Aharon Porath
6 ottobre 2026 +972 Magazine
Non potendo più contare sulle tradizionali attività di lobbying, Israele sta investendo ingenti risorse nella “guerra cognitiva”, per manipolare le risposte delle piattaforme di intelligenza artificiale
Il lancio pubblico di ChatGPT, verso la fine del 2022, ha creato sostanzialmente dall’oggi al domani una nuova autorità in materia di verità. In meno di quattro anni i chatbot basati sull’intelligenza artificiale sono diventati, per molti, un ulteriore livello di mediazione tra il mondo e la sua rappresentazione: le loro risposte vengono spesso accettate come fatti e citate per dirimere controversie.
Mentre la reputazione di Israele nell’opinione pubblica globale tocca nuovi minimi storici – sotto il peso del suo governo di estrema destra e, a partire dall’ottobre 2023, del genocidio a Gaza – il Paese ha individuato in questo settore emergente un terreno fertile per esercitare la propria influenza.
Negli ultimi anni l’apparato israeliano di hasbara ha ampliato il proprio raggio d’azione oltre gli strumenti tradizionali (portavoce ufficiali, campagne di pubbliche relazioni, inserzioni sulla stampa e sui social media), iniziando a lavorare intensamente per plasmare il modo in cui i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) – come ChatGPT, Claude, Gemini e Grok – rappresentano la realtà della regione compresa tra il fiume e il mare e riportano le azioni di Israele e del suo esercito.
A fine agosto il Guardian ha pubblicato un’inchiesta che illustra come si configuri questa forma di diplomazia pubblica nell’era dell’intelligenza artificiale. Al centro dell’indagine vi era un sito web denominato “Hanover Institute for Public Policy” – un’organizzazione americana praticamente sconosciuta, presentatasi come istituto di ricerca sulle politiche pubbliche, che nel giro di soli nove giorni ha inondato la rete di materiali sul conflitto israelo-palestinese.
Il sito sembra essere stato lanciato all’inizio di agosto, privo di un indirizzo fisico o di indicazioni sulla persona giuridica di riferimento. La mole di contenuti prodotti è stata impressionante: tra il 6 e il 14 agosto l’Hanover Institute ha pubblicato 124 “documenti di ricerca”, per un totale di oltre 560.000 parole. Solo nelle giornate del 12 e 13 agosto sono stati pubblicati 73 nuovi articoli. Nessuno di essi recava la firma di uno specifico ricercatore.
Nemmeno la scelta degli argomenti appare casuale. Quasi tutti i titoli erano formulati come domande che un utente, con l’intenzione di informarsi sulla questione israelo-palestinese, potrebbe digitare in un chatbot basato sull’intelligenza artificiale: Israele sta commettendo un genocidio a Gaza? Ha espulso i palestinesi dalle loro terre? L’antisionismo è antisemitismo? Israele sta affamando la popolazione di Gaza o commettendo crimini di guerra?
Gli articoli erano redatti secondo i canoni della ricerca accademica e includevano citazioni della Banca Mondiale, di agenzie dell’ONU, di organizzazioni per i diritti umani e di fonti palestinesi e israeliane. Tuttavia, l’impostazione dei testi mirava sistematicamente a screditare le critiche rivolte a Israele o, quantomeno, a far apparire le accuse nei suoi confronti come discutibili o prive di fondamento.
Sebbene il sito web dichiarasse inizialmente che l’istituto operava senza finanziamenti esterni, un’inchiesta del Guardian ha rivelato il suo collegamento con Piro Inc., una società di media con sede a New York che opera in subappalto per un’agenzia governativa israeliana. Il legame con l’apparato di diplomazia pubblica di Israele è emerso dai documenti depositati da Piro presso il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Tali documenti indicavano che la società distribuiva i materiali per conto di Havas Media Germany — la filiale tedesca del gruppo mediatico francese Havas — a sua volta sotto contratto con l’Agenzia Governativa Israeliana per la Promozione (LAPAM).
I documenti hanno rivelato che il sito web è stato realizzato utilizzando res.ai, un supporto online che analizza le modalità con cui i chatbot individuano le fonti e visualizzano le informazioni, mostrando al contempo alle aziende come creare contenuti che quei sistemi probabilmente riterranno attendibili e citeranno nelle loro risposte. La stessa Piro commercializza la “AI Story Optimization”, un servizio concepito per creare e pubblicare su siti esterni contenuti ottimizzati per i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM).
