55 nazioni hanno imposto sanzioni a Israele: il Paese diventa un paria al pari dell’Iran

Delegati delle Nazioni Unite abbandonano l'aula nel momento in cui Netanyahu inizia il suo discorso davanti all'Assemblea. Foto: Alexi J. Rosenfeld/Getty Images via AFP

Meirav Arlosoroff

11 ottobre 2026 – Haaretz

Nota redazionale. In questo articolo il giornalista di Haaretz riporta il giudizio e le preoccupazioni del direttore di un centro di ricerca israeliano sulle sanzioni che colpiscono o stanno per colpire Israele. Pur non condividendo ovviamente la posizione contraria alle sanzioni sia del giornalista che dell’intervistato, la redazione ha ritenuto utile pubblicare l’articolo per documentare quanto la questione sia sentita con timore nella società israeliana. 


Il numero di Paesi che impongono sanzioni a Israele è in costante crescita sebbene la minaccia alle importazioni di armi sia frenata dal potere di veto di Donald Trump. Tuttavia, il prossimo presidente potrebbe essere meno benevolo e ridimensionare l’arsenale israeliano.

Circa un mese fa il Lussemburgo ha comunicato di non voler più ricoprire il ruolo di Paese incaricato di approvare l’emissione dei titoli obbligazionari di “Israel Bonds” all’interno dell’Unione Europea. “Israel Bonds” – ovvero l’Agenzia di Sviluppo per Israele, con sede a New York – è l’organizzazione che gestisce la vendita di obbligazioni israeliane agli ebrei della diaspora.

Si è trattato di un colpo basso, tanto più che il Lussemburgo aveva assunto tale incarico solo un anno prima dopo che l’Irlanda vi aveva rinunciato al termine di un mandato pluriennale.

Dunque in un solo anno due Paesi europei hanno interrotto un accordo di cooperazione finanziaria con Israele. In entrambi i casi, la ragione è evidente: Israele è diventato un paria nell’opinione pubblica globale e alcuni Stati sono restii a collaborare finanziariamente con un Paese accusato di genocidio.

Non è stata ancora trovata una soluzione per l’emissione in Europa di titoli israeliani, acquistati principalmente da ebrei. Il loro volume è esiguo – 2,5 miliardi di dollari l’anno – il che significa che anche qualora Israele smettesse di collocare obbligazioni in Europa il danno economico risulterebbe minimo. Tuttavia, il danno d’immagine non va sottovalutato: Israele è diventato un Paese oggetto di boicottaggio finanziario e ciò che è iniziato con gli Israel Bonds potrebbe non fermarsi qui.

Shuki Friedman, a capo del Jewish People Policy Institute [Il Jewish People Policy Institute (JPPI) si occupa della elaborazione di strategie per la protezione del popolo ebraico in Israele e nella diaspora, n.d.t.] monitora le sanzioni imposte a Israele documentandole anche su una mappa mondiale che si fa sempre più affollata. Al pomeriggio di giovedì il suo database contava 110 sanzioni attualmente in vigore, applicate da 55 Paesi. Altre nove sanzioni sono state proposte. L’unico continente che, al momento, non ha imposto sanzioni a Israele è l’Antartide.

La Spagna è in testa per numero di sanzioni contro Israele con 10 provvedimenti; seguono gli Stati Uniti (otto sanzioni, ma solamente in ambito accademico), il Regno Unito (sette sanzioni), e Belgio e Turchia con cinque sanzioni a testa. Italia, Irlanda, Paesi Bassi, Canada e Francia figurano tra i Paesi che hanno adottato misure di questo tipo (tre o quattro) e l’elenco continua. «Ciò che infliggiamo all’Iran, il mondo si appresta a infliggerlo a noi», afferma Friedman e confronta con le sanzioni economiche imposte alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. «Se continueremo a ignorare la situazione ci ritroveremo nella stessa condizione della Russia, ma in un Paese che è 800 volte più piccolo e privo di risorse naturali».

Nell’ultimo anno diversi Paesi hanno vietato l’importazione di prodotti israeliani provenienti dalla Cisgiordania; inoltre nelle scorse settimane alcuni cittadini israeliani sono stati sottoposti a umilianti perquisizioni dei bagagli all’aeroporto di Amsterdam per accertarsi che non stessero trasportando — Dio non voglia — vino proveniente da cantine della Cisgiordania o del Golan.

A ciò si aggiunge il fatto che due ministri del governo — gli esponenti dell’estrema destra Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich — non possono più entrare nella maggior parte dei Paesi occidentali. Questo nuovo precedente rischia di trasformarsi in un’ondata che, secondo Friedman, potrebbe travolgere l’economia israeliana. «Molti pensano che si tratti solo di ulteriori sanzioni legate ai territori, ma la questione non finirà qui. Nel momento in cui viene imposto un divieto sull’importazione di prodotti provenienti dai territori gli importatori europei preferiranno evitare del tutto di importare da Israele», spiega. «Dopotutto, perché complicarsi la vita verificando la provenienza di ogni singolo prodotto? Tutto ciò ha anche un effetto deterrente sugli investimenti: chi vorrebbe investire in un Paese che comporta il rischio legale di subire sanzioni?»

