Caolán Magee
9 settembre 2026 – Al Jazeera
In un anno la Gran Bretagna ha importato solo 6 milioni di sterline (circa 7 milioni di euro) di prodotti registrati come palestinesi, compresi quelli delle colonie israeliane.
La Gran Bretagna ha annunciato un bando contro le importazioni di prodotti provenienti dalle colonie illegali della Cisgiordania occupata come parte di un più ampio pacchetto di misure che prendono di mira l’espansione delle colonie israeliane e l’intensificazione dei pogrom dei coloni contro i palestinesi.
In un discorso al parlamento il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha inasprito il tono rispetto ad altri governi britannici, accusando Israele di attuare una “pulizia etnica” in Palestina e confermando la storica posizione britannica secondo cui le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata sono “illegali”.
Ma, al di là del linguaggio dell’annuncio, cosa cambieranno realmente queste misure? Qual è la percentuale del commercio totale della Gran Bretagna con Israele che proviene dalle illegali colonie?
Inoltre, come faranno i funzionari a distinguere tra i beni prodotti all’interno di Israele, quelli delle colonie e quelli palestinesi dei territori occupati? E la promessa del governo di prendere di mira le imprese che traggono profitto dalle colonie potrebbe costringerlo a prendere concretamente iniziative contro imprese a cui ha concesso miliardi di sterline in contratti pubblici? Ecco quello che ne sappiamo.
Cos’ha esattamente annunciato la Gran Bretagna?
Il governo ha indicato cinque misure:
Il divieto di importazione in GB di prodotti provenienti dalle illegali colonie israeliane; iniziative sui servizi, creando nuovi poteri di segnalazione dei prodotti per prendere di mira individui e imprese che appoggiano, facilitano o traggono profitto dall’attività di colonie illegali; divieto di pubblicità o promozione di terreni o proprietà nelle colonie illegali; rafforzamento del regime di sanzioni della GB già esistenti a favore dei diritti umani globali per colpire quanti sono responsabili di gravi violazioni delle leggi umanitarie internazionali, anche in Palestina; utilizzazione di questo regime per sanzionare vari coloni estremisti che hanno appoggiato o incitato a commettere pogrom contro comunità palestinesi.
In apparenza la prima misura è semplice e stabilisce che ai beni prodotti nelle colonie israeliane non sarà più consentito l’ingresso in Gran Bretagna. Ma è decisamente più difficile comprendere quanto verrà effettivamente bloccato del flusso commerciale.
Quanto del flusso commerciale verrà effettivamente bloccato dal divieto di importazione?
In primo luogo non si tratta di un bando contro il commercio con Israele. Al contrario. La GB ha un accordo di libero commercio con Israele e queste relazioni commerciali sono destinate a continuare. Secondo i dati del governo britannico nel 2025 il commercio di beni e servizi tra i due Paesi rappresenta un totale di circa 6 miliardi di sterline (quasi 7 miliardi di euro).
Il nuovo bando si applica specificamente ai beni importati dalle colonie israeliane nei territori palestinesi occupati.
Quindi, qual è il valore di queste importazioni? Lo governo stesso riconosce che “è difficile ottenere dati affidabili sul commercio britannico” con le colonie israeliane.
Al Jazeera ha chiesto al governo inglese quanto il Regno Unito importa specificamente dalle colonie israeliane, ma al momento della pubblicazione di questo articolo non ha ancora ricevuto una risposta.
Le statistiche ufficiali sul commercio della GB fanno distinzione tra il commercio con Israele e quello con la Palestina, ma non tra beni prodotti dai palestinesi nella Cisgiordania occupata e quelli prodotti dai coloni israeliani che vivono nello stesso territorio. Circa 750.000 coloni israeliani vivono illegalmente su terra palestinese nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme est.
Ciò significa che i dati sulla Palestina non possono essere letti semplicemente come un indicatore del commercio britannico con le colonie israeliane, ma danno una qualche informazione sul livello relativamente ridotto del commercio registrato con il territorio palestinese.
Gli ultimi dati governativi, che coprono i trimestri fino alla fine di marzo 2026 collocano il commercio tra la GB e la Palestina a 40 milioni di sterline, in aumento rispetto ai 38 milioni del 2025.
Mentre la GB afferma che “prenderà iniziative” riguardo ai servizi, ciò non è esplicitamente incluso nel divieto iniziale. Ciò significa che i servizi legati alla finanza e alle assicurazioni, alla logistica, ai servizi giuridici e al turismo non verranno automaticamente vietati allo stesso modo dei prodotti materiali.
Nel contempo neppure i prodotti britannici esportati nelle colonie israeliane, che formano la maggioranza del commercio, sono stati inclusi nel bando. Ciò significa che nel corso degli ultimi 12 mesi la GB ha importato solo per un valore di 6 milioni di sterline beni registrati come provenienti dalla Palestina. In teoria, anche se ognuna di queste importazioni è arrivata dalle colonie israeliane, il bando colpirebbe non più di 6 milioni di sterline di quel traffico commerciale registrato nel corso dell’anno.