La logica alla base di questi servizi richiama un concetto consolidato del marketing digitale: la Search Engine Optimization (SEO) che viene però adattata a un’epoca in cui gli utenti non si rivolgono più ai motori di ricerca per approfondire un argomento, bensì ai chatbot, capaci di generare direttamente le risposte in un linguaggio colloquiale. Questo ambito emergente è noto come “generative engine optimization” (GEO).
Un’altra società che fornisce a Israele servizi di pubbliche relazioni in questo settore è Clock Tower X, un’agenzia americana di digital influence fondata da Brad Parscale, ex responsabile della campagna elettorale di Donald Trump.
Anche in questo caso l’accordo è stato mediato dal colosso francese della pubblicità e dei media Havas. (Secondo un documento depositato presso il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, Havas ha assunto Clock Tower X come subappaltatore all’interno del contratto stipulato con il Ministero degli Esteri israeliano). Clock Tower X è stata incaricata di produrre e distribuire ingenti quantità di contenuti su misura per diversi pubblici, oltre a gestire campagne volte a ottimizzare i risultati di ricerca.
Nell’aprile 2026 Axios [sito americano di informazione fondato nel 2016, ndt.] ha rivelato per la prima volta le modalità pratiche con cui Clock Tower X realizza tali disposizioni. È emerso che l’azienda di Parscale aveva creato nove siti web filo-israeliani progettati per allinearsi alle logiche con cui i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) individuano e classificano le informazioni. A tal fine Clock Tower X si è avvalsa della collaborazione di Market Brew – società specializzata in motori di ricerca e nell’ottimizzazione per l’IA – per immettere contenuti filo-israeliani in quello che Axios ha definito “il sistema circolatorio online”.
Market Brew ha persino sviluppato un sistema di IA simulato per verificare quali tipologie di testi venissero più facilmente recuperate da quei sistemi; l’analisi ha concluso che contenuti supportati da fonti e redatti con un tono oggettivo hanno maggiori probabilità di comparire nelle risposte dei chatbot.
In seguito alla denuncia di Axios, a luglio Drop Site [testata giornalistica investigativa senza scopo di lucro fondata nel 2024, ndt.] ha cercato di valutare il successo avuto da Clock Tower X nell’influenzare le risposte dell’intelligenza artificiale alle domande su Israele-Palestina. La sua indagine ha rilevato che centinaia di pagine della rete di siti web creata dall’azienda erano state acquisite da Common Crawl, un vasto archivio di pagine web ampiamente utilizzato per assemblare set di dati per il training dei LLM. Secondo Drop Site circa l’85% delle circa 900 pagine e URL della rete erano già presenti nell’archivio.
Quando i reporter di Drop Site hanno digitato domande sugli argomenti per cui i siti di advocacy erano stati progettati, le principali piattaforme di intelligenza artificiale – tra cui Perplexity, Copilot e Gemini – hanno citato nelle loro risposte i contenuti di Clock Tower X tra le fonti. In un caso, alla domanda sui benefici della cooperazione militare USA-Israele, Perplexity ha citato in cima alla lista delle sue fonti un sito web creato all’interno della campagna.
Il declino del condizionamento tradizionale
L’estensione delle iniziative di diplomazia pubblica di Israele al campo dell’intelligenza artificiale rientra in un cambiamento strategico più ampio — sostenuto da ingenti investimenti finanziari — volto a contrastare il crescente sentimento anti-israeliano a livello globale e, in particolare, negli Stati Uniti.
Per decenni Israele ha beneficiato a Washington di una peculiare infrastruttura di influenza, costruita attorno a una rete di organizzazioni interne, donatori, gruppi religiosi e alleati politici che hanno promosso il sostegno a Israele dall’interno del sistema politico statunitense: tra questi spiccano l’AIPAC [American Israel Public Affairs Committee, lobby statunitense filo-israeliana, ndt.] e organizzazioni cristiane evangeliche come Christians United for Israel (CUFI).
