Karim Khan è stato tolto di mezzo perché ha osato chiedere conto a Israele delle sue azioni

L'ex procuratore capo della Corte Penale Internazionale Karim Khan. Foto: AFP
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David Hearst

27 luglio 2026 Middle East Eye

Il nome di Khan sarà per sempre legato ai mandati di arresto spiccati contro Netanyahu e Gallant – la risposta più seria che la comunità internazionale abbia dato al genocidio di Gaza.

Tra le numerose reazioni seguite alla prevedibile destituzione venerdì del Procuratore Capo Karim Khan dalla Corte Penale Internazionale (CPI) è emerso un post rivelatore.

A scriverlo è stato Danny Danon, ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, che ha ammonito il sindaco di New York Zohran Mamdani.

Mamdani aveva appena definito il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu un criminale di guerra che avrebbe dovuto essere arrestato alla sua prossima visita sul suolo statunitense, pur ammettendo di non avere i poteri per farlo.

Danon ha ribadito l’affermazione – che sembrerebbe essere ora stata confermata – secondo cui Khan avrebbe utilizzato i mandati di arresto contro Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa per insabbiare le proprie presunte molestie sessuali.

Come ha chiarito l’inchiesta di Middle East Eye, Khan ha emesso i mandati di arresto, meticolosamente preparati, sei settimane prima ancora di essere a conoscenza delle accuse.

Ma la verità e il giusto processo non hanno trovato spazio nella campagna durata 18 mesi per rimuovere Khan, che ha incluso

– una campagna mediatica su Wall Street Journal, Associated Press, The Guardian e, più recentemente, CNN;

– degli avvertimenti privati ​​da parte di David Cameron, allora ministro degli Esteri, che gli disse che la Gran Bretagna avrebbe tagliato i fondi alla Corte Penale Internazionale e si sarebbe ritirata dallo Statuto di Roma se fossero stati spiccati i mandati di arresto;

– senatori repubblicani che gli dissero: “Prendi di mira Israele e noi prenderemo di mira te”;

l’essere indicato pubblicamente come sospettato dal presidente dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP) dell’ONU, il finlandese Paivi Kaukoranta, prima ancora di aver avuto la possibilità di difendersi.

Danon ha minacciato Mamdani della stessa sorte di Khan. “@NYCMayor Zohran Mamdani, prendi nota: usare Israele come arma politica non ti proteggerà dalle tue colpe”, ha scritto Danon.

Un nuovo precedente

In passato Israele preferiva agire dietro le quinte. Quando ha cercato di fare pressione sulla predecessora di Khan, la procuratrice capo Fatou Bensouda, lo ha fatto con discrezione.

L’ex procuratrice ha raccontato in un’intervista ad Al Jazeera un incontro con l’allora capo del Mossad, Yossi Cohen, in un hotel di New York durante una riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

“Era chiaro che non volevano che le indagini sulla situazione in Palestina continuassero”, ha affermato. “Questo è il punto fondamentale”.

Alla domanda se Cohen le avesse detto che Israele si sarebbe potuto “occupare” di lei e l’avesse avvertita che procedere avrebbe potuto compromettere la sicurezza della sua famiglia, Bensouda ha risposto: “Sì, l’ha detto”.

Ma questa campagna per rimuovere Khan ha creato un nuovo precedente. Israele si è assunto la responsabilità fin dall’inizio e non ha fatto alcun tentativo di nascondere a Khan stesso o al mondo esterno di essere dietro alle accuse.

Il Mossad ha inviato una squadra all’Aia, dove Khan risiede, per intimidirlo. Ha fatto recapitare dei messaggi a Khan tramite un avvocato britannico, anche se quest’ultimo ha dichiarato a MEE di parlare solo a titolo personale.

Infine Netanyahu stesso “ha rivelato” che altre quattro donne si stavano preparando a testimoniare contro Khan. Questo accadde poche ore prima che il Guardian affermasse che una seconda donna stava per farsi avanti.

L’affermazione di Netanyahu non si è mai avverata.

Khan rimase fermo sulle sue posizioni e sulla sua convinzione che la Corte Penale Internazionale, proprio lei tra tutti i tribunali, avrebbe rispettato il giusto processo. Questa fiducia sembra essere stata mal riposta.

