Cosa significa la campagna israeliana di distruzione dei campi profughi palestinesi in Cisgiordania

L'allargamento della strada grazie alla demolizione delle case del campo profughi di Nur Shams Foto: Mohammed Nasser/APA Images
image_pdfimage_print

Qassam Muaddi  

11 agosto 2026  Mondoweiss

Israele ha giurato di occupare un altro campo profughi in Cisgiordania, come ha già fatto a Jenin e Tulkarem. Un nuovo raid nel campo profughi di Qalandia dimostra chiaramente che la campagna israeliana mira a porre fine non solo alla resistenza palestinese, ma anche a ciò che questi campi rappresentano

I campi profughi palestinesi in Cisgiordania sono nuovamente in cima alle notizie dopo che l’esercito israeliano ha lanciato un nuovo, prolungato raid nel campo profughi di Qalandia, che si trova a nord di Gerusalemme e appena fuori Ramallah. Nella tarda notte di martedì le forze israeliane sono entrate nel campo di Qalandia dopo averlo completamente chiuso e hanno proceduto ad arrestare dozzine di palestinesi e a condurre interrogatori sul campo, distribuendo volantini che minacciavano di arrestare i palestinesi che avessero intrapreso qualsiasi azione contro le forze israeliane.

In una precedente incursione a Qalandia lo scorso maggio i soldati israeliani avevano detto agli abitanti di “fare le valigie e andare in un paese europeo” e avevano ripetutamente evocato il nome di “Jenin” mentre si muovevano attraverso il campo. Gli abitanti hanno interpretato il riferimento a Jenin come una minaccia diretta, visto l’annientamento del campo profughi di Jenin nel nord della Cisgiordania.

L’attuale raid a Qalandia è avvenuto pochi giorni dopo che il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz aveva annunciato di aver dato istruzioni all’esercito di occupare “un altro” campo profughi in Cisgiordania, replicando l’occupazione israeliana di tre campi profughi nella Cisgiordania settentrionale all’inizio del 2025. All’epoca l’esercito israeliano sfollò l’intera popolazione dei campi profughi di Tulkarem e Nur Shams a Tulkarem, e del campo profughi di Jenin per un totale di almeno 40.000 persone. A queste persone non fu mai permesso di tornare alle proprie case e rimangono tuttora sfollate, e molti di loro continuano a vivere in una situazione di grave crisi umanitaria.

Durante la distruzione dei campi le forze israeliane rasero al suolo ampie porzioni delle case degli abitanti aprendo larghe strade sterrate nel cuore degli insediamenti per creare, a loro dire, “vie sicure” per le operazioni militari. In realtà non si tratta solo di un tentativo da parte di Israele di “riprogettare” l’architettura dei campi, ma di eliminarli completamente come tali, trasformandoli in estensioni urbane delle città vicine e cancellando ciò che rappresentano.

Dal 2021 i campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati centri nevralgici di gruppi di resistenza armata locali, e la dura repressione israeliana contro questi gruppi ha portato ad uno spopolamento su vasta scala.

L’attacco a questi campi profughi ha però implicazioni che vanno oltre la semplice repressione dei gruppi di resistenza palestinesi. La popolazione che è stata sfollata era già rifugiata da settant’anni e i campi svolgevano un ruolo fondamentale nella storia della lotta palestinese, rivestendo un forte valore simbolico per i palestinesi e per Israele. È proprio questo aspetto che rende i campi profughi un bersaglio costante in tutta la Cisgiordania.

Decenni di resistenza

Tutti i 19 campi profughi palestinesi in Cisgiordania furono creati tra il 1948 e il 1950 per ospitare i palestinesi che erano stati sfollati con la forza dalle loro case durante la Nakba in quello che sarebbe diventato Israele. L’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) affittò appezzamenti di terreno per la costruzione dei campi con contratti di 90 anni, diventando così il detentore legale dei diritti immobiliari sui campi, che non furono mai ampliati. Per le masse di rifugiati che avevano perso tutto, questi campi divennero l’unica opzione abitativa in condizioni di vita precarie, povertà e sovraffollamento, a cui si aggiungeva lo stigma sociale dell’espropriazione.

Almeno dal 2017 i funzionari israeliani hanno spinto per la chiusura dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite responsabile dei campi profughi palestinesi. Benjamin Netanyahu ha affermato che l’UNRWA perpetua il problema dei rifugiati palestinesi prolungando il conflitto. Nel gennaio 2025, mentre Israele preparava l’invasione dei campi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem, il governo ordinò all’agenzia delle Nazioni Unite di lasciare la propria sede a Gerusalemme dopo averle vietato per legge l’ingresso nel paese.

