Jasim Al-Azzawi
22 settembre 2025 – Al Jazeera
Il sostegno incondizionato degli Stati Uniti a Israele giungerà al termine, ma questo cambiamento di politica potrebbe richiedere anni.
La narrazione sionista è stata una forza dominante negli Stati Uniti per oltre sette decenni. Promossa da potenti lobby, alimentata da cristiani evangelici e riecheggiata dai media mainstream è rimasta in gran parte incontrastata fino all’irrompere del genocidio a Gaza.
In quasi due anni le incessanti immagini di orrore, la portata della devastazione e la sconvolgente perdita di vite umane hanno creato un record insopportabile di orrore che ha messo in discussione la narrazione sionista. Sondaggio dopo sondaggio si registra un cambiamento dell’opinione pubblica nei confronti di Israele. Da entrambe le parti dello spettro politico gli americani stanno diventando sempre più scontenti del sostegno generalizzato all’alleato di lunga data degli Stati Uniti. Cosa significa questo per le relazioni tra Stati Uniti e Israele?
Nel breve e medio termine non molto. Le armi, gli aiuti, la cooperazione in materia di sicurezza e il sostegno diplomatico degli Stati Uniti a Israele non subiranno praticamente alcun impatto. Non ci si può aspettare che una struttura di sostegno costruita in quasi otto decenni evapori dall’oggi al domani.
Ma nel lungo termine il sostegno degli Stati Uniti si ridurrà. Ciò significa che Israele sarà costretto a riconsiderare la sua posizione aggressiva nella regione e arrestare i suoi piani di governare su tutta la Palestina storica.
Cosa dicono i sondaggi
I sondaggi hanno iniziato a rilevare un cambiamento nell’opinione pubblica statunitense, soprattutto tra i giovani democratici, già prima degli attacchi del 7 ottobre 2023. Ma in seguito questo cambiamento sembra aver subito una drastica accelerazione.
Un sondaggio condotto da Pew Research Center [centro di sondaggi e ricerche sociali con sede a Washington, ndt.] a marzo di quest’anno suggerisce che gli atteggiamenti negativi nei confronti di Israele sono aumentati dal 42% al 53% di tutti gli adulti statunitensi dal 2022. Il cambiamento è più pronunciato tra i democratici, dal 53% al 69% nello stesso periodo.
Ciò che è notevole di questo cambiamento è che è intergenerazionale. Tra i democratici pari e oltre ai 50 anni – persone solitamente moderate sulle questioni di politica estera – gli atteggiamenti negativi nei confronti di Israele sono aumentati dal 43% al 66%.
Anche le espressioni di simpatia sono cambiate. Secondo un sondaggio di agosto, condotto da The Economist e YouGov, il 44% dei Democratici simpatizza maggiormente per i palestinesi, rispetto al 15% per gli israeliani; tra gli Indipendenti queste percentuali sono rispettivamente del 30 e del 21%.
Lo stesso sondaggio suggerisce che una pluralità di americani ora ritiene ingiustificati i continui bombardamenti israeliani su Gaza, e circa il 78% desidera un cessate il fuoco immediato, incluso il 75% dei Repubblicani. La percentuale di intervistati che ha affermato che Israele sta commettendo un genocidio contro i palestinesi è stata del 43%; coloro che non sono d’accordo sono stati solo il 28%.
Ancora più significativo è il fatto che una notevole percentuale – il 42% – è favorevole a una diminuzione del sostegno a Israele; tra i Repubblicani questa percentuale si attesta al 24%.
Un sondaggio Harvard-Harris di luglio rivela forse la tendenza più preoccupante per i sostenitori di Israele: il 40% dei giovani americani ora è a favore di Hamas, non di Israele. Sebbene ciò rifletta probabilmente una generale simpatia per i palestinesi, mostra significative crepe nel predominio della narrativa israeliana sul “terrorismo palestinese” tra i giovani americani.
Lo stesso sondaggio ha suggerito che solo il 27% sostiene il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu: un voto di sfiducia disastroso ben lontano dall’accoglienza che ha ricevuto alla Casa Bianca e al Congresso.
Come potrebbe cambiare la politica
Mentre gli elettori più anziani – l’ultima roccaforte elettorale di Israele – lasciano il posto agli elettori più giovani, più favorevoli alla causa dei diritti dei palestinesi, la matematica della politica si sposterà verso un profondo cambiamento. La domanda non è più se gli Stati Uniti riconsidereranno il loro rapporto speciale con Israele, ma quando. Il rapporto speciale con Israele è una di quelle rare questioni per cui esiste un sostegno bipartisan. Cambiare questa situazione potrebbe richiedere molto tempo.
Naturalmente nel breve termine sono possibili alcuni cambiamenti. Se dovesse verificarsi un’improvvisa frattura tra Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump – forse anche a livello personale – quest’ultimo avrebbe i sondaggi per giustificare un allontanamento da Israele. Un netto cambiamento nell’opinione pubblica gli fornirebbe la copertura politica per dimostrare che sta ascoltando il popolo americano. Tuttavia, un cambiamento così radicale è improbabile.
È più probabile che, sotto pressione dell’opinione pubblica, i membri del Congresso inizino a cambiare opinione sulla questione Israele-Palestina. Coloro che si rifiutano ostinatamente potrebbero essere sfidati da candidati più giovani e più energici che rifiutano essere finanziati da organizzazioni filo-israeliane come l’AIPAC. [American Israel Public Affairs Committee, la principale lobby filoisraeliana negli USA, n.d.t.]
Tuttavia il cambiamento al Congresso richiederebbe molto tempo soprattutto perché incontrerebbe una forte resistenza. I gruppi di pressione filo-israeliani considerano questo un momento cruciale nella storia israelo-statunitense. Impiegheranno le loro vaste risorse per eliminare qualsiasi candidato che esprima simpatia per i palestinesi o metta in discussione il sostegno automatico a Israele.
Inoltre altre questioni, come l’economia e vari problemi sociali, continueranno a dominare l’agenda politica: la politica estera raramente influenza le elezioni statunitensi. La transizione non sarà bipartisan nel breve termine. Il sostegno repubblicano a Israele è più costante. L’establishment democratico è sottoposto a crescenti pressioni da parte della sua base sin dalla presidenza di Joe Biden. Con l’ascesa politica dei membri più giovani – come dimostra la spettacolare vittoria del candidato sindaco di New York Zohran Mamdani alle primarie democratiche – la leadership democratica sarà costretta a cambiare rotta.
Con l’elezione di un numero sempre maggiore di rappresentanti filo-palestinesi, soprattutto al Congresso, il blocco progressista crescerà e intensificherà la pressione dall’interno per un cambiamento di politica.
Questo processo, tuttavia, non sarà abbastanza rapido da migliorare immediatamente la situazione in Palestina o addirittura da fermare l’imminente pulizia etnica di Gaza. È più probabile che un miglioramento arrivi dalla pressione internazionale e dagli sviluppi sul campo piuttosto che da un cambiamento nella politica statunitense.
Tuttavia a lungo termine un minore sostegno a Israele da parte del Congresso o persino di un presidente degli Stati Uniti significherebbe che il governo israeliano dovrebbe modificare la sua posizione eccessivamente aggressiva nella regione e frenare il suo militarismo avventurista. Probabilmente sarà anche costretto a fare concessioni sulla questione palestinese. Resta da vedere se questo sarà sufficiente per creare uno Stato palestinese.
Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.
(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)


