Israele non sta discutendo di uno Stato palestinese. Sta preparando l’espulsione

La famiglia Jabarin cacciata dal loro villaggio vicino a Betlemme carica pecore e capre sul pick up. Foto: Amira Hass

Amira Hass

01 settembre 2026 – Haaretz

La posizione di Gadi Eisenkot sullo Stato palestinese è irrilevante. In tutta Gaza, in Cisgiordania e nello stesso Israele la macchina per rendere la vita impossibile ai palestinesi è già al lavoro, ponendo le fondamenta per l’espulsione di massa

Gadi Eisenkot, il favorito nelle elezioni e capo del partito Yashar, ha una posizione sullo Stato palestinese che in definitiva è irrilevante. Ciò che oggi è in gioco non è una “soluzione diplomatica”, ma l’esistenza stessa del popolo palestinese tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo. Le forze israeliane che mirano a “cancellarlo” non hanno limiti né ritegno. I loro sostenitori sono troppo numerosi perché noi possiamo contare unicamente sulla fermezza e la resilienza di un popolo che ha già subito i piani di espulsione condotti da Israele.

Il mondo sta a guardare. La sinistra è sparuta, debole e afona a forza di pronunciare troppi allarmi. L’opposizione anti-Bibi [Natanyahu, ndt.] oscilla tra minimizzare il pericolo rimanendovi indifferente e sostenere apertamente l’espulsione. Le sporadiche condanne, ispirate più che altro da qualcosa che l’ambasciatore USA ha postato su X, sono utili quasi quanto un colabrodo sotto un acquazzone. I falangisti ebrei attaccano continuamente e dovunque, non solo a Qusra.

Il dibattito su uno Stato unico, due Stati o una federazione è più teorico che mai. Qualunque soluzione condivisa richiede anzitutto riconoscere il problema e concordare su che cosa sia. Troppi ebrei in Israele sono stati indotti a credere che il problema sia proprio la presenza su questa terra di un popolo palestinese con radici, continuità storica ed economica, risorse culturali e beni materiali, un ricco patrimonio agricolo ed un profondo amore per la patria.

La “cancellazione” è la soluzione da incubo che è scritta ogni giorno nella realtà. Le leggi della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.], le dichiarazioni dei politici, gli ordini militari, i libri di testo delle scuole e i battaglioni del sacro patrimonio immobiliare che operano a Gaza, in Cisgiordania e nel Negev agiscono tutti, insieme e separatamente, per portare avanti questa “soluzione” instancabilmente e senza temere una condanna internazionale.

La politica israeliana è diretta a rendere intollerabile la vita per i palestinesi dovunque vivano, in modo che la loro emigrazione possa essere descritta come una scelta volontaria. All’interno dello stesso Israele le autorità danno il via libera alle organizzazioni criminali arabe per armarsi ed uccidere cittadini palestinesi nelle loro case. In Cisgiordania quelle stesse autorità israeliane danno via libera ai “battaglioni di Dio” per armarsi [i coloni nazional-religiosi, ndt.], uccidere ed espellere, mentre l’esercito ufficiale prosegue i suoi raid giorno e notte. Nella devastata ed assetata Gaza il governo e l’esercito fanno crescere milizie armate di collaboratori criminali, mentre i piloti israeliani continuano a lanciare missili di vendetta e punizione che reclamano la vita di sempre più bambini. Tutte queste manifestazioni alimentate dal testosterone sono interconnesse.

Al tempo stesso Israele sta distruggendo o limitando gravemente la possibilità per i palestinesi di guadagnarsi da vivere. A Gaza tale missione è stata completata. Una popolazione di “morti viventi” che vive di aiuti, due milioni di persone che portano il peso di qualcosa come 74.000 sepolture recenti, famiglie e memorie, talenti e professioni e risparmi evaporati, è ammassata in circa 150 km2 di terra bruciata. Creatività, ricchezza di risorse e aiuto reciproco sono ridotti al minimo dalla portata della distruzione e dal divieto di Israele di ricostruzione e di ripresa.

In Cisgiordania il cappio finanziario del Ministero delle Finanze sta stringendo al collo circa tre milioni di persone e l’Autorità Palestinese. Il sistematico furto di risorse economiche è una combinazione di campagne di distruzione dell’esercito in città e campi profughi e di altri metodi utilizzati per impedire ai palestinesi di coltivare e sviluppare le loro terre: posti di blocco, divieti burocratici, recinzioni e pastori ebrei israeliani.

Dentro Israele stesso la “Giudaizzazione della Galilea e del Negev” era e resta il codice per rubare terra e risorse ai cittadini palestinesi di Israele. La discriminazione nei loro confronti in termini di stanziamenti, sussidi e posti di lavoro, accanto ai divieti di costruzione e alle demolizioni, ha sempre avuto un ruolo di primo piano nella politica ufficiale entro la Linea Verde [il confine tra Israele e i territori occupati, ndt.].

Lasciatemelo ripetere: l’esistenza stessa del popolo palestinese tra il fiume e il mare è ora in pericolo. Troppe forze attive stanno creando questo rischio: la potenza e le capacità dell’esercito di Israele; il culto del servizio militare in qualunque condizione e sotto qualunque governo; l’obbedienza come valore; le armi e gli attacchi militari come modus operandi predefinito; la normalizzazione del PTSD ( Post-Traumatic Stress Disorder, disturbo da stress post-traumatico, ndtr.) tra i soldati e dei suicidi di soldati; l’attrattiva della carriera militare e delle opportunità che offre; la lusinga di una villa a buon prezzo in una comunità esclusiva della Galilea [il nord di Israele, ndt.] o in un quartiere di coloni in Samaria [la Samaria è la parte settentrionale della Cisgiordania, ndt.]; le menzogne della propaganda ufficiale e ufficiosa; l’indifferenza all’inferno in terra che Israele ha creato nella Striscia di Gaza; la negazione di 60 anni di occupazione e di governo militare; la risposta pavloviana “Ma il 7 ottobre…”; la sinergia tra l’esercito, il governo, i rabbini e le milizie con la kippa in testa in Cisgiordania; l’apatia di fronte alla distruzione del Libano; l’indifferenza per l’occupazione di diverse parti della Siria; la normalizzazione del discorso dell’espulsione; i sistemi giudiziario e educativo contaminati da razzismo secolare e religioso; l’esercito di secondini che violenta migliaia di prigionieri palestinesi, sia a comando che per propria iniziativa.

Nel loro insieme queste e altre forze simili stanno creando l’infrastruttura materiale, ideologica e psicologica nella società ebrea israeliana per un’altra espulsione di massa di palestinesi e per quello che potrebbe accompagnarla: lo sterminio di massa.

Gli eroi delle milizie dei coloni dichiarano apertamente che l’espulsione è il loro obbiettivo. Riconoscono esplicitamente che larghi settori della società ebrea israeliana sono pronti a partecipare, attivamente o passivamente, direttamente o indirettamente alla sua realizzazione. Attraverso le loro provocazioni e crimini quotidiani, commessi alla luce del sole e resi possibili soltanto dal supporto istituzionale, i falangisti cercano continuamente di provocare un’azione palestinese di rabbia e vendetta che “abbia successo”, in modo che possa essere sfruttata come miccia che accende una nuova guerra santa.

I falangisti ebrei e le organizzazioni di destra che li sovvenzionano contano su un’ampia mobilitazione, anche da parte dei leader, elettori e sostenitori di Yashar e del partito liberal-democratico, a favore di una guerra che potrebbe già avere come slogan: “Un popolo, un esercito, una terra ripulita di arabi”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)