
Recensione di Amedeo Rossi
Nel 2018 vinse il premio per la fiction del Nazra Festival, rassegna di corti palestinesi, Bonboné, che raccontava la storia di una coppia di palestinesi i quali, nonostante lui fosse in prigione in Israele, cercava di avere un figlio facendo uscire clandestinamente lo sperma dal carcere.
Di tale pratica, più diffusa di quanto si potrebbe pensare, parla il libro di Laura Ferrero. Il suo sguardo antropologico le consente di proporre al lettore un’analisi che va molto oltre il semplice accorgimento per risolvere un problema legato all’impossibilità di godere dell’intimità matrimoniale per procreare. La ricerca, che si basa su un approfondito apporto teorico, una ricca bibliografia e su interviste realizzate sul campo. Come scrive l’autrice nell’introduzione, “il libro intende accostare le molteplici cornici di senso necessarie per una profonda comprensione del fenomeno: la dimensione politica, quella etico-religiosa e quella intima” cercando di “riempire cornici interpretative ‘astratte’ con esperienze ‘concrete’.” In Palestina il conflitto tra popolazione autoctona e colonialismo di insediamento sionista include tre aspetti strettamente correlati: il territorio, la demografia e la narrazione. Questo libro tiene conto di tutti e tre, naturalmente con particolare attenzione al secondo, e aggiunge anche dettagli sul discorso etico che nell’islam si occupa di riproduzione assistita (non pare, segnala l’autrice, che questa pratica riguardi anche le coppie cristiane) e sui discorsi che si muovono all’interno della società palestinese, entrambi necessari per inquadrare il “contrabbando di vita”. Tutto ciò è ulteriormente arricchito dalla conoscenza del dialetto arabo locale, il cui lessico svela il contesto culturale sotteso a questa pratica.
Il primo livello, imprescindibile, è la situazione determinata dall’occupazione israeliana e più in generale dal colonialismo di insediamento. Il tentativo di occupare la “Terra Promessa” è alla radice della costruzione dello Stato israeliano e della sua progressiva espansione territoriale. Questa occupazione ha implicato fin da subito l’eliminazione della presenza dei palestinesi. Nel 1972 due giornali israeliani raccontarono che Golda Meir, all’epoca primo ministro e presidente del Partito Laburista, aveva affermato di perdere il sonno pensando alla quantità di bambini “arabi” che stavano nascendo in quel momento. A questo tentativo di cancellazione, sia fisica che simbolica, i palestinesi si oppongono in vari modi, dalla lotta armata alla resistenza non violenta, come il boicottaggio, e con il sumud, sintetizzato nello slogan “esistere è resistere”. Uno dei principali strumenti di oppressione a danno dei palestinesi è l’incarcerazione di oppositori o presunti tali e l’uso della detenzione amministrativa, una misura che consente di trattenere una persona in carcere senza un processo e senza accuse formali. Si stima che dal 1967 circa il 20% della popolazione palestinese sia stato arrestato almeno una volta nella vita. La percentuale di condanne nei tribunali militari dei territori occupati raggiunge l’iperbolica percentuale di circa il 99%. Le vittime dirette di questo sistema sono in grande maggioranza maschi, ma ciò si ripercuote anche sulle donne, in particolare sulle mogli dei condannati a lunghe pene detentive. Nel contempo, evidenzia Ferrero citando Dalla Negra, “dominazione coloniale e oppressione patriarcale sono «sistemi gerarchici di controllo e sopraffazione che si plasmano e si rinforzano a vicenda».” Così alla tradizionale centralità maschile (la maschilità, come la definisce l’autrice, concetto che indica i vari modi di essere o di voler essere maschi all’interno di un certo contesto storico-culturale) si unisce l’enfasi nazionalista, che rivendica la virilità dei maschi e il ruolo delle donne come “riproduttrici biologiche e simboliche della patria”. Una “bomba biologica”, le definì Arafat. Ferrero aggiunge, citando Joseph Massad, che a partire dalla lettura che vede il nemico sionista stuprare la terra palestinese, “la mascolinità [palestinese] si lega alla protezione della nazione-corpo femminile-terra, che richiede che si risponda alla violenza subita con un’affermazione virile di resistenza.” Questa retorica, che fa del corpo delle donne un terreno di lotta per la terra e con essa le identifica, ne oscura “i vissuti e le narrazioni, anche silenziando il loro dolore.” Nel contempo essa accentua la pressione sociale sulle donne, il cui vissuto viene subordinato all’esigenza di rimanere legate ai detenuti politici e di sostenerli nei duri anni di detenzione. “Non mettono in prigione le persone solo per impedirgli di fare attività politica,” afferma una delle donne intervistate, “ma gli impediscono di vivere, di vedere la loro famiglia, di studiare, di vivere la loro vita […] Quindi il discorso dei figli […] è un messaggio per l’occupazione che loro non possono vietarci tutto.”
