Gli agricoltori di Gaza iniziano il duro lavoro di ricostruzione di un settore agricolo devastato dal genocidio israeliano.

Sullo sfondo le immagini della distruzione di Nuseirat. Foto: Hassan Jedi/APA Images
image_pdfimage_print

Ansam al-Qitaa

8 giugno 2026 – Mondoweiss

I due appezzamenti di terreno che Jalal Arafat possiede da decenni si trovano ai lati opposti della linea che ha ridisegnato la mappa di Gaza dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Uno è fuori dalla sua portata, a tre metri da quella che ora è conosciuta come la “Linea Gialla”, che taglia Gaza approssimativamente a metà. L’altro, 800 metri più lontano, venne utilizzato da Israele come sede di baracche militari durante l’invasione del quartiere di al-Zaytoun a Gaza City.

Dopo una pausa delle ostilità nei pressi del secondo appezzamento, Arafat, nonostante gli avvertimenti, vi fece ritorno. L’area era stata ridotta a quello che lui stesso descrisse come “dune di sabbia distrutte”. Nonostante questa tremenda condizione, con l’aiuto dei figli bonificò il terreno, lo livellò e piantò fichi e ulivi, scelti per il loro scarso fabbisogno idrico e per la loro capacità di sopravvivere con l’acqua che arriva dal sottosuolo.

In tutta la Striscia assediata decine di agricoltori stanno facendo lo stesso. Tornano a piedi nei campi ricoperti di macerie, cingoli di carri armati e ordigni inesplosi. Trasportano l’acqua sulle spalle per lunghe distanze. Lo fanno perché per molti questo è tutto ciò che rimane loro.

Alcuni sono sostenuti in questa impresa dal Ministero dell’Agricoltura di Gaza, che a maggio ha avviato un progetto di bonifica d’emergenza nei quartieri meridionali di Gaza di al-Mughraqa, al-Sheikh Ajleen e in alcune zone di al-Zaytoun, in collaborazione con la Palestinian Agricultural Relief Society, l’Agricultural Relief Society, la Cooperative Association for Grape and Vegetable Producers e Oxfam.

L’obiettivo è rimettere in produzione 400 ettari e sostenere centinaia di agricoltori nella prima fase, ripristinando tra il 60 e il 70% della loro capacità produttiva prebellica. I lavori iniziano con lo sminamento per garantire che i terreni siano privi di ordigni inesplosi, seguito da livellamento, aratura, fertilizzazione e piantumazione.

“L’albero, se riceve cure, acqua e ciò di cui ha bisogno per crescere, sopravvive”, ha dichiarato Arafat, che ha aderito all’iniziativa, a Mondoweiss. E così fa l’essere umano. Dal nulla può costruire una nuova vita e rimettere in sesto tutto ciò che l’occupazione ha distrutto.”

Un’operazione di recupero coordinata

Ad al-Zaytoun le squadre della Palestinian Agricultural Relief Society hanno rimosso le macerie da 66 dunam (6,6 ettari) di terreno agricolo dove all’inizio dell’anno non era rimasta una sola piantina.

Hanno riaperto le strade agricole sepolte sotto i detriti, ripristinato i pozzi e posato le condutture idriche, consentendo agli agricoltori di tornare ai campi che avevano abbandonato durante la guerra. Nel giro di pochi mesi zucchine e cetrioli sono ricominciati a crescere su terreni che erano stati dati per spacciati.

“La distruzione non si è limitata ai terreni agricoli. Ha colpito le infrastrutture agricole, l’allevamento e la pesca, e ha influito direttamente sulla capacità produttiva del settore”, ha affermato Noha al-Sharif, responsabile per la comunicazione e la difesa dei diritti presso la Palestinian Agricultural Relief Society a Gaza.

L’organizzazione sta lavorando anche ad al-Sheikh Ajleen, il distretto viticolo a sud di Gaza City.

«Nella prima fase ci siamo rivolti ad almeno 150 agricoltori e ora stiamo ampliando il progetto per includerne di nuovi», afferma al-Sharif.

L’associazione ha fornito fertilizzanti, nutrienti e componenti per l’irrigazione di provenienza locale, e le piantine di vite stanno tornando a popolare i terreni che erano stati completamente devastati. Un lavoro simile è in corso nella parte settentrionale di Gaza City, nelle zone di al-Zarqa e al-Amn al-Aam.

