David Hearst
28 ottobre 2026 – Middle East Eye
La maschera del liberalismo di Israele è stata spazzata via dal feroce espansionismo dello Stato e dal desiderio collettivo di vendetta nei confronti dei palestinesi
Se Israele fosse una democrazia, come sostiene la diaspora ebraica, in questo momento si starebbe formando un governo che rispecchia l’esito delle elezioni di ieri sera.
Si tratterebbe di un esecutivo, di maggioranza o di minoranza, guidato da Gadi Eisenkot, con la partecipazione, formale o informale, dei due blocchi palestinesi.
Se Benjamin Netanyahu rispettasse questo risultato per il suo blocco di estrema destra non ci sarebbe alcuna possibilità di tornare al potere. Per il primo ministro più longevo della storia di Israele, sarebbe la fine di un’era.
Ma Israele non è una democrazia, e Netanyahu non è un democratico.
È uno Stato di coloni che si è modellato in modo sempre più stretto attorno all’identità e alle posizioni dei fascisti ebrei.
Si tratta di una potenza occupante in cui i palestinesi vengono cacciati dalle proprie case, come accade a Hebron, senza alcuna sentenza del tribunale, senza alcun diritto a ricorsi o risarcimenti e in totale assenza di un qualsiasi iter legale.
La questione centrale che gli ebrei devono affrontare non era nemmeno presente nel dibattito elettorale.
Al centro del dibattito c’erano la leadership di Netanyahu, il suo colpo di mano contro la magistratura, il rifiuto degli ultraortodossi di prestare servizio militare e l’isolamento internazionale di Israele; tutto, tranne il genocidio a Gaza, i pogrom nella Cisgiordania occupata e il futuro dei palestinesi.
Una minaccia esistenziale
In questa campagna elettorale ogni partito sionista ha agito come se metà della popolazione del territorio dominato da Israele non esistesse e dovesse essere esclusa.
Diversi partiti hanno fatto della deportazione e dello sfollamento dei palestinesi due punti cardine del proprio programma. Sionismo Religioso, guidato da Bezalel Smotrich, ha promesso di “ebraicizzare” la Galilea e il Negev (Naqab), terre in cui vivono centinaia di migliaia di palestinesi.
La popolazione palestinese in Israele ha compreso, a ragione, di trovarsi di fronte a una minaccia esistenziale e si è recata alle urne in numero record nel tentativo di impedire che ciò accadesse. Palestinesi che per decenni avevano boicottato le elezioni sono andati a votare.
“Non ci sentiamo al sicuro. Il senso di sicurezza è svanito del tutto e intendo sicurezza a ogni livello”, ha dichiarato Ibrahim Said a Middle East Eye. “Mi sento non solo un cittadino di seconda classe, ma di ventesima classe”.
Circa l’80% dei cittadini israelo-palestinesi si è recato alle urne. Questo dato rappresenterà un campanello d’allarme per il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, il quale terrà a mente lo shock di queste elezioni in vista di futuri tentativi volti a restringere e limitare il peso elettorale dei palestinesi.
I cittadini ebrei e quelli palestinesi non sono mai stati su un piano di parità, ma oggi il divario tra loro ha assunto contorni grotteschi. Lo stesso vale per i loro rappresentanti politici: uno di loro, Sami Abu Shehadeh, leader del partito Balad, è stato escluso dalla competizione elettorale a causa di un articolo in cui analizzava l’attacco di Hamas del 7 ottobre e le sue conseguenze.
E lo stesso vale per il loro voto. Israele è ormai un Paese in cui si rischia di essere picchiati o accoltellati solo perché si parla arabo, come accaduto a tre cittadini drusi in un locale notturno a Tel Aviv e, se si è medici o operatori sanitari, si può arrivare a perdere il proprio posto di lavoro.
Essere un arabo sionista, come nel caso dei drusi che prestano servizio nell’esercito, non offre alcuna protezione contro i fascisti.
Gli arabi sono percepiti come un nemico esistenziale non solo dagli ebrei suprematisti, ma dall’intera popolazione ebraica israeliana. Di conseguenza lo stesso Eisenkot e tutti i suoi alleati, a eccezione di uno, hanno esplicitamente dichiarato che non avrebbero mai assunto il potere attraverso un accordo con i due blocchi politici palestinesi: la Lista Comune e Ra’am.
Secondo loro uno Stato ebraico non può essere governato da arabi, a prescindere dal fatto che siano sionisti o meno.
Manovre politiche
In qualsiasi altro Paese un risultato del genere avrebbe reso i partiti arabi l’ago della bilancia della formazione del governo, dato che le previsioni assegnavano loro complessivamente 17 seggi. Ma non viviamo in un’epoca in cui si sa perdere con dignità.
Proprio come Flavio Bolsonaro, che si è rifiutato di riconoscere la vittoria del presidente Lula da Silva in Brasile, o come l’ex presidente statunitense Donald Trump dopo l’elezione di Joe Biden nel 2020, anche Netanyahu non ha alcuna intenzione di farsi da parte in silenzio.