Alla fine degli anni ’50 iniziarono a emergere in tutto il Medio Oriente nei primi campi profughi i primi gruppi di resistenza palestinese. Dopo l’occupazione israeliana del 1967 iniziò a prendere forma in Cisgiordania la resistenza armata palestinese, concentrandosi nei campi profughi.

A metà degli anni ’70 il campo di Jenin vide l’emergere di uno dei gruppi più importanti in Cisgiordania: le “Pantere Nere” legate a Fatah, un gruppo paramilitare che si affermò durante la Prima Intifada del 1987. Fu nel campo profughi di Balata, alla periferia di Nablus, che la prima scintilla dell’Intifada si diffuse dal campo profughi di Jabalia in Gaza alla Cisgiordania.

Circa un decennio dopo, nei primi anni 2000 la Seconda Intifada vide i campi profughi diventare una roccaforte per le ali armate delle fazioni palestinesi, in particolare i campi di Balata e al-Ain a Nablus, il campo di Tulkarem e il campo di Jenin. Nel 2002 quest’ultimo fu bersaglio di un assedio e di una campagna di bombardamenti israeliani durata 10 giorni. Uno degli ultimi raid israeliani contro un campo palestinese durante la Seconda Intifada fu quello contro al-Ain nel 2008, per reprimere i combattenti palestinesi anche molto tempo dopo la fine dell’Intifada nella maggior parte del resto della Cisgiordania.

Più che una roccaforte militante

Nel corso degli anni la resistenza contro Israele è diventata una caratteristica fondamentale dell’identità collettiva dei campi profughi, dove palestinesi di diversa estrazione sociale hanno dato vita a nuove comunità focalizzate sull’idea di espropriazione ed emarginazione. Sebbene sia la resistenza di massa e dei gruppi armati ad aver reso famosi i campi profughi della Cisgiordania, è qualcos’altro che costituisce il nucleo della loro identità e ha creato, in primo luogo, le condizioni per una cultura della resistenza.

Nel marzo dello scorso anno Mondoweiss ha intervistato alcuni rifugiati palestinesi sfollati di recente dalle loro case nel campo di Jenin. Halima, una donna sulla sessantina che alloggiava in una scuola trasformata in rifugio nella città di Jenin, ha descritto i forti legami comunitari tra gli abitanti del campo, raccontando il momento in cui l’ha lasciato.

“Non sopportavo la vista della distruzione… Mi ha spezzato il cuore, perché ogni angolo del campo è casa mia e tutti gli abitanti sono per me come una famiglia “, ha detto Halima. “Diverse famiglie di più generazioni vivevano nello stesso edificio, e dunque le porte delle nostre case erano sempre aperte a tutti. Se a qualcuno di noi mancava qualcosa per cucinare, una medicina o qualsiasi altra cosa, bastava che andasse nella casa accanto a chiedere. È il nostro modo di vivere.”

“Sono cresciuta nella consapevolezza che la mia famiglia era stata costretta ad abbandonare Haifa, e questa consapevolezza è un elemento condiviso della nostra identità di rifugiati”, ha continuato Halima. “Ovunque andiamo ce la portiamo dietro: provenire dal campo profughi di Jenin significa condividere con tutti gli altri del campo il fatto di essere nati rifugiati, e questo ci lega gli uni agli altri ovunque andiamo”.

In un certo senso i campi profughi hanno dato vita a una nuova forma di comunità palestinese, in cui la questione dell’espropriazione è al centro dell’identità collettiva. Più specificamente è la questione dei rifugiati palestinesi e la memoria della Nakba del 1948.

“Un campo profughi è una concentrazione degli aspetti irrisolti della questione palestinese”, ha dichiarato a Mondoweiss Abdul Rahim Al-Shaikh, professore di Studi Culturali all’Università di Birzeit.

“I campi profughi sono sempre stati luoghi marginalizzati, del tutto esclusi dai servizi, con alti livelli di povertà. Questo li ha sempre resi un monito dell’espropriazione originaria del popolo palestinese e li ha trasformati in roccaforti della resistenza”.

Ecco perché l’offensiva israeliana in Cisgiordania si concentra sui campi profughi, nel tentativo di annettere “definitivamente” il territorio e sradicare ogni forma di resistenza. Non solo per l’attività militante che i campi hanno generato per decenni, ma per ciò che rappresentano: la memoria vivente della Nakba, le loro strutture sociali collettiviste, una coscienza plasmata dall’espropriazione – e la cultura della resistenza che producono.

Qassam Muaddi è il corrispondente di Mondoweiss per la Palestina. Si può seguirlo su Twitter/X all’indirizzo @QassaMMuaddi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)