Secondo al-Sharif la Palestinian Agricultural Relief Society ha creato circa 240 orti domestici all’interno delle case distrutte dove le famiglie sono tornate, fornendo piantine, semi e serbatoi d’acqua in modo che gli abitanti possano coltivare ortaggi e verdure a foglia verde per il proprio consumo.

«Questo ha alleviato il peso economico sulle famiglie, riducendo la necessità di acquistare verdure al mercato, con prezzi così alti e merci così scarse», dice al-Sharif.

L’organizzazione, con l’aiuto di partner internazionali, sta inoltre introducendo l’agricoltura all’interno degli stessi campi profughi. Hanno creato orti nei pressi e allinterno dei campi in gran parte dei distretti di Gaza, hanno fornito agli abitanti gli attrezzi e i materiali necessari per la loro manutenzione e hanno collaborato con i responsabili dei campi profughi per integrare la coltivazione di prodotti alimentari nella vita quotidiana.

Sono stati organizzati seminari di sensibilizzazione rivolti alle famiglie i cui figli mostrano segni di malnutrizione, per spiegare come utilizzare gli alimenti nel modo più nutriente possibile.

Abbiamo voluto trasformare i campi da luoghi estenuanti e psicologicamente logoranti in ambienti più vivaci, introducendovi spazi verdi e attività agricole”, dichiara a Mondoweiss.

L’organizzazione sta pianificando interventi più estesi nel prossimo futuro, ma al-Sharif sottolinea che la ripresa di cui il settore agricolo di Gaza ha bisogno non può essere raggiunta solo con l’improvvisazione locale: “Il successo di questi sforzi richiede un’azione internazionale urgente per esercitare pressioni sull’ingresso di beni agricoli a Gaza, tra cui sementi, fertilizzanti, attrezzature e reti di irrigazione, in modo che gli agricoltori possano ripristinare la loro capacità di produrre e preservare ciò che resta della sicurezza alimentare nella Striscia”.

Al di là di ciò che gli sforzi locali possono risolvere

Israele continua a impedire l’ingresso a Gaza di fertilizzanti, sementi, reti di irrigazione e macchinari, lasciando che gli sforzi di ripresa rimangano a carico di ciò che si può recuperare dalle risorse locali.

Secondo l’Ufficio stampa del governo di Gaza il 96% dei terreni agricoli coltivati ​​è crollato da 9.300 ettari prima della guerra a 400 ettari oggi. Le perdite dirette per il settore agricolo e zootecnico sono stimate in 2,8 miliardi di dollari, con il 94% dei terreni agricoli danneggiati e l’85% delle serre distrutte.

Gli agricoltori descrivono prezzi che hanno reso impossibile una ripresa autonoma. Una confezione da 250 grammi di pesticida è passata da 500 shekel (149 euro) a 3.000 shekel (892 euro). Un carico di fertilizzante è passato da 1.000 shekel (298 euro) a 20.000 shekel (5.951 euro).

Secondo una recente valutazione della ricostruzione condotta dalla Banca Mondiale la sola ripresa dei sistemi agricoli e alimentari di Gaza costerà circa nove miliardi di dollari [7,80 miliardi di euro, ndt.], gran parte dei quali destinati a sfamare la popolazione di Gaza fino alla ricostruzione della produzione locale.

Samaher Abu Jameh, un’agricoltore, ha affermato che la guerra ha distrutto la maggior parte dei terreni e delle infrastrutture agricole di Gaza, lasciando vaste aree incoltivabili a causa di munizioni inesplose e detriti pericolosi. “Il protrarsi della guerra, l’impossibilità per gli agricoltori di accedere alle proprie terre e la mancanza di un adeguato sostegno hanno portato a un calo significativo della produzione agricola e hanno impedito a molti di continuare il proprio lavoro”, ha dichiarato.

Le forze israeliane, aggiunge Abu Jameh, hanno preso il controllo di vaste aree a est di Salah al-Din Road. Gli impianti solari che alimentavano le pompe idrauliche sono stati distrutti insieme ai pozzi. Serre, attrezzi, pesticidi, fertilizzanti, sementi e piantine scarseggiano. Molti agricoltori sono costretti a utilizzare attrezzature vecchie e danneggiate non avendo altro a disposizione.

Le analisi satellitari della FAO e dell’UNOSAT mostrano che il 98% delle aree coltivate ad alberi a Gaza è stato distrutto, insieme al 90% delle serre e all’82,8% dei pozzi agricoli. Prima della guerra il settore agricolo impiegava circa 560.000 persone.