Le accuse contro Khan sono state oggetto di indagine per oltre un anno da parte dell’Office of Internal Oversight Services [OIOS, organo delle Nazioni Unite responsabile della supervisione interna, ndt.] L’OIOS ha formulato 137 conclusioni, nessuna delle quali configurava una condotta scorretta, tanto meno sessuale.

Le prove raccolte dall’OIOS sono state poi meticolosamente esaminate da un collegio di tre giudici internazionali di alto livello nominati dall’ASP.

Questo collegio giudiziario ha stabilito che le conclusioni dell’OIOS “non dimostrano alcuna condotta scorretta o inadempienza” da parte di Khan. Hanno utilizzato gli stessi criteri probatori impiegati proprio dalla Corte Penale Internazionale (CPI).

A quel punto, l’ASP ha avviato una campagna per sabotare il rapporto redatto dai giudici da essa stessa nominati.

Un processo farsa

Soffermiamoci un momento sull’ultimo punto.

Stiamo parlando di un tribunale. In cui i giudici vengono nominati per la loro abilità nel vagliare e valutare le prove.

E poi abbiamo un Ufficio politico formato da ex diplomatici nominati dagli Stati membri che ha deciso di ignorare il parere legale dei loro giudici più titolati e di riaprire il caso in un tribunale farsa, tutto per conto proprio.

Immaginate quale sarebbe stata la reazione dei governi occidentali se il presidente russo Vladimir Putin, contro il quale Khan ha anche emesso un mandato di arresto, avesse fatto le stesse mosse di Netanyahu per fare pressione sugli Stati membri della CPI.

Ma è stato persino peggio.

Per licenziare Khan l’Ufficio dell’Assemblea degli Stati Parte, l’organo di governo della Corte, ha dovuto negare a lui e ai suoi avvocati il ​​giusto processo, e anzi rifiutare del tutto un qualche processo.

Ed è successo anche che alcuni membri dell’Ufficio abbiano affermato privatamente alla querelante e tra di loro che la carriera di Khan era finita, che abbiano cambiato l’accusa per la quale doveva essere destituito senza sottoporgliela e che abbiano modificato le regole di voto.

Margaretja Kassangana, diplomatica polacca e vicepresidente dell’Assemblea degli Stati Parte, ha incontrato privatamente l’accusatrice di Khan per discutere del caso prima che, alla fine del 2024, l’Ufficio deferisse la questione all’Ufficio degli Stati Parte dell’ONU.

Un’altra persona appartenente all’Ufficio, l’ambasciatrice ugandese Mirjam Blaak, è stata sentita dire a un collega di credere che Khan “potrebbe non tornare”, descrivendo l’accusatrice come una conoscenza personale.

Nella mia intervista con lui, Khan ha affermato che l’Ufficio si stava inventando tutto al momento. “È un Khan-processo creato apposta … specifico per me.”

Nella votazione per la sospensione di Khan l’Ufficio ha riscontrato che questi aveva commesso “gravi irregolarità”. La decisione, visionata da MEE, accusava Khan di aver avuto una relazione sessuale con la querelante, ritenuta inappropriata a causa dello squilibrio di potere tra i due.

Questa accusa non era mai stata formalizzata nei confronti di Khan. Era stato accusato prima di aver toccato la querelante, poi di stupro, ma mai di aver avuto una relazione sessuale consensuale.

La testimonianza della querelante si concentrava su una condotta non consensuale. L’Ufficio lo ha licenziato sulla base di un’accusa che non gli era mai stata mossa.

Per assicurarsi che la pubblica condanna del loro Procuratore capo si svolgesse come previsto, l’Ufficio ha modificato la procedura di votazione, passando da una votazione a due fasi a una votazione unica, in modo da impedire all’ASP di formulare una propria interpretazione della presunta irregolarità.

Tre campi

La campagna per la rimozione di Khan ha diviso gli osservatori in tre schieramenti: coloro che credevano nella sua innocenza e che l’intero processo fosse stato orchestrato da Israele, coloro che credevano nella sua colpevolezza e che stesse utilizzando i mandati d’arresto come copertura e un gruppo intermedio che non riteneva Khan un “Procuratore credibile” nonostante lo fosse la sua condotta professionale come Procuratore, e che la sua rimozione avrebbe permesso l’esecuzione dei mandati da lui emessi.

Questa era l’opinione di Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch. Roth ha dichiarato alla CNN che, poiché i mandati erano opera di un team di procuratori e approvati da tre giudici nella camera preliminare avrebbero dovuto essere eseguiti.