Il vissuto e il dolore emergono nel libro dalle testimonianze delle mogli dei detenuti che hanno deciso di affrontare il percorso della procreazione assistita in assenza del coniuge. In esse è presente la rivendicazione di un ruolo all’interno della resistenza contro l’occupante, la consapevolezza che il personale è anche politico, ma in genere prevale una visione intima e privata della decisione di avere dei figli “a distanza”. Questa scelta non ha solo cambiato in positivo la vita delle mogli/madri, ma anche quella dei detenuti. Come dice Hanan, citando un detto locale: “Chi ha figli non muore […] È come quando pianti un albero, e trai benefici dai suoi frutti, e dai suoi frutti puoi avere altri semi, e puoi piantare ancora altri alberi.” Un beneficio che Ferrero e le sue intervistate interpretano in senso ampio: non solo affettivo o politico, ma anche per il benessere della coppia forzatamente separata e come una forma di assicurazione per la vecchiaia, in presenza di un welfare piuttosto debole.
Nella scelta di procreare ha un peso notevole la pressione della comunità, sia scoraggiando la decisione per il rischio di maldicenze e pettegolezzi, sia in senso contrario: “Per noi i discorsi della gente sono molto importanti […] Devi rispettare la società perché non puoi perdere il supporto della comunità,” afferma Souad. Tutto l’iter, dalla consegna dello sperma del detenuto per l’inseminazione, che coinvolge in prima persona i maschi delle rispettive famiglie perché certifichino “l’autenticità” dello sperma, fino al parto sono avvenimenti pubblici, come sfida all’occupazione ma anche per sfatare l’accusa che il neonato sia il frutto di una relazione extraconiugale. “[I mezzi di comunicazione] hanno rivestito un ruolo di primaria importanza non solo nella diffusione delle notizie relative alla nascita di un nuovo bambino, ma anche nel veicolare un determinato discorso simbolico e culturale […] i corridoi e le stanze dell’ospedale erano popolati da conduttori televisivi e personalità pubbliche.” In genere il figlio ha anche un effetto positivo sulla coppia: “Il nostro rapporto è diventato più bello. Lui ha visto che mi sacrifico per lui, e che lo aspetto veramente […] C’è finalmente qualcosa a cui pensare, di cui occuparsi. Non devo rivolgere il mio pensiero tutto solo e unicamente alla prigione,” afferma Rola; “I miei figli hanno restituito luce alla mia vita […] Adesso addirittura la vita di mio marito in carcere è migliorata; anche per lui è una nuova speranza,” racconta Mariam. Questi bambini hanno ridato almeno in parte la normalità alla vita di coppia nonostante le condizioni avverse dovute all’occupazione. E si comprende la ragione per cui i bambini nati dallo “sperma di contrabbando” dei detenuti vengano chiamati safir al-hurriyya, ossia “ambasciatori della libertà”, definizione che racchiude il significato politico di questa pratica e nel contempo li carica di un senso che va oltre il loro posto all’interno della famiglia di appartenenza.
In questa situazione, già di per sé complessa, ci sono altri due elementi che hanno una notevole importanza: la tecnologia riproduttiva e la questione religiosa, cui Ferrero dedica particolare attenzione. Il primo fa riferimento all’attività del centro Razan di Nablus, senza il quale non sarebbe stato possibile realizzare la fecondazione artificiale. A loro volta sia detenuti e mogli che lo stesso centro l’hanno accolta favorevolmente in quanto una serie di fatawa, di pareri, hanno considerato halal, legittima dal punto di vista religioso, la riproduzione assistita attraverso il contrabbando di sperma. Ciò risponde anche a quello che l’autrice definisce “un vero e proprio imperativo riproduttivo maschile” tipico del mondo arabo “che attribuisce alla fertilità e alla procreazione un ruolo centrale nella costruzione dell’identità maschile.”
La ricerca sul campo si è svolta dall’ottobre 2015 al febbraio 2016. Nel frattempo, soprattutto a partire dal 7 ottobre 2023, la situazione in Palestina e in particolare nelle carceri è notevolmente peggiorata. Le visite dei parenti sono state praticamente vietate e la mobilità all’interno dei territori occupati è stata ulteriormente limitata, compromettendo la possibilità dei prigionieri e delle loro mogli di accendere la “luce” portata nelle loro vite dagli “ambasciatori della libertà”.