Sappiamo già che nei giorni precedenti al voto ha tentato in ogni modo di riaccendere il conflitto con l’Iran; e ha fallito solo perché il capo di stato maggiore dell’esercito Eyal Zamir si è rifiutato di assecondarlo, stando a quanto riportato dai media israeliani.
Quando quel tentativo è fallito Netanyahu ha pubblicato un’immagine generata dall’intelligenza artificiale di un fungo atomico sopra Tel Aviv, e ha ampiamente diffuso la notizia del [presunto] tradimento di Zamir, con l’obiettivo di far apparire i vertici militari come troppo teneri riguardo alla difesa di Israele.
Nelle settimane o nei mesi di manovre politiche che seguiranno un attacco all’Iran diventa più, e non meno, probabile; se non altro per predeterminare la linea politica del suo successore.
Al pari di Trump, Netanyahu è un bugiardo patologico. Tuttavia, è molto più intelligente e subdolo: il che spiega la sua longevità [politica].
Dover rispondere di corruzione davanti alla magistratura, o affrontare una commissione d’inchiesta sulle gravi lacune in materia di sicurezza che hanno lasciato il sud di Israele esposto all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, rappresenta solo la minore delle sue tre principali preoccupazioni.
La terza, e più importante, consiste nel realizzare il sogno di suo padre, Benzion Netanyahu, studioso nato in Polonia e sionista revisionista, di annettere la Cisgiordania occupata o, per usare le loro parole, restituire il regno di Giudea e Samaria allo Stato ebraico.
Sottovalutare il fondamentalismo di Netanyahu significa lasciarsi attirare dal suo inglese americano con inflessione della Pennsylvania in una trappola ben congegnata, nella quale sono caduti, uno dopo l’altro, diversi presidenti degli Stati Uniti.
Netanyahu si è già trovato in una situazione analoga in passato. Sa bene come proporre ai suoi avversari politici un governo di unità nazionale per poi annientarli.
Sa come puntare a una seconda tornata elettorale, consapevole che in quel caso le migliaia di elettori ebrei residenti all’estero non tornerebbero una seconda volta in Israele per votare contro di lui. Nel frattempo egli rimane primo ministro ad interim, una condizione che potrebbe protrarsi per molti mesi.
In qualità di leader del partito di maggioranza, il Likud, Netanyahu potrebbe persino ottenere la grazia dal presidente israeliano Isaac Herzog in merito alle accuse di corruzione che pendono su di lui; inoltre Herzog potrebbe incaricarlo di formare il nuovo governo.
Il terrorismo dei coloni
Sarebbe altrettanto folle immaginare che Ben Gvir e Smotrich si facciano da parte senza opporre resistenza. Oggi dispongono di una propria milizia armata: Ben Gvir ha infatti annunciato che dal 7 ottobre il suo ministero ha rilasciato 100.000 licenze per il porto d’armi.
La maggior parte di queste armi è finita nelle mani dei coloni. Già prima dell’attacco di Hamas, ai coloni veniva data la priorità nell’ottenimento del porto d’armi, poiché vivevano in una “zona di pericolo”. Secondo un’analisi del 2024 un terzo di tutti gli adulti negli insediamenti di Adora, a nord-ovest di Hebron, possedeva una licenza per il porto d’armi.
In realtà Ben Gvir e Smotrich dovrebbero indossare divise militari, non abiti eleganti; d’altronde godono anche del sostegno dell’elettorato giovanile.
Negli Stati Uniti, stando a un recente sondaggio condotto dal Jewish Voters Resource Center, quasi la metà degli ebrei sotto i 35 anni ha respinto il concetto di uno Stato basato sulla supremazia ebraica, a favore di una cittadinanza paritaria per palestinesi ed ebrei all’interno di un unico Stato binazionale.
In Israele il voto dei giovani ha preso una direzione opposta. I sondaggi condotti tra chi votava per la prima volta hanno mostrato che se l’esito elettorale fosse dipeso dal voto giovanile Ben Gvir e Smotrich avrebbero ottenuto insieme oltre il 16% dei consensi, pari a 29 seggi. Ben Gvir ha tutte le ragioni per considerarsi un primo ministro in pectore.
L’avvertimento della CIA, secondo cui le crescenti fratture tra gli ebrei in Israele potrebbero condurre a una guerra civile, non è una semplice boutade retorica o polemica.
Se Eisenkot riuscisse a formare il prossimo governo il suo primo e principale compito sarebbe quello di neutralizzare i coloni; un’impresa non facile, dato che questi potrebbero aver già acquisito un potere eccessivo.
Come ha scritto il direttore Aluf Benn su Haaretz, i coloni e i loro sostenitori politici darebbero vita a una campagna determinata per preservare i traguardi raggiunti sotto Netanyahu. Per loro il momento attuale rappresenta un’occasione provvidenziale per instaurare il “regno di Giudea” sull’odierna mappa della Palestina.
La follia dell’Occidente
Ma c’è un errore ancora più importante che i sostenitori occidentali del progetto sionista si apprestano a commettere.
Anche una temporanea uscita di scena di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich verrebbe accolta con un evidente sospiro di sollievo in Gran Bretagna e in tutte le capitali occidentali.
