Siamo sopravvissuti alla guerra, forse non sopravviveremo al cessate il fuoco

I parenti della famiglia Abu Shaaban uccisi il 18 ottobre da un missile esprimono il loro dolore intorno alle salme dei loro cari. Foto: Mohammed Saber/EPA
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Sara Awad

25 ottobre 2025 Al Jazeera

Anche se è in corso un cessate il fuoco, ogni giorno Israele continua a uccidere palestinesi a Gaza

Domenica scorsa sono uscita dalla tenda della mia famiglia ad az-Zawayda, nella Striscia di Gaza centrale, e mi sono diretta al vicino Twix Cafe, uno spazio di coworking per freelance e studenti. Erano passati dieci giorni dall’annuncio del “cessate il fuoco” e ho pensato che finalmente fosse sicuro uscire. Avventurarmi fuori avrebbe dovuto essere un passo verso la riconquista di una piccola parte della mia vecchia vita.

Io e mio fratello eravamo quasi arrivati ​​al caffè quando abbiamo sentito un suono molto familiare: il rombo di un’esplosione. Un drone israeliano aveva colpito l’ingresso del Twix Cafe.

Mi sono bloccata. Ho pensato: ci siamo, è il mio turno. Non sopravviverò a questa guerra.

Tre persone sono state uccise e molte altre sono rimaste ferite. Se io e mio fratello avessimo lasciato la tenda di famiglia qualche minuto prima anche noi avremmo potuto essere tra le vittime.

Mentre la notizia si diffondeva la mia famiglia è andata nel panico, chiamandoci ripetutamente. Il segnale era debole e nonostante i loro tentativi non riuscivano a contattarci. Siamo riusciti a consolare la mamma solo quando siamo tornati alla tenda.

Mi sono chiesta: che specie di “cessate il fuoco” è questo? Ho provato più rabbia che paura.

Quando l’accordo di cessate il fuoco è entrato in vigore e i leader stranieri ci hanno detto che la guerra era finita, molti di noi hanno osato sperare. Pensavamo che le esplosioni sarebbero finalmente cessate, che avremmo potuto iniziare senza paura a ricostruire le nostre vite distrutte.

Ma non c’è questa speranza sotto l’occupazione israeliana. La violenza non finisce mai davvero. Quel giorno, quando l’esercito israeliano ha bombardato il Twix Cafe, ha bombardato anche decine di altri luoghi in tutta la Striscia di Gaza, uccidendo almeno 45 persone e ferendone molte altre.

È stato il giorno più letale dall’entrata in vigore del cessate il fuoco. Non è passato giorno senza vittime; Israele continua a uccidere ogni giorno. Ad oggi più di 100 palestinesi sono stati assassinati da quando è stato annunciato il cosiddetto cessate il fuoco.

Tra loro c’erano 11 membri della famiglia Abu Shaaban. Il massacro è avvenuto il 18 ottobre, il giorno prima del bombardamento più massiccio. Gli Abu Shaaban stavano cercando di tornare a casa loro, nel quartiere Zeitoun di Gaza City, a bordo di un veicolo. Una bomba israeliana ha ucciso quattro adulti: Sufian, Samar, Ihab e Randa e sette bambini: Karam, 10 anni, Anas, 8, Nesma, 12, Nasser, 13, Jumana, 10, Ibrahim, 6, e Mohammed, 5.

Domenica, con l’inizio dei bombardamenti di massa, panico e insicurezza si sono diffusi in tutta la Striscia. Mentre le esplosioni continuavano, la gente si è precipitata nei mercati per procurarsi tutto il cibo che poteva permettersi, preparandosi alla guerra e di nuovo alla fame.

È stato straziante vedere come, tra le bombe, la mente delle persone si concentrasse automaticamente sul cibo. Sembra che abbiamo perso per sempre la sensazione di sicurezza, di sapere che domani avremo del cibo in tavola.

E sì, siamo ancora costretti ad acquistare il nostro cibo perché Israele non solo viola il “cessate il fuoco” bombardandoci, ma anche trattiene gli aiuti che ha sottoscritto avrebbe permesso. Almeno 600 camion di aiuti avrebbero dovuto entrare a Gaza al giorno. Secondo il Gaza Media Office, solo 986 camion di aiuti sono entrati a Gaza dall’entrata in vigore del cessate il fuoco l’11 ottobre, appena il 15% di quanto promesso. Il Programma Alimentare Mondiale (WFP) ha visto autorizzati a entrare solo 530 dei suoi camion. L’UNRWA ne ha 6.000 in attesa di entrare; nessuno è stato autorizzato.

Ieri il portavoce del WFP ha affermato che nessun grande convoglio di aiuti è entrato a Gaza City; Israele non ha ancora concesso all’agenzia il permesso di utilizzare Salah al-Din Street. La politica israeliana di affamare il nord di Gaza è ancora in atto.

Il valico di frontiera di Rafah con l’Egitto – il nostro unico sbocco verso il resto del mondo – rimane chiuso. Non sappiamo quando riaprirà, quando alle migliaia di feriti sarà consentito di attraversare il confine per ricevere cure mediche urgenti, quando gli studenti potranno partire per continuare gli studi, quando le famiglie divise dalla guerra saranno riunite, quando coloro che amano Gaza – coloro che hanno aspettato così a lungo per tornare a casa – potranno finalmente tornare.

È ormai chiaro che Israele sta trattando questo “cessate il fuoco” come un interruttore, da accendere e spegnere a suo piacimento. Domenica siamo tornati ai bombardamenti massicci, lunedì è stato di nuovo un “cessate il fuoco”. Come se nulla fosse accaduto, come se 45 persone non fossero state massacrate, come se nessuna casa fosse stata distrutta e nessuna famiglia fosse stata dilaniata. È devastante vedere le nostre vite trattate come se non contassero nulla. È straziante sapere che Israele può riprendere gli omicidi di massa quando vuole, senza preavviso, senza giustificazioni.

Questo cessate il fuoco non è altro che una pausa in quella che ora crediamo sarà una guerra senza fine – un momento di silenzio che può finire in qualsiasi momento. Rimarremo in balia di un occupante omicida finché il mondo non riconoscerà finalmente il nostro diritto alla vita e non agirà concretamente per garantirlo. Fino ad allora, rimarremo numeri nei titoli dei giornali sull’infinita furia omicida di Israele.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera

Sara Awad è una studentessa di letteratura inglese, scrittrice e narratrice che vive a Gaza. Catturando con passione esperienze umane e problematiche sociali, Sara usa le parole per far luce su storie spesso inascoltate. Il suo lavoro esplora temi di resilienza, identità e speranza in tempo di guerra.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)