In uno studio approfondito pubblicato a luglio dal Quincy Institute, Nick Cleveland-Stout ha esaminato la portata dell’apparato di influenza israeliano e la sua evoluzione negli ultimi anni. Ha descritto tale sistema come una sorta di “lobby informale”: un’infrastruttura che consente a Israele di influenzare il sistema politico statunitense senza essere soggetto agli stessi obblighi di dichiarazione e trasparenza previsti per le attività di lobbying condotte da entità straniere. L’AIPAC, ad esempio, è considerata legalmente un’organizzazione statunitense e, pertanto, non è tenuta a registrarsi ai sensi del Foreign Agents Registration Act (FARA).
Negli ultimi anni, tuttavia, la possibilità di Israele di contare sull’AIPAC per mantenersi l’appoggio politico degli Stati Uniti sembra essersi indebolita. Con il calo del sostegno a Israele tra democratici ed elettori più giovani l’AIPAC è passato dall’essere una risorsa a rappresentare un peso per i candidati democratici.
Nel maggio 2026 il Washington Post ha raccontato come Ala Stanford, candidata alle primarie democratiche in Pennsylvania, sia stata costretta a difendersi dalle accuse di essere sostenuta dall’AIPAC nonostante l’organizzazione non avesse contribuito in alcun modo alla sua campagna. Un antico e indiretto legame tra l’AIPAC e un gruppo di sostegno alla Stanford è bastato al suo avversario, Chris Rabb, per sfruttare tale associazione a proprio vantaggio. Rabb ha poi vinto le primarie.
In Michigan il prezzo politico di una vicinanza all’AIPAC è emerso con chiarezza ancora maggiore. Il gruppo ha speso oltre 30 milioni di dollari per sostenere Haley Stevens alle primarie democratiche per il Senato; ciononostante, la candidata è stata sconfitta da Abdul El-Sayed, il quale aveva fatto del sostegno dell’AIPAC alla Stevens un tema centrale della propria campagna elettorale. Ad agosto il Washington Post ha riportato le parole di un attivista politico coinvolto nella corsa, secondo cui la Stevens “non aveva compreso la portata dell’ostilità nei confronti dell’AIPAC finché non è stato troppo tardi”.
Frattanto, all’interno della destra americana, la questione della guerra con l’Iran ha compromesso la reputazione dell’AIPAC tra i repubblicani. Secondo un sondaggio pubblicato dal Washington Post e da ABC News all’inizio dell’anno, il 52% degli americani ha ritenuto che Israele avesse esercitato un’influenza eccessiva sulla decisione di Trump di attaccare l’Iran. Nello stesso sondaggio il 47% degli intervistati ha affermato che gli Stati Uniti sostengono Israele in misura eccessiva, una percentuale in forte aumento rispetto al 18% registrato nel 2015.
Il mutamento nella percezione dell’AIPAC a sinistra e la progressiva erosione del sostegno a Israele a destra — un sostegno che fino a poco tempo fa appariva incrollabile — hanno creato un problema strategico per l’apparato di diplomazia pubblica israeliano. Per farvi fronte il governo israeliano ha iniziato a finanziare canali volti a raggiungere più direttamente l’opinione pubblica americana, avvalendosi di appaltatori e subappaltatori operanti nei settori dei media, del marketing, della consulenza politica, della tecnologia e nel campo degli influencer.
Tuttavia, più Israele si è direttamente impegnato nella battaglia per l’opinione pubblica statunitense, più è stato costretto a lasciare dietro di sé tracce riguardo alle modalità con cui conduceva tale battaglia.
Man mano che gran parte di questa attività operava attraverso pagamenti governativi diretti a società di pubbliche relazioni, consulenti di campagne, aziende dei media e fornitori di servizi tecnologici, una quota crescente dei tentativi di influenza è rientrata nell’ambito delle norme che impongono la trasparenza. Di conseguenza, la nuova rete ha generato una documentazione che consente di ricostruire il funzionamento dell’operazione: secondo il rapporto di Cleveland-Stout, nel 2024 e nel 2025 ben 17 nuove società si sono registrate ai sensi del FARA per promuovere gli interessi di Israele.
È proprio questa documentazione ad aver permesso al Guardian di svelare i legami tra Piro, l’Hanover Institute e l’Agenzia Governativa Israeliana per la Promozione; ad aver consentito ad Axios di individuare il contratto stipulato dal Ministero degli Esteri con Clock Tower X; e ad aver costituito la base della ricerca condotta da Cleveland-Stout per il Quincy Institute.
