Former hunger strikers
11 gennaio 2026 Al Jazeera
Ex scioperanti della fame provenienti da Irlanda, Palestina e dalla Baia di Guantanamo chiedono al governo del Regno Unito di intervenire immediatamente
Al Governo del Regno Unito:
Noi firmatari vi scriviamo oggi come sopravvissuti alla violenza di Stato.
Siamo un collettivo di ex scioperanti della fame provenienti da Palestina, Irlanda e dalla Baia di Guantanamo. Gli scioperi della fame finiscono solo quando il potere interviene, o quando le persone muoiono. Abbiamo imparato – con il dolore, i danni permanenti e guardando i nostri compagni cadere – come si comportano gli Stati quando i prigionieri non hanno altra scelta che rifiutare l’unico diritto loro concesso: il cibo.
Perciò scriviamo in totale solidarietà con gli scioperanti della fame detenuti oggi nelle carceri britanniche: Qesser Zuhrah, Amu Gib, Heba Muraisi, Kamran Ahmed, Teuta Hoxha, Jon Cink, Lewie Chiaramello e Muhammad Umer Khalid. Sono incarcerati in custodia cautelare, senza processo e senza condanna. Per alcuni la custodia cautelare dura da oltre un anno e nella maggior parte dei casi non saranno processati per altri due anni.
Il governo del Regno Unito ha scelto la custodia cautelare prolungata, l’isolamento e la censura. Ha scelto di limitare i contatti con i familiari, di permettere il rifiuto delle cure mediche e di usare il linguaggio del terrore in un subdolo tentativo di privare deliberatamente questi prigionieri della solidarietà pubblica e dei diritti fondamentali prima ancora che abbia luogo qualsiasi processo.
Non possiamo dimenticare ciò per cui si stanno esponendo oggi gli scioperanti della fame. Sono per la Palestina. Sono per lo smantellamento dell’infrastruttura di armi che uccide i palestinesi. Sono per la fine del regime di apartheid attuato dal governo israeliano. Sono solidali con i prigionieri palestinesi. Sono per la completa liberazione della Palestina, dal fiume al mare.
Per anni i prigionieri palestinesi all’interno delle carceri israeliane sono stati sottoposti ad abusi sistematici tra cui torture ben documentate, violenza sessuale estrema, assenza di cure mediche e morte in detenzione. Eppure il governo del Regno Unito, attraverso il suo incrollabile sostegno allo Stato israeliano, continua a scegliere di essere complice di quelle azioni. Sceglie di continuare ad armare Israele e proteggere i funzionari israeliani dall’obbligo di rispondere delle proprie scelte mentre i corpi dei palestinesi – uomini, donne e bambini – vengono violati e distrutti nelle loro strade, nelle loro case e dietro le sbarre.
I prigionieri politici di Palestine Action hanno iniziato lo sciopero della fame quando non hanno più avuto altra scelta. La decisione dello Stato di affidarsi alla categoria di “terrore” per imporre la repressione sistematica di coloro che si rifiutano di conformarsi non ha lasciato loro altre alternative nel tentativo di ottenere i diritti che spettano loro per legge.
Non si tratta di un fenomeno nuovo: l’uso della parola “terrore” è stato a lungo utilizzato per creare paura, per avvelenare la percezione pubblica, per giustificare la ripetuta violazione anche dei diritti umani più elementari. Una volta attribuita questa etichetta, i diritti diventano condizionali, la libertà diventa negoziabile e la presunzione di innocenza svanisce. Lo stato di diritto che si proclama con orgoglio di difendere viene rapidamente profanato di fronte a una sola parola, utilizzata da politici senza scrupoli determinati a proteggere i propri interessi: “terrorista”.
