Marla Karnabach
13 agosto 2026 – Middle East Eye
La sentenza sottolinea il fatto che gli impegni politici– per quanto profondamente radicati – non devono calpestare i diritti fondamentali
Questo mese un tribunale tedesco ha stabilito che paragonare Israele alla Germania nazista è un’espressione giuridicamente tutelata, evidenziando un crescente conflitto tra le tutele costituzionali e l’impegno politico di Berlino verso Tel Aviv.
Il tribunale regionale ha assolto una donna incriminata da un tribunale di prima istanza per dei post sui social media che paragonavano la condotta di Israele a Gaza ai metodi del regime nazista.
Negli ultimi anni il sostegno della Germania a Israele ha sempre più marcato la condotta della polizia, le decisioni amministrative e i procedimenti penali.
Dopo il 7 ottobre 2023 la Germania ha messo al bando Hamas e Samidoun, un gruppo di difesa palestinese, al tempo stesso utilizzando sempre più le leggi originariamente destinate ad impedire una rinascita nazista per reprimere le critiche ad Israele.
La recente sentenza del tribunale, che ha riconosciuto che l’utilizzo da parte della donna dell’immaginario nazista nel contesto della condotta di Israele a Gaza costituiva un’espressione politica tutelata, ha rigettato la nozione prevalente nell’ambito delle cerchie tedesche secondo cui simili analogie sono per loro natura intrinsecamente criminali.
Tenendo conto della perdurante discussione riguardo al fatto che Israele sta commettendo un genocidio, insieme ai mandati della Corte Penale Internazionale contro i principali politici israeliani e ai casi pendenti contro Israele e la Germania presso la Corte Internazionale di Giustizia, il governo tedesco è ben lungi dal conseguire il consenso dell’opinione pubblica.
Anche prima dei fatti del 7 ottobre 2023 e della guerra che ne è seguita, più di un terzo dei tedeschi intervistati hanno affermato di ritenere che ciò che Israele stava compiendo contro il popolo palestinese era “in linea di principio la stessa cosa che i nazisti del terzo Reich fecero agli ebrei”.
Da allora l’opinione pubblica si è ulteriormente inasprita, con oltre il 60% di tedeschi attualmente a favore di sanzioni europee contro Israele.
Riflessione morale
I paragoni tra Israele e la Germania nazista hanno fatto parte di dibattiti accademici, filosofici e giuridici fin dalla nascita dello Stato di Israele, fondato nel 1948 attraverso il brutale sterminio e la pulizia etnica della popolazione indigena palestinese.
Questi paragoni sono comparsi per lungo tempo nei dibattiti sulla memoria, identità e riflessione morale di palestinesi, israeliani e tedeschi. I termini Shoah e Nakba significano entrambi “catastrofe”, e studiosi come Amos Goldberg e Bashir Bashir li hanno analizzati come traumi nazionali interconnessi.
Hanno sollevato problemi di responsabilità storica e colpe inerenti, specialmente per quanto riguarda il come la memoria di una catastrofe modelli l’interpretazione dell’altra.
L’interconnessione è rintracciabile anche nel discorso tedesco contemporaneo sulla memoria ebraica: nel 2023 Masha Gessen ha paragonato Gaza ai ghetti ebrei sotto occupazione nazista, scatenando polemiche intorno al Premio Hannah Arendt.
La polemica rivela una particolare richiesta all’autorità su come possa essere invocata la memoria ebraica e su come la sofferenza palestinese possa esserle paragonata.
Durante la prima Intifada alcuni soldati israeliani hanno raccontato di essersi identificati con i nazisti quando erano testimoni della persecuzione dei palestinesi e uno di loro ha rivelato in uno studio sulla rivolta del 1987-93: “Mi sono sentito come…come… come un nazista…sembrava esattamente come se in realtà noi fossimo i nazisti e loro fossero gli ebrei”.
Eppure negli ultimi dieci anni l’impegno della Germania verso la sicurezza di Israele è passato dall’essere un principio di politica estera al costituire un più ampio modello che informa la politica interna.
Anche se questa “ragion di stato” non ha valore giuridico indipendente, ha influenzato sempre più le decisioni di ministeri, università, municipalità e forze dell’ordine. Tuttavia la recente sentenza della corte chiarisce che tali impegni non possono sostituire le regole costituzionali nel determinare la legittimità del discorso politico.
I governi possono perseguire particolari obbiettivi di politica estera, ma i tribunali sono vincolati ai principi costituzionali piuttosto che alle propensioni dell’esecutivo. La decisione quindi respinge implicitamente i tentativi di trasformare la “ragion di stato” della Germania in un concetto quasi-costituzionale in grado di porre limiti al discorso politico.
In tal modo riafferma l’autonomia della legge costituzionale contro la crescente influenza della dottrina politica.
Più ampia trasformazione
Ricordando il passato nazista della Germania e il ruolo che i parlamentari e il sistema giudiziario hanno ricoperto nel supportare la persecuzione e la tortura delle minoranze, oggi i giudici hanno un obbligo morale di astenersi dal considerare l’ideologia del governo una giustificazione per reprimere le opinioni di opposizione – soprattutto alla luce dell’appoggio di Berlino ad un Israele che sta compiendo una pulizia etnica in Palestina e sud del Libano.
Il caso di libertà di espressione riflette una più ampia trasformazione nella Germania contemporanea. I processi penali relativi alla Palestina sono progressivamente diventati battaglie simboliche circa l’identità nazionale e la memoria storica.
Tali dibattiti sono raramente limitati a dettagli di un singolo slogan o immagine, fungendo invece da meccanismo attraverso cui lo Stato cerca di riprodurre una particolare interpretazione della responsabilità post-bellica della Germania. Da questo punto di vista l’aula di tribunale diventa un luogo in cui vengono discusse differenti interpretazioni della storia, della democrazia e della legittimità dello Stato.
La recente sentenza non stabilisce un diritto incondizionato per i dissidenti a paragonare Israele alla Germania nazista, né smantella le leggi tedesche contro la negazione dell’Olocausto o la sua istigazione. Piuttosto, ribadisce che il diritto penale non può diventare uno strumento per imporre il consenso politico.
I diritti costituzionali esistono proprio per tutelare l’espressione politica, soprattutto laddove gli interessi governativi favoriscono la sua limitazione.
Resta incerto se la sentenza segnerà l’inizio di un più ampio mutamento. I tribunali tedeschi continuano ad emettere sentenze contraddittorie sul discorso relativo alla Palestina, lasciando attivisti, giornalisti e studiosi nell’incertezza sui limiti dell’espressione legittima.
Le leggi anti-terrorismo vengono inasprite, gli attivisti vengono processati per adesione ad un’organizzazione criminale e le sentenze dei tribunali sono ancora poco chiare sul fatto che lo slogan “dal fiume al mare” sia legalmente vietato.
Ma considerando la storia della Germania di complicità giudiziaria nel legittimare la persecuzione statale, i giudici hanno una particolare responsabilità costituzionale nel garantire che gli impegni politici, per quanto profondamente radicati, non calpestino i diritti fondamentali.
Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.
Marla Karnabach è una ricercatrice socio-giuridica che si occupa di giustizia penale internazionale, diritti umani e sudovest asiatico. Vive a Berlino, ha una laurea magistrale in giustizia penale internazionale e una laurea in giurisprudenza e attualmente frequenta un dottorato di ricerca all’università di Potsdam.
(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)