Si giungerebbe alla conclusione che Israele sia tornato nelle mani di una persona pragmatica, che conosce bene la Cisgiordania, capace di impedire che il blocco di insediamenti “E1” separi in due il territorio occupato, condannando di fatto uno Stato palestinese ancora prima che possa nascere.
Tutte le pressioni esercitate sui governi occidentali affinché isolino Israele tramite sanzioni svanirebbero e dopo tre lunghi anni si tornerebbe alla normalità.
Ma non cambierebbe nulla per i palestinesi, che continuerebbero a soffrire la fame, sotto assedio e all’interno di tende, frugando tra le macerie di quella fossa comune che è Gaza, alla ricerca dei resti dei propri familiari massacrati.
In Cisgiordania, sotto la guida di Eisenkot, i palestinesi continuerebbero a essere terrorizzati da bande di coloni ebrei protetti dall’esercito. In Israele, chiunque osasse parlare arabo in pubblico rischierebbe ancora il linciaggio.
E nulla cambierebbe nemmeno per i vicini di Israele, sempre più impotenti. Vaste aree del Libano meridionale e della Siria, ben più estese di Gaza, rimarrebbero ancora sotto l’occupazione dell’esercito israeliano, mentre i territori siriani abitati dai drusi continuerebbero a essere un protettorato di Israele.
Israele continuerebbe a considerarsi in guerra con tutti i suoi vicini arabi: la verità, che nessuno vuole affrontare, è che Israele è cambiato per sempre.
Nel suo desiderio collettivo di vendetta a Gaza il Paese ha gettato via la maschera del liberalismo. Negli ultimi tre anni, Israele si è rivelato per ciò che è sempre stato: un progetto coloniale incapace di convivere pacificamente con le popolazioni di cui continua a sottrarre le terre.
‘Uno spettacolo con un unico protagonista’
Questo concetto è stato espresso con forza da una persona che nessuno definirebbe mai un simpatizzante dei palestinesi: Ronald Lauder, ottantaduenne miliardario ebreo e presidente del Congresso ebraico mondiale.
Lauder è diventato, di fatto, un’impresa sionista che fa capo a un’unica persona. Ha finanziato la creazione di scuole ebraiche nell’Europa dell’Est e ha destinato ingenti somme del suo patrimonio a istituzioni in Israele. La sua ricchezza gli ha permesso di stringere amicizie con 40 leader mondiali, ma il legame più stretto è stato quello con Netanyahu.
Eppure, in un’intervista davvero sorprendente rilasciata al quotidiano Haaretz e pubblicata questo mese, Lauder ha rotto un silenzio che durava da 30 anni.
«Ci troviamo di fronte a un dittatore, a uno spettacolo con un unico protagonista. Israele è una democrazia, ma Netanyahu non sta rispettando le regole della democrazia», ha affermato Lauder.
«Qualche settimana fa ho parlato con il re di Giordania. La Giordania è sempre stata uno dei paesi più leali nei confronti di Israele; eppure, a causa di ciò che ha fatto Ben Gvir, abbiamo trasformato il nostro alleato più fedele in un paese che ora nutre odio verso Israele», ha aggiunto. «E quando [i suoi sostenitori] picchiano un fotografo del Washington Post… quanto si può essere stupidi? Per colpa di questo, il Washington Post odierà Israele. Odio! E a che scopo?»
Secondo quanto riportato da Haaretz, sul volto di Lauder è apparso un profondo senso di disgusto mentre raccontava di aver interrotto i propri legami con Israele.
«Ho venduto il mio appartamento a Tel Aviv e ho donato la mia casa a Be’er Sheva al Fondo Nazionale Ebraico, di cui sono anche presidente. In sostanza, ho tagliato i ponti. Perché la situazione è diventata così…» Lauder ha interrotto la frase, mimando il gesto del vomito.
Ha inoltre descritto l’Israele di oggi come un Paese che si trova in una «posizione molto difficile. Più difficile di quanto loro stessi si rendano conto… Israele ha perso non solo l’Europa e altre aree, ma anche la diaspora. Certo, gli ebrei della diaspora restano leali a Israele, ma non sentono che Israele li stia proteggendo».
Queste parole provengono da un uomo che un tempo era il più stretto confidente di Netanyahu, incaricato delle missioni diplomatiche più delicate, come la mediazione con Hafez al-Assad in Siria riguardo alle Alture del Golan.
«Alla fine ho capito che Israele non voleva davvero la pace, ma il dominio. E così me ne sono andato».
Lauder coglie un aspetto che figure come il primo ministro britannico Andy Burnham potrebbero fin troppo facilmente trascurare, nella fretta di nascondere questo conflitto sotto il tappeto. Israele continuerà a «prendersi tutto», fino al proprio crollo.
Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.
David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È un commentatore e relatore esperto della regione, nonché analista dell’Arabia Saudita. In passato è stato editorialista di politica estera per il Guardian e corrispondente in Russia, in Europa e a Belfast. È approdato al Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove ricopriva il ruolo di corrispondente per il settore dell’istruzione.
(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)