La messa al bando di Palestine Action non riguardava la sicurezza. Riguardava il controllo. Le ripetute e flagranti violazioni del principio sub judice [una causa sotto esame di un tribunale non può essere discussa pubblicamente per non influenzare il processo, ndt.] non miravano a convincere l’opinione pubblica che si trattasse di un’organizzazione pericolosa; rappresentavano piuttosto una condanna dei prigionieri prima del processo. Si trattava di isolarli, criminalizzare la solidarietà e lanciare un monito a chiunque possa parlare o organizzarsi contro la macchina da guerra israeliana.
Nessun processo celebrato in un clima di paura creata dallo Stato può essere considerato equo, e nessuna giuria esposta a decenni di retorica terroristica può operare senza pregiudizi. Questi prigionieri sono stati diffamati nel momento in cui l’annuncio del loro arresto ha menzionato un “collegamento al terrorismo”, nonostante un processo non abbia mai avuto luogo.
Chiediamo pertanto quanto segue:
1. Un incontro ministeriale urgente con le famiglie e i rappresentanti legali per concordare azioni che preservino la vita degli scioperanti della fame. La libertà su cauzione immediata per i prigionieri di Palestine Action (noti come Filton 24) e per tutti gli scioperanti della fame.
2. La cessazione delle accuse di terrorismo volte a criminalizzare il dissenso.
3. Condizioni di processo eque, libere da narrazioni basate sulla paura e da interferenze politiche.
4. Accesso immediato a cure mediche liberamente scelte dai prigionieri.
5. La fine della censura e delle restrizioni alle visite dei familiari.
Nel 1981 la Gran Bretagna scelse di lasciare morire gli scioperanti della fame irlandesi nel carcere di Long Kesh. Negli anni 2000 la Gran Bretagna scelse il silenzio sulla difficile situazione dei detenuti nella Baia di Guantanamo. Per decenni la Gran Bretagna, insieme ad altri governi, ha continuato a scegliere l’inazione in Palestina. Ogni volta i funzionari britannici affermavano la responsabilità essere altrove. Ogni volta la storia ha registrato la verità.
Le suffragette, nonostante fossero state alimentate forzatamente ed etichettate come terroriste, sono oggi celebrate come eroine e combattenti per la libertà. I prigionieri di Long Kesh, nonostante le diffamazioni che subirono, sono ora considerati una parte vitale della pace raggiunta con l’Accordo del Venerdì Santo. I prigionieri della Baia di Guantanamo, nonostante il trattamento disumano e il consenso pubblico alla tortura, rimasero senza processo e furono in gran parte rilasciati senza condanna.
Così come furono assolti tutti loro, la storia assolverà anche i prigionieri di Palestine Action che hanno cercato di fermare il massacro di persone innocenti, contro la volontà e gli interessi del governo britannico.
Non siamo semplici osservatori, ma testimoni dell’ingiustizia attualmente perpetrata dalle braccia dello Stato contro persone che la storia senza dubbio assolverà, come ha fatto con gli scioperanti della fame che li hanno preceduti.
Firmatari:
Shadi Zayed Saleh Odeh, Palestine
Mahmoud Radwan, Palestine
Othman Bilal, Palestine
Mahmoud Sidqi Suleiman Radwan, Palestine
Loay Odeh, Palestine
Tommy McKearney, Ireland
Laurence McKeown, Ireland
Tom McFeely, Ireland
John Nixon, Ireland
Mansoor Adayfi (GTMO441), Guantanamo
Lakhdar Boumediene, Guantanamo
Samir Naji Moqbel, Guantanamo
Moath Al-Alwi, Guantanamo
Khalid Qassim, Guantanamo
Ahmed Rabbani, Guantanamo
Sharqawi Al-Hajj, Guantanamo
Saeed Sarim, Guantanamo
Mahmoud Al Mujahid, Guantanamo
Hussein Al-Marfadi, Guantanamo
Osama Abu Kabir, Guantanamo
Abdul Halim Siddiqui, Guantanamo
Ahmed Adnan Ahjam, Guantanamo
Abdel Malik Al Rahabi, Guantanamo
Ahmed Elrashidi, Guantanamo
(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)