Friedman mette in guardia in particolare contro le sanzioni che potrebbero colpire la vendita a Israele di prodotti a «duplice uso», ovvero beni che possono avere sia applicazioni civili che militari. «Israele è, di fatto, un’isola», osserva. «Qui nessun sistema/oggetto complesso viene realizzato esclusivamente con componenti israeliani. Pertanto, se venissero imposte sanzioni, ad esempio, sull’importazione di chip, la produzione di sistemi d’arma nel Paese diventerebbe estremamente difficile».

Tutto questo sta accadendo ancor prima che le sanzioni vengano estese al sistema finanziario. Circa un mese fa, Gran Bretagna, Francia e Canada hanno annunciato l’immediata introduzione di sanzioni contro aziende che operano in Cisgiordania; altri nove Paesi hanno espresso il proprio sostegno a tale iniziativa. Il provvedimento relativo alle sanzioni non è ancora stato pubblicato, ma vi è il serio timore che possa riguardare il settore finanziario; ciò significherebbe che la Gran Bretagna imporrebbe sanzioni alle banche israeliane per aver finanziato il vasto progetto edilizio nell’area E1, a est di Gerusalemme, in Cisgiordania.

Quale sarebbe la portata di tali sanzioni? La Gran Bretagna interromperebbe i rapporti bancari con Bank Hapoalim e Bank Leumi, i maggiori istituti di credito israeliani? È difficile immaginare che ciò possa accadere, eppure la Banca d’Israele e l’Associazione delle banche sono fortemente preoccupate. E non sono le sole. “C’è un’incertezza enorme, e alcuni degli scenari ipotizzabili sono estremamente gravi”, afferma un alto funzionario governativo. Si parla di scenari estremi, come la revoca dell’accordo commerciale tra l’Unione europea e Israele. Inoltre non è escluso che, dopo le elezioni presidenziali statunitensi del 2028 Washington possa smettere di bloccare le proposte di sanzioni in sede di Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Qualora ciò accadesse Israele diventerebbe a tutti gli effetti un nuovo Sudafrica – che fu boicottato durante il regime dell’apartheid – trasformandosi in uno Stato paria a livello globale.

Finora l’unico grande Paese a non aver imposto sanzioni governative sono gli Stati Uniti; dove esistono solo sanzioni a livello di singole università.

Ma nulla dura per sempre. Se il blocco di Benjamin Netanyahu vincesse le elezioni del 27 ottobre e i Repubblicani perdessero la maggioranza al Congresso nelle elezioni di metà mandato Israele rischierebbe di subire un vero e proprio tsunami.

Delle nove sanzioni proposte cinque provengono dagli Stati Uniti; tutte sono state promosse dai Democratici e mirano a limitare la vendita di armi e munizioni a Israele.

Certo, il presidente statunitense Donald Trump eserciterebbe il suo potere di veto per bloccare tali misure. D’altro canto, sebbene Israele sia stato precedentemente oggetto di sanzioni, in alcuni Paesi queste sono state revocate in seguito all’ascesa al potere di regimi favorevoli a Israele – nello specifico governi di estrema destra. È accaduto in Cile, Colombia e Slovenia; cambiamenti analoghi potrebbero verificarsi in autunno in Brasile e forse in Spagna e tra otto mesi in Francia.

Inoltre non si può ignorare che, finora, le sanzioni non hanno arrecato quasi alcun danno a Israele. Lo shock derivante dall’interruzione dei rapporti commerciali con la Turchia ha spinto verso lo sviluppo di nuovi mercati in India, Cina e nel resto dell’Asia. E se le esportazioni israeliane dovessero subire una flessione, tale perdita verrebbe compensata dall’enorme crescita delle attività di Nvidia in Israele, che sono conteggiate come esportazioni. A guardare i numeri per ora va tutto bene.

Il punto è che questo “andare tutto bene” potrebbe rivelarsi una situazione estremamente temporanea, soprattutto se, tra due anni, dovesse insediarsi un presidente statunitense meno benevolo nei confronti di Israele. Negli Stati Uniti il sostegno a Israele sta scemando trasversalmente tra i due schieramenti politici; anche nell’eventualità che il prossimo presidente sia un Repubblicano potrebbe trattarsi di una figura – come ad esempio JD Vance – non necessariamente favorevole a Israele se non addirittura ostile. «Qui c’è una minaccia strategica primaria che potrebbe degenerare in una minaccia esistenziale», afferma Friedman, sottolineando come tra i Democratici la discussione non riguardi più l’occupazione, bensì la legittimità stessa di Israele.

Tuttavia, il governo israeliano non sta facendo nulla per contrastare tale minaccia. L’ufficio del Primo Ministro è paralizzato, anche il Ministero degli Esteri appare del tutto inerte e manca un lavoro preparatorio paragonabile a quello che Friedman sta svolgendo su base volontaria. All’interno del governo nessuno sta monitorando il quadro delle sanzioni né si sta preparando ad affrontarle.

 

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)