Ciò equivale solo allo 0,1% dei circa 6 miliardi di sterline (circa 7 miliardi di euro) nel commercio annuale tra GB e Israele.
Il valore dei beni delle colonie all’interno di questi 6 milioni di sterline potrebbe essere molto minore. Quei 6 milioni di sterline rappresentano prodotti che la Gran Bretagna registra come importati dalla Palestina, non beni specificamente prodotti nelle illegali colonie israeliane. Pertanto ciò può includere prodotti coltivati o fabbricati da palestinesi che vivono sotto occupazione in Cisgiordania.
Tra le più complessive categorie di beni che la Gran Bretagna importa dalla Palestina ci sono frutta e ortaggi, oli vegetali e caffè, tè e cacao, esattamente il tipo di merci agricole che possono essere prodotte da coltivatori palestinesi come da attività economiche delle colonie israeliane.
Ciò significa anche che la Gran Bretagna si prepara quindi a bandire una categoria di importazioni il cui valore attuale non può essere accuratamente quantificato. Così, se la Gran Bretagna non può misurare specificamente il flusso di prodotti delle colonie nel Paese, come potrà identificarli e bloccarli alla frontiera?
I beni delle colonie potrebbero essere semplicemente etichettati come israeliani e sfuggire al bando?
Mentre i dati dei territori palestinesi occupati includono alcuni prodotti delle colonie, c’è un’altra strada attraverso la quale beni delle colonie israeliane possono arrivare in Gran Bretagna. E, di nuovo, è molto difficile per il governo britannico tracciarli.
Un rapporto del giugno 2026 del Global Echo Litigation Center [organizzazione statunitense che persegue legalmente le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, ndt.] intitolato Importing Occupation [Importare l’occupazione] ha esaminato l’invio di prodotti freschi da Israele all’Europa e ha scoperto che i beni delle colonie sono stati sistematicamente occultati nelle catene di distribuzione.
Ciò significa che prodotti etichettati come israeliani, che di conseguenza in teoria dovrebbero essere considerati all’interno dei circa 6 miliardi di sterline dei rapporti commerciali tra GB e Israele, possono includere beni prodotti nelle colonie israeliane.
Secondo l’organizzazione la ricerca ha di fatto scoperto che circa uno ogni 6 carichi che ha esaminato conteneva prodotti delle colonie israeliane.
Beni prodotti nei territori palestinesi occupati potrebbero di conseguenza raggiungere i mercati come prodotti di Israele.
Ciò evidenzia una potenziale debolezza del sistema proposto dalla Gran Bretagna. Se i beni delle colonie sono nascosti all’interno delle catene di fornitura israeliane e presentati come israeliani, identificarli alla frontiera e applicare il divieto di importazione diventa notevolmente più difficile.
Quindi, come lo applicherà il governo britannico?
Il governo non ha ancora precisato dettagliatamente come verrà applicato il nuovo divieto di importazione. Tuttavia la Gran Bretagna applica già un sistema inteso a distinguere i beni prodotti nelle colonie israeliane da quelli prodotti all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele.
La differenza al momento è importante per le tariffe doganali. In base all’accordo commerciale tra GB e Israele prodotti qualificati come israeliani possono ottenere un trattamento doganale preferenziale, ma non quelli delle colonie israeliane nel territorio illegalmente occupato dal 1967.
Per rivendicare queste agevolazioni gli importatori devono fornire prove sull’origine. Questa documentazione deve includere il codice postale e il nome della città, villaggio o zona industriale in cui il prodotto ha ottenuto la sua certificazione d’origine.
L’HM Revenue and Customs [dipartimento responsabile della riscossione di tasse e dazi, ndt.] gestisce un elenco dettagliato di luoghi che non hanno diritto al trattamento preferenziale in base all’accordo GB-Israele, comprese colonie e zone industriali in territorio occupato.
Dal settembre 2025 è stato aggiunto un altro requisito. Gli importatori che chiedono la tariffa preferenziale per Israele devono utilizzare documenti doganali con il codice Y864, dichiarando che i beni non sono prodotti nei territori sotto l’amministrazione israeliana dal giugno 1967.
In altre parole la Gran Bretagna ha già un meccanismo per individuare dove questo bene è stato prodotto.
Ma in base alle regole esistenti la merce di una colonia può ancora entrare in Gran Bretagna, semplicemente non può ottenere il trattamento preferenziale per i beni israeliani.
Jess Stober, direttrice giuridica di Global Echo, dice ad Al Jazeera che è qui che il bando potrebbe cambiare materialmente gli incentivi per le imprese attraverso le catene di approvvigionamento.
