Cerco di non fare confronti fra periodi storici. E poi Israele marchia i palestinesi con un numero

L'esercito israeliano a Qabatiyah.
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Hanin Majadli

19 agosto 2026 • Haaretz

Forse siamo fermi nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi

Questa settimana le Forze di Difesa Israeliane hanno operato a Qabatiyah, vicino a Jenin. Durante l’operazione alcuni detenuti palestinesi sono stati contrassegnati con dei numeri scritti sulla fronte e sul corpo.

Questo richiama alla mente certi periodi storici. Poco dopo è arrivata anche la replica. Secondo quanto riportato, i comandanti hanno chiarito alle Forze la gravità dell’atto e si è imparata la lezione.

Si è imparata la lezione. È difficile pensare a una frase israeliana più tipica. Per decenni qui si sono imparate delle lezioni. Quando i palestinesi vengono uccisi si impara la lezione. Quando i detenuti vengono maltrattati si impara la lezione. Dopo ogni atto che avrebbe dovuto essere un’eccezione si impara la lezione. Eppure chissà come le lezioni non vengono mai apprese in tempo per prevenire il prossimo incidente. Un brevetto israeliano.

Certo, non è la prima volta che qualcosa viene impresso sulla pelle dei palestinesi. In questo contesto si sono già imparate delle lezioni, poi dimenticate. C’è stato il palestinese sul cui volto era stata impressa “involontariamente” una stella di David con la “suola dello stivale di un poliziotto”. Case palestinesi in Cisgiordania su cui sono state dipinte con la vernice spray delle stelle di David come se fossero svastiche. E guardate con quanta facilità arriviamo alle richieste pubbliche di non permettere ai medici arabi di curare gli ebrei.

Per non parlare della ben nota paura dei palestinesi a mostrare apertamente la propria identità nei momenti in cui le strade ebraiche si fanno più violente, più nazionaliste, più vendicative. Ricordo delle parenti che nei momenti di tensione si toglievano l’hijab durante i tragitti notturni in auto. E anche se non voglio violare il divieto di “fare paragoni” con altri periodi, arriva Israele e imprime dei numeri sulla pelle dei palestinesi. E allora cosa volete che pensiamo?

Ancor prima che le Forze di Difesa Israeliane annunciassero che avrebbero imparato la lezione mi chiedevo se fosse stato un soldato ad agire di propria iniziativa, se l’ordine fosse stato impartito da un comandante, o se si trattasse di un clima generale che lasciava intendere fosse lecito numerare i detenuti palestinesi sulla fronte. Sono consapevoli delle associazioni che questo evoca? Vogliono che vediamo le immagini e le confrontiamo? O forse sono talmente immersi nel loro senso di potere che nessuno si ferma a pensare a come appare la cosa? E cosa è peggio: fare una cosa del genere consapevolmente, o farla senza minimamente comprenderne il significato?

A volte penso che diamo troppa importanza al dibattito sull’opportunità di fare paragoni. Forse non c’è bisogno di fare paragoni. “Loro”, di cui non pronunceremo i nomi, non si sono mostrati mentre facevano saltare in aria le case e scherzavano sulla distruzione su TikTok, che all’epoca non esisteva. Non hanno trasformato le uccisioni di massa in uno spettacolo di intrattenimento in prima serata. Forse siamo fermi nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi.

Forse Israele non trae ispirazione da nessuno. Forse è già nella fase in cui fornisce ispirazione. Ecco i reel degli spettacoli del genocidio. Per un vasto pubblico che non solo non si scandalizza né si imbarazza o vergogna, ma esulta. Media che trasformano la fame in barzellette raccontate su un panel. Politici che competono tra loro sulle ipotesi di vendetta. Soldati che documentano il tutto con orgoglio. Un’intera nazione che sta progressivamente perdendo la capacità di tracciare dei fondamentali confini morali non per paura o obbedienza, ma in un’atmosfera di hafla, di celebrazione festosa.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)