Dopo la rimozione di Khan l’ufficio del Procuratore della CPI ha affermato che il lavoro sarebbe continuato senza interruzioni. La CPI ha più di una dozzina di indagini attive in Ucraina, Darfur, Libia e Afghanistan.

Come riferito da MEE, ad aprile l’ufficio aveva richiesto un mandato d’arresto per il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich e un altro era in fase di preparazione per il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir.

Tali richieste erano pronte prima che Khan andasse in congedo nel maggio 2025 e da allora non è successo nulla.

I mandati originali contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant rimangono in vigore e solo i giudici possono revocarli. Israele ha presentato una serie di ricorsi legali e due di questi sono ancora pendenti.

Il più importante è che la Corte non avrebbe giurisdizione sui suoi cittadini poiché Israele non è uno Stato parte dello Statuto di Roma.

La questione è ora al vaglio della Camera d’Appello e di una camera inferiore e una risposta definitiva potrebbe non arrivare prima del 2027.

In una delle tante offerte per convincere Khan a fare marcia indietro, è stato suggerito di permettere al Procuratore capo di “far marcia indietro”. È stato proposto che Khan riclassificasse i mandati come riservati. Ciò consentirebbe a Israele di contestarli in privato.

Per quanto ne sappiamo, tutte le attività relative a Israele all’interno della CPI sono state bloccate.

Due viceprocuratori, Nazhat Shameem Khan delle Fiji e Mame Mandiaye Niang del Senegal, continuano a dirigere l’ufficio. Entrambi i viceprocuratori sono stati sanzionati dagli Stati Uniti per aver mantenuto attivi i mandati di arresto di Netanyahu e Gallant dopo aver assunto la direzione dell’ufficio.

Quelli in prima linea nella campagna per sbarazzarsi di Khan ora si vantano di volere altre vittime.

Chi sarà il prossimo?

Tra questi spicca il Dipartimento di Stato americano. Il suo portavoce Tommy Pigott ha dichiarato: “Karim Khan è l’esempio per eccellenza della corruzione della Corte Penale Internazionale e dell’abuso della sua presunta autorità. È un bene che se ne sia andato, ma è solo un piccolo ingranaggio di questa istituzione irrimediabilmente corrotta. Il risultato odierno non avrà alcun impatto sul piano degli Stati Uniti per smantellare la CPI”.

Il suo superiore Marco Rubio è impegnato in una campagna per smantellare la CPI “mattone dopo mattone”, come ha affermato lui stesso.

Ha dichiarato: “La Corte Penale Internazionale cerca di diventare l’arbitro incontrollato di una nuova legge globale, con il potere di perseguire e arrestare i nostri cittadini a suo piacimento e di minacciare esistenzialmente la sovranità americana. Insegneremo alla CPI il vero significato della determinazione americana”.

Incoraggiati dalla rimozione di Khan, importanti avvocati filo-israeliani stanno ora minacciando apertamente altri soggetti, come Francesca Albanese relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.

Hillel Neuer, direttore di United Nations Watch [ong fondata nel 1993 per monitorare l’operato delle Nazioni Unite, in particolare il suo presunto bias anti-israeliano, ndt.], ha scritto: “Basta immunità per i funzionari internazionali che abusano del loro incarico. Il Procuratore della CPI Karim Khan ha abusato sessualmente dei suoi dipendenti. La nostra campagna per rimuoverlo ha avuto successo: è stato appena licenziato”.

“La prossima sei tu, @FranceskAlbs. Il tuo sostegno al terrorismo di Hamas avrà delle conseguenze”.

Notate la parola “nostra”.

Ma ovviamente su questo punto Neuer ha ragione. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha avuto un “ruolo attivo” nella decisione degli Stati membri della CPI di destituire Khan.

Secondo Guy Azriel, corrispondente diplomatico di i24 News [canale televisivo privato israeliano di notizie su Medio Oriente e affari internazionali in inglese, francese e arabo, ndt.] Sa’ar ha supervisionato “una task force dedicata e ha profuso intensi sforzi diplomatici volti a ottenere la rimozione di Khan dal suo incarico”.

Accogliendo con favore la decisione, Netanyahu ha scritto di aver parlato con Rubio riguardo alla possibilità di dare il colpo di grazia alla CPI.

