Lo strangolamento finanziario dei palestinesi da parte di Israele fa il paio con il terrorismo dei coloni

Mahmoud Abbas presidente dell'ANP indebitata fino al collo. Foto: AP
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Amira Hass

7 maggio 2026 – Haaretz

Entrambi sono parte della guerra di logoramento economica e psicologica che Israele ha intrapreso contro i palestinesi e la loro leadership

Ogni mese Israele ruba centinaia di milioni di shekel all’Autorità Palestinese. Si tratta dei dazi doganali sui beni importati destinati ai palestinesi che transitano nei porti israeliani, e delle tasse e tariffe su carburante, sigarette e cemento che Israele vende ai palestinesi. Invece di trasferire questi introiti ai funzionari del Tesoro dell’AP come è richiesto, deposita i fondi su alcuni conti bancari israeliani.

I fondi rubati hanno ormai raggiunto la cifra di 14 miliardi di shekel (4,8 miliardi di dollari). Certo sono pochi soldi per la nazione ad alta tecnologia che con una sola bomba intelligente distrugge in pochi secondi ciò che libanesi, iraniani e palestinesi hanno costruito in centinaia di anni. E grazie a dio Israele possiede molte bombe.

Ma il denaro è fondamentale per realizzare i nostri obbiettivi di dominio ebraico assoluto ed esclusivo dal fiume al mare, a prescindere che il primo ministro sia Benjamin Netanyahu o Naftali Bennett. L’importo non arricchirà necessariamente Israele, ma trattenerlo impoverisce sia le famiglie palestinesi che l’intera società palestinese. L’AP è sommersa fino al collo di debiti verso le banche e i fornitori di beni e servizi e verso i dipendenti del suo settore pubblico. A differenza del passato questa volta l’agricoltura e il lavoro in Israele non possono salvare l’economia palestinese; anch’essi sono proibiti, o quasi, da una direttiva israeliana.

Il furto del denaro palestinese è una delle più antiche pratiche di Israele e nel corso degli anni ha assunto svariate forme. In questo caso è un saccheggio esteso, organizzato ed esplicito a livello ufficiale, con forti entrate che crescono di mese in mese. I ladri non sono mascherati, non sparano un colpo e non hanno bisogno di decifrare il codice della cassaforte. La possiedono già e possono entrarvi e prendere ciò che contiene come vogliono. Il bottino è il reddito del governo palestinese, con il quale vengono pagati gli insegnanti, i medici e gli addetti alla manutenzione, con cui vengono acquistati i farmaci e costruite le scuole e sì, vengono anche pagati i salari del personale delle forze di sicurezza palestinesi.

Quelle stesse forze che gli ufficiali dell’esercito israeliano elogiano per il loro ruolo nel garantire la calma in Cisgiordania nonostante le quotidiane incursioni dell’esercito, alcune delle quali mortali, nonostante gli attacchi quotidiani da parte di civili ebrei armati e nonostante la crescente povertà e disoccupazione.

Israele ha condotto il suo lavoro di predatore delle entrate dell’AP in tre fasi. Esse mostrano il progresso della riforma giudiziaria, poiché le decisioni a riguardo si sono sempre più concentrate nelle mani di un singolo ente, senza intervento della Knesset (il parlamento) o dei tribunali.

La persona che per prima ha attirato la mia attenzione su questo aspetto è stato l’economista Muayyad Afaneh, un consulente del Ministero delle Finanze palestinese, che per molto tempo ha segnalato la gravità della situazione. In una prima fase, nel 2018, fu la Knesset ad approvare una legge per confiscare i fondi corrispondenti approssimativamente ai salari e alle indennità che l’AP elargisce ai prigionieri palestinesi, agli ex prigionieri e alle loro famiglie, e alle famiglie delle persone uccise, che aumentano quotidianamente. Vi è stata una discussione, il cui risultato era chiaro fin dall’inizio, ma almeno vi è stata una parvenza di un procedimento che rispettava la separazione dei poteri. La legge è entrata in vigore nel 2019.

Nell’ottobre 2023 il governo ha deciso di appropriarsi delle entrate dell’AP corrispondenti all’importo destinato alla Striscia di Gaza. Per la maggior parte si tratta di indennità destinate a famiglie tradizionalmente contrarie a Hamas: cioè ai dipendenti del settore pubblico dell’AP, per la maggior parte fedeli a Fatah che, su ordine di Mahmoud Abbas (il presidente dell’AP, ndtr.), hanno smesso di lavorare dal 2007 fino alla pensione. L’importo comprende anche il pagamento delle cure mediche per gli abitanti della Striscia di Gaza all’estero e in Cisgiordania e il pagamento di circa 15 milioni di m3 di acqua potabile che Israele fornisce a Gaza dopo le critiche internazionali per aver chiuso i rubinetti all’inizio della guerra.

Questa quantità di acqua non può soddisfare il bisogno della popolazione, né si conosce quanto di essa raggiunga veramente i punti di distribuzione dell’acqua, poiché le condutture sono danneggiate e i carrarmati continuano a distruggere le infrastrutture. Ma ciò che importa qui è che l’AP paga Israele per l’acqua.

E a maggio 2026 il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha deciso di sua propria autorità che verrà sottratto anche ciò che resta nelle casse, dopo tutte le confische e le trattenute per i servizi che Israele vende ai palestinesi. Tutto ciò come punizione perché l’AP si è rivolta alle istituzioni internazionali chiedendo che si interrompa il genocidio e che Israele rispetti la legge. Queste tre fasi indicano che non c’è limite alla corsa alla vendetta collettiva.

Il furto organizzato e sistematico delle entrate palestinesi è simile al terrorismo dei devoti coloni. Entrambi sono parte della guerra di logoramento economica e psicologica che Israele sta conducendo contro i palestinesi e la loro leadership. Tutto ciò in aggiunta alla guerra di annientamento, che si serve di bombe, tortura e morte di fame nelle carceri.

Il logoramento ha il suo braccio ufficiale di governo e il suo braccio pirata, l’esercito terroristico dell’impresa coloniale. Entrambi hanno lo stesso obbiettivo. Il braccio ufficiale giustifica le sue azioni con lo stato di diritto e la lotta contro la resistenza palestinese all’occupazione. Il braccio pirata parla apertamente e liberamente di espellere i palestinesi dal Paese, quella fase B del piano decisionale del ministro delle finanze che egli definisce con l’eufemismo di “migrazione volontaria”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)