l’IDF sia tornato a usare quei superlativi e quella retorica che aveva promesso di abbandonare dopo il massacro – è emerso un gesto importante. Zamir ha conferito un encomio per “coraggio intellettuale e professionalità” a V., la militare di carriera dell’Unità 8200 di cui i superiori avevano ignorato gli avvertimenti lanciati alla vigilia della guerra: la soldatessa aveva segnalato che Hamas si stava esercitando per quella che lei aveva identificato come l’operazione “Mura di Gerico”.
Per una coincidenza significativa – e certamente simbolica – l’encomio è arrivato il giorno successivo alla vicenda che ha coinvolto il tenente colonnello Aryeh Amidror, ufficiale dell’intelligence della Divisione Gaza dell’IDF e tra coloro che avevano sottovalutato gli avvertimenti di V. Amidror aveva tentato invano, per via giudiziaria, di impedire che il suo nome venisse reso pubblico per evitare la fine della propria carriera militare. Tuttavia, l’indignazione dell’opinione pubblica e dei media nei suoi confronti rischia di far perdere di vista il quadro generale: i problemi che hanno reso possibile il più grave disastro militare nella storia dello Stato sono troppo vasti per poter essere attribuiti a un singolo tenente colonnello, per quanto esecrabile possa essere stata la sua condotta.
Sebbene l’intera vicenda richieda un’indagine approfondita e autorevole, l’IDF ha compiuto un passo nella giusta direzione quando Zamir ha reso giustizia a V., chiarendo ai comandanti che non è possibile soffocare opinioni o interpretazioni divergenti solo perché provenienti da ufficiali di grado inferiore.
(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)