“Una guerra dell’informazione a tutto campo”
L’espansione delle iniziative di diplomazia pubblica di Israele ha comportato costi ingenti. Secondo lo studio di Cleveland-Stout, dal 7 ottobre 2023 il governo israeliano ha speso oltre un miliardo di dollari in attività di diplomazia pubblica a livello globale. Solo negli Stati Uniti più di 100 milioni di dollari sono stati destinati ad attività registrate ai sensi del FARA.
Le campagne volte a influenzare i sistemi di intelligenza artificiale rappresentano solo una parte di tale spesa; i fondi coprono anche attività di relazioni pubbliche e lobbying, pubblicità, campagne con influencer, iniziative sui social media, azioni di sensibilizzazione presso uditori il cui sostegno a Israele è diminuito, nonché il coinvolgimento diretto di giornalisti, esponenti religiosi e altri opinionisti. Secondo lo studio del Quincy Institute, ad esempio, nel solo 2025 il Ministero degli Esteri ha organizzato visite in Israele per circa 300 delegazioni, coinvolgendo all’incirca 6.000 partecipanti provenienti da 70 paesi.
Un significativo incremento dei fondi pubblici destinati alla diplomazia pubblica israeliana è avvenuto dopo l’insediamento di Gideon Sa’ar come Ministro degli Esteri nel novembre 2024. In virtù dell’accordo di coalizione che coinvolgeva il suo partito, la responsabilità della diplomazia pubblica internazionale è stata affidata al Ministero degli Esteri; poco dopo il governo ha approvato lo stanziamento di 545 milioni di NIS (circa 180 milioni di dollari) per “rafforzare la diplomazia pubblica riguardante Israele e le sue politiche a livello globale”. Nel piano di lavoro del governo per il 2025 l’iniziativa è stata inquadrata più esplicitamente come un tentativo di “potenziare le capacità di guerra cognitiva di Israele su scala mondiale”.
Nel giugno 2025, nel corso di un dibattito alla Knesset, Yacov Livne, vicedirettore generale del Ministero degli Esteri per la diplomazia pubblica, ha dichiarato che tali fondi — definiti “ingenti rispetto a quanto avevamo a disposizione in passato” — venivano impiegati per attuare un piano volto a “modificare la situazione diplomatica e il modo in cui il mondo ci percepisce”.
La portata dell’aumento è stata successivamente sottolineata dal direttore generale del ministero, il quale ha dichiarato che, negli anni precedenti, il budget annuale destinato alla diplomazia pubblica a livello globale ammontava a soli 25-27 milioni di NIS (8-9 milioni di dollari). Nel giro di un anno, lo stanziamento dedicato era cresciuto fino a circa venti volte il precedente.
L’afflusso di fondi pubblici verso l’apparato israeliano di diplomazia pubblica è proseguito per tutto il 2025. A dicembre la Commissione Finanze della Knesset ha approvato un ulteriore stanziamento di 150 milioni di NIS (50 milioni di dollari) a favore del Ministero degli Esteri: 90 milioni destinati a una campagna di diplomazia pubblica e 60 milioni per portare in Israele delegazioni di centinaia di influencer.
Il bilancio del 2026 ha previsto un ulteriore incremento dei fondi, in parte per finanziare campagne volte a orientare l’opinione pubblica globale oltre a delegazioni e altre iniziative di sensibilizzazione. Nel luglio 2026 il direttore generale del Ministero degli Esteri, Eden Bar Tal, indicava un budget complessivo di circa 1,2 miliardi di NIS (circa 400 milioni di dollari) per la “guerra cognitiva e la diplomazia pubblica”.
Nemmeno queste cifre ingenti rendono appieno l’entità della spesa pubblica in questo ambito. Per anni l’apparato israeliano di diplomazia pubblica è stato frammentato tra una moltitudine di enti governativi, rendendo difficile quantificare l’ammontare complessivo dei fondi pubblici destinati alla propaganda e alla cura dell’immagine.
Oltre al Ministero degli Esteri hanno contribuito a promuovere l’immagine di Israele all’estero anche la Direzione Nazionale per la Diplomazia Pubblica (presso l’Ufficio del Primo Ministro), il Ministero per gli Affari della Diaspora, l’Agenzia Governativa per la Promozione, l’Ufficio del portavoce dell’IDF, il Ministero dell’Informazione e il Ministero per gli Affari Strategici. Già nel 2012 il Revisore dei Conti dello Stato aveva segnalato le eterne controversie in merito a competenze, responsabilità e risorse, oltre a lacune informative e a una scarsa coordinazione tra i vari enti.