“Gli agricoltori di Gaza stanno vivendo una vera catastrofe che minaccia la sicurezza e sovranità alimentare”, ha affermato Saed Ziada, coordinatore del settore agricolo presso la rete delle organizzazioni non governative palestinesi. “Quasi tutti faticano a trovare una fonte di reddito in condizioni economiche disastrose”.

Ziada cita la recente iniziativa a sostegno del settore attraverso il recupero dei terreni, la distribuzione di sementi, le reti di irrigazione e altre forme di supporto in natura e finanziario. Tuttavia afferma che l’entità di questi aiuti rimane ben al di sotto del necessario.

“Le istituzioni sono presenti in un modo o nell’altro, nonostante i finanziamenti limitati”, dice. “Ma i bisogni sono di gran lunga superiori alle risorse disponibili”.

Gli agricoltori che non possono ricominciare

Rushdi Ayyad, un agricoltore di Al-Zaytoun, possiede 11 dunam (1,1 ettari) di terreno agricolo, ora a circa 800 metri dalla Linea Gialla, che sono stati distrutti. Non riesce a raggiungere la zona da quasi due anni e mezzo, essendo stato sfollato con la forza a Deir al-Balah, nel centro della Striscia..

Non ci sono le condizioni essenziali per la vita né per ripristinare le coltivazioni” afferma. “Non c’è una fonte di reddito che ci aiuti a bonificare la terra e nessuna concreta possibilità di ricominciare”

Il terreno ospitava alberi di oltre 25 anni, da cui lui, la sua famiglia e diversi lavoratori dipendevano come unica fonte di reddito. Tra le perdite più dolorose c’è un ma’rish, un pergolato per viti, di tre dunam (0,3 ettari), la cui costruzione gli era costata circa 40.000 dollari [35.000 euro, ndt.].

E poi c’è il costo del recupero. Anche la bonifica dei terreni dai detriti militari, afferma, è al di là delle possibilità di qualsiasi agricoltore.

“Viviamo già al di sotto della soglia di povertà”, dichiara a Mondoweiss. “Oggi dipendiamo da una takiya [una mensa comunitaria] solo per mangiare”.

Nel corso di sei guerre e incursioni tra il 2008 e il 2021 Ayyad era riuscito ogni volta a riacquisire la sua terra e a ricominciare da capo.

“Questa volta è completamente diverso”, dice. “Non posso ricominciare da capo.”

Ziada afferma che il legame dei palestinesi con la terra racchiude dimensioni di identità, appartenenza e tenacia.

La maggior parte dei terreni agricoli ancora coltivati, spiega, si trova nelle zone più vicine alla Linea Gialla, ma “nonostante il pericolo di raggiungerla, qualsiasi agricoltore che riesca ad arrivare alla propria terra e a procurarsi acqua e beni di prima necessità si affretterà a coltivarla, perché abbiamo urgente bisogno di una fonte di reddito per noi stessi e per le nostre famiglie”.

Le indagini effettuate dalla sua rete rivelano che molti agricoltori si sono indebitati o hanno venduto parte delle loro proprietà per acquistare beni agricoli nella speranza di provvedere al cibo per le loro famiglie e a una fonte di reddito che li aiuti a sopravvivere.

“E poi c’è la paura che incombe su ogni solco tracciato”, spiega. «Un contadino potrebbe seminare, aspettare il raccolto e poi vedere una nuova incursione o operazione militare costringerlo alla fuga, con la perdita del raccolto di un’intera stagione».

Nonostante tutto questo Arafat continua a seminare. Parla della terra di sua madre e di suo padre, il luogo da cui trae il pane quotidiano.

Vede la distruzione come un altro capitolo di quello che ha definito «un piano metodico per distruggere il settore agricolo», parte di un modello più ampio di sfollamento e costruzione di insediamenti iniziato nel 1948, che a suo dire mira a «sradicare i palestinesi dalla loro terra».

Ma «il contadino palestinese non conosce altra via se non l’agricoltura, che ha ereditato dai suoi padri e nonni», spiega. «Vogliamo investire nella terra. La terra, per sua natura, genera. L’albero porta il frutto e il frutto ci restituisce vita e benessere».

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Egab [piattaforma globale che offre supporto editoriale ai giornalisti locali, ndt.]

Ansam al-Qitaa è una giornalista palestinese di Gaza che lavora nel giornalismo cartaceo, radiofonico e mobile. Appassionata di storie di interesse umano e desiderosa di mettere in luce le difficoltà delle persone, crede nel potere delle parole e delle immagini di generare un cambiamento.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)