Pazé Valentina. Le parole della guerra, Bollati Boringhieri, Torino, 2026, p. 179.
Recensione di Amedeo Rossi
“Cambiarono a piacimento il significato consueto delle parole in rapporto ai fatti.” Con questa citazione, quanto mai attuale, dal libro di Tucidide sulla guerra del Peloponneso esordisce il libro qui recensito. Questo saggio non si occupa specificamente di Palestina, in quanto ha come obiettivo, afferma l’autrice, “contrastare la propaganda di guerra con un lavoro di pulizia concettuale, rispondere alla militarizzazione del linguaggio e delle coscienze con argomenti e ragionamenti.” Un compito arduo, che Pazè, docente di filosofia all’università di Torino, affronta con gli strumenti della sua disciplina. Pur proponendo un’analisi generale, che fa appello a filosofi e storici dall’antichità ai giorni nostri, la studiosa prende frequentemente in considerazione l’attualità. E la distorsione del linguaggio è particolarmente evidente nel dibattito pubblico relativo alle guerre in corso sia tra Russia e Ucraina che in Palestina e nel resto del Medio Oriente. Su quest’ultima si soffermerà questa recensione, e di questa scelta parziale chiediamo scusa all’autrice e ai lettori.
Il saggio è strutturato in capitoli che riguardano ognuno una parola centrale nel discorso sulla guerra: Democrazia, Difesa, Genocidio, Diritto, Diserzione. Lo stesso termine “guerra” andrebbe rivisto, sostiene Pazé, in quanto le guerre asimmetriche, in cui la forza di uno dei contendenti è incommensurabilmente superiore a quella dell’altro, portano a parlare piuttosto di “caccia” al nemico. Molto significativo a questo proposito è il riferimento al docente di filosofia dell’università di Tel Aviv e autore del codice etico dell’IDF (l’esercito israeliano) Asa Kasher riguardo alla distinzione tra cittadini combattenti e popolazione civile “ostile”. La conseguenza del discorso di Kasher, sottolinea Pazé, è “l’imperativo a garantire massima protezione alle vite dei cittadini-combattenti (israeliani). E minima a quelle dei non combattenti (palestinesi)”: un governo democratico avrebbe l’obbligo di proteggere i propri civili in armi anche a scapito dei civili del nemico, cancellando una distinzione prevista dalle leggi internazionali. Questa logica ha guidato ormai da decenni il comportamento dei comandi israeliani e ha raggiunto il suo culmine con il genocidio a Gaza. Con buona pace di chi, nonostante ciò sia smentito dalla storia, sostiene che i Paesi “democratici” in quanto tali sono immuni dal prevaricare e in qualche caso sterminare gli avversari. Infatti, partendo dal dibattito nell’antica Grecia tra sistemi di potere oligarchici e democratici, l’autrice evidenzia come questi ultimi, a differenza di quanto vorrebbe il discorso corrente, non siano di per sé più propensi alla pace: “Tipica dei regimi democratici sembra, piuttosto, la tendenza a schermare dietro gli alti ideali di cui sono portatori una volontà di potenza non meno bulimica e aggressiva di quella attribuibile a regimi autocratici, spesso con un sovrappiù di fanatismo ideologico derivante dalla pretesa di una presunta superiorità morale.” Anche la parola Difesa ha subito nel corso degli anni recenti una trasformazione evidente. Ancora una volta Israele ha fatto scuola. Lo stesso IDF si autodefinisce Forza di Difesa Israeliana, nonostante nella sua storia abbia quasi sempre attaccato per primo in nome dell’autodifesa preventiva. Ma, ricorda Pazé citando lo studioso israeliano Amos Goldberg, “chi commette le massime atrocità ha bisogno di giustificarsi, di invocare per sé la massima innocenza […] Non è un caso che sia frequente l’associazione tra atti genocidari e invocazione della legittima difesa.” Qui veniamo al capitolo più corposo del testo, dedicato alla parola Genocidio. Sull’uso di questo termine riguardo a Gaza si è scatenata una dura polemica da parte dei sostenitori di Israele che hanno trasformato, nota l’autrice, “una categoria in un nome proprio, riferibile a un singolo evento.” Solo la Shoah può essere considerata tale, anche perché la propaganda israeliana se ne è appropriata come scudo per le proprie politiche aggressive. Per giustificare la prima guerra contro il Libano del 1982 denominata, con un’ennesima distorsione del linguaggio, “Pace in Galilea”, il primo ministro Begin sostenne che intendeva evitare nientemeno che “una nuova Treblinka”. L’incomparabilità dello sterminio degli ebrei porta inoltre a denunciare come antisemiti quanti sostengono che Israele, autoproclamatosi difensore delle vittime di quel genocidio, ne stia commettendo a sua volta uno. Ed il nostro governo, unico nei Paesi UE, come evidenzia Pazé intende introdurre una legge che, in nome della lotta all’antisemitismo, nelle dichiarazioni dei suoi stessi promotori ha come obiettivo silenziare chi difende i diritti dei palestinesi e con essi la legalità internazionale, a costo di limitare libertà fondamentali. Così nei discorsi relativi all’attacco del 7 ottobre si è fatto abbondante uso del termine “pogrom”, che rimanda alle stragi antisemite perpetrate nell’impero zarista. Ma, afferma il libro, sarebbe più appropriato utilizzare questa parola in riferimento agli attacchi dei coloni e dell’esercito israeliano contro i palestinesi e le loro proprietà.