Tale frammentazione emerge chiaramente anche nei recenti tentativi di orientare i contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Accanto alle centinaia di milioni stanziati per il Ministero degli Esteri a sostegno delle attività di diplomazia pubblica basate sull’IA, nel febbraio 2026 il Ministero per gli Affari della Diaspora ha presentato le proprie “misure preventive”.
Una rappresentante del ministero ha descritto la creazione di decine di siti web informativi su temi quali gli eventi del 7 ottobre, l’UNRWA, i documenti di Hamas e i rapporti internazionali, oltre ad analisi volte a monitorare le risposte dei diversi modelli di intelligenza artificiale in merito a tali contenuti. Ha definito l’iniziativa una “guerra dell’informazione a tutto campo”, affermando che il ministero sta lavorando sistematicamente per influenzare i modelli di IA, contrastare quelli che ha definito “pregiudizi mediatici” e smascherare “informazioni false, inclusi i casi in cui emerge il coinvolgimento di giornalisti in attività terroristiche”.
Gli investimenti governativi nella diplomazia pubblica sono aumentati a fronte del declino della tradizionale capacità diplomatica del Ministero degli Esteri. Da oltre un decennio, i rapporti del Revisore dei Conti dello Stato, i diplomatici e i ricercatori segnalano carenze di personale, tagli al bilancio e il progressivo ridimensionamento del prestigio del corpo diplomatico professionale israeliano. Nel 2019 i vincoli di bilancio hanno costretto le ambasciate a sospendere alcune delle loro attività.
Nel luglio 2026 il direttore generale del Ministero degli Esteri Eden Bar Tal ha riconosciuto che, sebbene il dicastero si fosse tradizionalmente concentrato soprattutto su questioni politiche e diplomatiche, una decisione governativa del 2025 ne aveva mutato le priorità: “La diplomazia pubblica è il ruolo principale del Ministero degli Esteri”.
Dall’ottobre 2023 Israele ha destinato risorse sempre maggiori a quello che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha definito l’ “ottavo fronte” della guerra: orientare la percezione delle sue azioni nel contesto di una crisi d’immagine globale che continua ad aggravarsi. Tuttavia tutta la spesa pubblica e gli investimenti in tecnologie sofisticate hanno fatto ben poco per arrestare l’erosione della reputazione di Israele nel mondo.
In larga misura l’opinione pubblica israeliana vive all’interno di una bolla cognitiva che filtra ed esclude le prove della violenza incontrollata, delle continue violazioni del diritto internazionale, della discriminazione razzista, delle politiche punitive e del persistente disprezzo per le vite e le proprietà dei palestinesi. Una simile bolla non potrebbe reggersi senza un sistema educativo e dei media pienamente schierati, che tradiscono così il loro compito di critica.
Il successo in patria di questo modello potrebbe spiegare perché il governo sembri convinto di poter contrastare le critiche internazionali rimodellando la percezione della realtà, anziché modificare la realtà stessa. Ciò richiede di adattare l’apparato propagandistico agli strumenti attraverso i quali si formano tali percezioni. Se fino a qualche decennio fa questi strumenti erano le piattaforme di social media, oggi sono i chatbot basati sull’intelligenza artificiale.
Una petizione del Movimento per la Libertà di Informazione ha recentemente rivelato quanto la famiglia Netanyahu spenda per trucco e acconciatura: migliaia di shekel al mese. Si tratta di una goccia nel mare rispetto ai miliardi che lo Stato investe nelle pubbliche relazioni, ma la logica di fondo è la stessa: uno spreco di denaro pubblico nel vano tentativo di gestire le apparenze.
Tale artificio, che riguardi le facce dei Netanyahu o i crimini di Israele, non può celare la realtà. Alla fine, i fatti trovano sempre il modo di venire a galla.
Aharon Porath è giornalista e ricercatore e si occupa di economia e tecnologia dalla prospettiva dei diritti umani. Scrive per Local Call, fa parte del team di ricerca di B’Tselem e offre consulenza ad attivisti e organizzazioni per i diritti umani in materia di valute digitali.
(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)