“In base al vecchio sistema, se un importatore veniva colto in fragrante la tariffa doganale poteva essere pagata e i prodotti essere ancora venduti,” afferma. “In base al divieto nei confronti dei prodotti proibiti può essere negato l’ingresso e il traffico commerciale potrebbe dover affrontare sostanziose perdite e sanzioni economiche. Ciò fornisce a ogni partecipante agli scambi una ragione per comportarsi con la dovuta diligenza riguardo all’origine.”
E un sistema basato sul codice postale originario funziona solo se l’origine dichiarata è corretta. Se un prodotto coltivato o fabbricato in una colonia può essere accorpato, re-impacchettato o passa in altro modo attraverso un’impresa israeliana prima dell’esportazione i funzionari doganali hanno bisogno di un mezzo per stabilire dove il prodotto ha avuto effettivamente la sua origine piuttosto che semplicemente da dove è stato esportato.
Vietare ogni prodotto israeliano risolverebbe semplicemente il problema originario, non ci sarebbe più la necessità di distinguere i prodotti delle colonie da quelli importati da Israele, ma questa non è la misura che la Gran Bretagna ha annunciato. La sua più complessiva relazione commerciale con Israele continuerà.
Alla fine la Gran Bretagna sanzionerà le imprese con cui sta già facendo affari?
Tuttavia i beni materiali sono solo una parte della dichiarazione del governo. La sua promessa di creare nuovi poteri di individuazione che prendano di mira singole persone e imprese che “appoggiano, facilitano o traggono profitto” dalle attività nelle illegali colonie è potenzialmente più rilevante.
Questa formulazione solleva una domanda molto diversa. Cosa succede se l’impresa che trae profitto da attività nelle colonie ha anche un rapporto economico con il governo britannico?
Un’inchiesta di Al Jazeera pubblicata la scorsa settimana ha scoperto che più di 2 miliardi di sterline di contratti del settore pubblico britannico sono stati assegnati a 17 imprese ed enti legati alle illegali colonie israeliane.
Imprese di proprietà di Motorola Solutions, il gigante USA della tecnologia e delle comunicazioni, conta con più di 1,7 miliardi di sterline di questo totale, la stragrande maggioranza, attraverso la sua sussidiaria britannica Airwave Solutions.
Altri contratti identificati da Al Jazeera sono in possesso di imprese di proprietà di quattro importanti gruppi societari: la multinazionale tedesca di materiale edilizio Heidelberg Materials, il gruppo ingegneristico francese Agis, il produttore di treni spagnolo CAF e la multinazionale cinese Fosun.
Tutte le aziende identificate dall’inchiesta di Al Jazeera sono collegate a gruppi di imprese le cui attività riguardanti colonie israeliane, anche attraverso infrastrutture, trasporti, comunicazioni e attività commerciali.
L’ultimo annuncio del governo determina quindi una contraddizione potenzialmente imbarazzante. La Gran Bretagna afferma di aver intenzione di acquisire nuovi poteri per individuare imprese che traggono profitto dalle attività nelle illegali colonie.
Stober afferma che il governo dovrebbe valutare se le sue relazioni commerciali sono coerenti con la sua posizione sull’occupazione.
“La questione riguarda davvero la coerenza: il governo britannico ora ha espressamente accettato che l’occupazione israeliana di territori palestinesi è illegale,” sostiene Stober. “Se esso adegua la propria politica commerciale sanzionatoria a questa posizione e all’opinione consultiva di luglio 2024 della Corte Internazionale di Giustizia, dovrebbe anche prendere in esame se i suoi rapporti di appalto e aggiudicazione sono coerenti con questi obblighi.”
Quindi fino a che punto il governo intende fare uso di questi poteri? Se imprese che traggono profitto dalle attività delle colonie rientrano in questi parametri, alcune potrebbero ritrovarsi colpite dallo stesso governo con cui i loro gruppi di imprese o aziende consociate hanno importanti contratti pubblici.
Ciò potrebbe avere conseguenze ben al di là del comparativamente scarso flusso di beni dalle colonie. Per esempio, che cosa succederebbe allora al contratto del ministero degli Interni con Airwave Solutions, detenuta da Motorola Solutions, che vale 1.562 miliardi di sterline per la fornitura della rete protetta di comunicazioni utilizzata dalla polizia, dai pompieri e dal servizio di ambulanze in Inghilterra, Scozia e Galles?
La domanda principale è cosa questa individuazione significherebbe per i contratti pubblici in essere, e anche se le sanzioni potrebbero richiedere, consentire o suggerire al governo di porvi fine o rivederli.
Al Jazeera ha chiesto al governo se sta rivalutando i suoi attuali fornitori di servizi del settore pubblico rispetto ai loro rapporti con le colonie israeliane, se le imprese titolari di contratti governativi potrebbero essere sanzionate in base ai nuovi poteri e cosa succederebbe ai contratti in essere, qualora ve ne fossero.
Il governo britannico non ha risposto alla richiesta di Al Jazeera di un commento.
(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)