L’assenso che riscuotono nell’opinione pubblica israeliana le atrocità in corso a Gaza e in Cisgiordania, è significativo quanto preoccupante. Pazé cita una serie di episodi e di sondaggi che lo confermano, ma anche le opinioni apparentemente contraddittorie per giustificarlo: “Nelle parole di esponenti politici o comuni cittadini interpellati sui crimini dell’IDF a Gaza, gli stessi soggetti passano disinvoltamente dalla tesi negazionista («è tutto falso») a quella giustificazionista («se lo sono meritato») nel giro di poche frasi.”
Il dibattito, a volte surreale, sull’uso della parola genocidio invece di altre definizioni quasi sinonimi non riguarda una questione marginale: “Genocidio è un termine che fa parte del lessico giuridico e serve a designare uno specifico crimine internazionale, il più grave di tutti […] e oggi sono i massimi esperti di genocide studies, molti dei quali ebrei, a chiederci pressantemente di chiamare le cose con il loro nome, usando proprio questa categoria, e non altre, per descrivere l’enormità di quanto è accaduto, e sta ancora accadendo, sotto lo sguardo complice del mondo «libero e democratico».” Ciò è ancor più grave di fronte a quello che Pazé giustamente definisce un evento imparagonabile rispetto a quanto avvenuto nel pur sanguinoso passato recente dato il livello di distruzione pianificata di vite e cose, con l’uso della fame e delle malattie per piegare la popolazione che rimanda ad epoche lontane e nel contempo facendo uso degli strumenti tecnologici più sofisticati. Tutto questo succede davanti agli occhi del mondo grazie al coraggio dei giornalisti di Gaza, non a caso bersaglio continuo dell’IDF, alle immagini postate dagli stessi soldati israeliani e a una poltica esplicitamente dichiarata e rivendicata dagli stessi governanti e comandanti militari. Di fronte a questa ignavia criminale l’autrice ricorda la dichiarazione di un intellettuale come Étienne Balibar, che ha deciso di rivendicare la propria identità ebraica per solidarizzare con gli ebrei che si oppongono al colonialismo israeliano e all’appropriazione di quella identità per coprirne i misfatti.
Cosa fare di fronte ai tamburi, anzi alle grancasse, suonate ovunque di quanti sostengono che la guerra non solo è inevitabile, ma addirittura è parte della natura umana? Pazé smentisce, attraverso studi ed eventi storici, questa visione, ricordando anzi che lo scontro armato e l’uccisione di altri esseri umani spesso è risultato ripugnante ai soldati chiamati a combattere l’ennesima guerra giusta. Per questo è necessario demonizzare e disumanizzare il nemico, come nelle dichiarazioni di tanti dirigenti politici israeliani. E, ricorda il libro, quando le vittime sono fisicamente lontane “ridotte a mosche o puntini su uno schermo” è più facile annichilirle schiacciando un pulsante. Questa è una delle atroci “virtù” della moderna guerra con i droni. Ma esiste anche il rifiuto individuale alla rinuncia della propria umanità uccidendo altri uomini, così come, e soprattutto, strumenti collettivi di ribellione: il boicottaggio, il sabotaggio, la non collaborazione, in una parola la diserzione dalla chiamata, reale o simbolica, alle armi.
Questo saggio è importante da vari punti di vista, non da ultimo perché evidenzia quanto Gaza e la Palestina in generale rappresentino un paradigma universale. Attraverso le drammatiche vicende che hanno segnato quella terra da decenni si evidenziano i rapporti tra l’Occidente e il resto del mondo, l’ipocrisia di valori sbandierati ma applicati a discrezione, l’auto-descrizione di una presunta superiorità che non ha mai corrisposto, e ora in modo ancora più palese, a una vera adesione alle norme proclamate dallo stesso Occidente. E infine, in modo sempre più evidente, le vicende mediorientali mettono a nudo quanto al loro interno i diritti su cui si basano le nostre democrazie (di parola, di opinione, di riunione, di manifestazione, di ricerca) siano messi sempre più a rischio.
Il libro si chiude con una nota di speranza in riferimento ai movimenti di massa che si spera riescano a fermare la corsa folle che sta portando il mondo verso la catastrofe e accogliere l’invito, non a caso lanciato da Vittorio Arrigoni da Gaza, a restare umani.