“Ha ribadito ancora una volta la determinazione dell’America ad agire con forza contro questa istituzione, un’istituzione che mina la giustizia, attacca nazioni democratiche e sovrane e cerca di subordinare la loro sicurezza alle decisioni dei funzionari corrotti e irresponsabili dell’Aia”, ha scritto Netanyahu.

Unendosi alla campagna per la rimozione di Khan, Roth non ha difeso la CPI né i suoi colleghi avvocati per i diritti umani da questo tipo di abusi e attacchi. Ha ulteriormente messo in pericolo la Corte e loro stessi.

Una battaglia persa

Significativamente lo stesso giorno del licenziamento di Khan le Nazioni Unite hanno votato per rinnovare il mandato quadriennale dell’avvocato austriaco Volker Turk come responsabile per i diritti umani. Israele ha ignorato questa battuta d’arresto e non ha compiuto alcuno sforzo tangibile per contrastarla.

Questo perché sa che le azioni delle Nazioni Unite sono irrilevanti. Hanno emesso risoluzione dopo risoluzione, dichiarazione dopo dichiarazione, rapporto dopo rapporto ma nulla è cambiato riguardo all’occupazione, se non in peggio.

Ma ciò che Karim Khan ha fatto ha avuto un impatto. È stata la più grave minaccia internazionale per Israele da quando ha iniziato il genocidio a Gaza. Ecco perché bisognava sbarazzarsi di Khan.

Israele sta combattendo una battaglia persa in partenza.

Il video di Mamdani che condanna Netanyahu come criminale di guerra ha totalizzato oltre 200 milioni di visualizzazioni.

Dopo il licenziamento di Khan, YouGov ha chiesto agli adulti americani se le autorità statunitensi avrebbero dovuto arrestare Netanyahu alla sua prossima visita. Il 46% ha risposto di sì, il 28% di no e il 25% non era sicuro.

Il giorno dopo il sindaco di Londra Sadiq Khan ha dichiarato che Netanyahu era un criminale di guerra e non era il benvenuto a Londra.

Questo è il lascito di un ostinato Procuratore britannico che si è rifiutato di farsi intimidire.

Gli Stati membri della Corte Penale Internazionale (CPI) hanno fallito nel compito di difendere la giustizia internazionale.

Come abbiamo rivelato l’anno scorso, il conservatore britannico Cameron, quando era Ministro degli Esteri, si adoperò per sabotare l’indagine di Khan su Israele.

Ma il governo laburista di Keir Starmer, pur sostenendo pubblicamente la CPI, si oppose alle richieste dei propri parlamentari di indagare sul tentativo di Cameron di minacciare Khan.

Il governo Starmer comunicò poi a Khan, prima del voto che l’ha rimosso, che non lo avrebbe sostenuto sebbene i funzionari non avessero esaminato le prove concrete contro di lui.

Nelle ultime settimane del mandato di Starmer il governo respinse la richiesta di un incontro da parte di Khan. A meno che il successore di Starmer, Andy Burnham, non abbia cambiato radicalmente la politica a una settimana dal voto, la Gran Bretagna è stata pienamente complice nella destituzione di Khan.

Il defunto senatore Lindsey Graham aveva ragione quando affermava che la Corte Penale Internazionale (CPI) era destinata solo ad “africani e criminali come Putin. Non è per democrazie come Israele e gli Stati Uniti d’America”.

Perché è così che ha ragionato la maggior parte degli Stati membri.

Sotto pressione hanno ceduto e, purtroppo, questo include il Sud del mondo. Quando avranno bisogno della giustizia internazionale e scopriranno di non trovarla non potranno far altro che guardarsi allo specchio.

Qualunque cosa accada ora a Khan il suo nome sarà per sempre legato ai mandati di arresto della CPI contro Netanyahu e Gallant, che rimangono la risposta più efficace, seria e significativa che la comunità internazionale abbia dato al genocidio di Gaza.

Tutte le altre risposte sono retoriche. Ecco perché Israele si è impegnato così tanto per sbarazzarsi di Khan.

Quei mandati d’arresto mettono a nudo i crimini di guerra israeliani come mai prima d’ora e, per la prima volta in questo conflitto, accusano i più alti funzionari del Paese.

Khan ha osato opporsi ai potenti nel perseguire giustizia per le vittime, e questa sarà la sua vera eredità.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e redattore capo di Middle East Eye. È opinionista e relatore sulla regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato editorialista agli esteri per il Guardian e corrispondente da Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)