Ungrounding: una storia del genocidio scritta nel suolo

Eyal Weissman

Selma Dabbagh

17 luglio 2026 – The Markaz Review

Il direttore di Forensic Architecture produce una meticolosa documentazione dei meccanismi che stanno dietro al genocidio israeliano a Gaza.

Ungrounding: The Architecture of Genocide, di Eyal Weizman
Fern Press, Penguin Random House 2026 [ed. it.: Ungrounding: Architettura del genocidio, Rizzoli, Milano, 2026]



I titoli delle tre sezioni dell’ultimo libro di Eyal Weizman (“Suolo”, “Sottosuolo” e “Ungrounding”[ed. it.: Tabula Rasa, ndt.]) possono dare l’impressione che sia uno studio della terra, un resoconto geologico di un qualche genere, senza persone. Il suolo, il pianeta, la terra, i substrati, sono ospitati in Ungrounding, ma sono le persone che concentrano questi elementi e danno loro forza. Al cuore della ricerca del libro c’è la questione di come la gente modifica e nel contempo viene modificata dai propri contesti, organici e prodotti dall’uomo, nelle condizioni più estreme, cioè durante la perpetrazione di un genocidio. Il lavoro fornisce una “cartografia profonda” di Gaza, dai suoi tunnel e dalla sua topografia militarizzata al suo suolo unico, ai suoi insediamenti e alle sue barriere.

Weizman è noto soprattutto come fondatore e direttore di Forensic Architecture (FA), un’organizzazione che utilizza testimonianze in loco per condurre indagini spesso, ma non sempre, riguardo a potenziali crimini di guerra e violazioni dei diritti umani. In modo indipendente o con altri, ha pubblicato finora nove libri, molti dei quali concentrati sulla natura distruttiva dell’occupazione israeliana della Palestina e sul sistema di apartheid sotto il quale vivono i palestinesi. Questi libri includono A Civilian Occupation: the Politics of Israeli Architecture (2002); Hollow Land: Israel’s Architecture of Occupation (2007) [Architettura dell’occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele, Bruno Mondadori, Milano, 2009]; Investigative Aesthetics: Conflicts and Commons in the Aesthetics of Truth (2021).

Il termine “ungrounding” include ma va anche oltre i concetti di ecocidio e crimini ambientali. Se i responsabili rendono la terra incoltivabile e inabitabile, radere al suolo la altera deliberatamente al di là di ogni riconoscibilità: significa sfigurare militarmente la terra con l’obiettivo del disorientamento di massa. La ricerca contenuta in Ungrounding fornisce, letteralmente e figurativamente dal suolo, le prove del genocidio a cui stiamo assistendo a Gaza. Sintetizza il lavoro intrapreso negli ultimi anni dal gruppo Forensic Architecture, evidenziando l’opera del suo gruppo di collaboratori, in particolare Shourideh Molavi, Nour AbuZaid e Samaneh Moafi, e lavora su tanti livelli quanti sono i substrati. Ungrounding abbraccia millenni. Colloca il genocidio in primo piano e al centro, ma attinge a prove archeologiche, resoconti storici e documentazione della Nakba del 1948, tutto ciò preso insieme permette di sottolineare non solo come avvenga la cancellazione del genocidio, ma quanta distruzione effettivamente comporti.

Il libro è anche una storia di persone. Un racconto di quanto possa essere crudele e omicida il genere umano per un popolo indicato come “altro”, deciso a distruggerlo deliberatamente, intenzionalmente e sistematicamente, ma anche, al contrario, quanto possa essere indomito e disposto a sacrificarsi un popolo, in questo caso i palestinesi di Gaza, in situazioni di assedio, deprivazione e sottoposto a bombardamenti. L’economia, l’abilità e la diplomazia hanno determinato che la costruzione di tunnel sia un esempio calzante. Weizman è attento a sottolineare fin dall’inizio del libro come l’intento del lavoro non sia in alcun modo aiutare a svelare la collocazione o l’architettura dei tunnel, ma distruggere uno dei miti proposti dalla propaganda israeliana, per esempio quello di una vasta rete di tunnel interconnessi, che sarebbe poi stata usata per giustificare l’uccisione di massa di una popolazione rinchiusa.

La fluidità dello stile di scrittura di Weizman mi spinge ad affermare che il libro è di facile lettura: è avvincente, racconta storie, trasmette voci e cattura la personalità sia dei testimoni palestinesi che del gruppo di Forensic Architecture. Ma il contenuto, che sconvolge fin nel profondo, non è affatto facile. Chi conosce le indagini estese, dettagliate e critiche condotte da FA negli ultimi anni, soprattutto dall’inizio dell’attacco contro Gaza iniziato nell’ottobre 2023, può essere più preparato a questo tipo di informazioni rivelate.

Precedenti indagini condotte da FA includono quelle riguardanti il bombardamento dell’ospedale Ahli Baptist nel novembre 2023; il massacro di quindici paramedici a Tel el-Sultan nel marzo 2025; il complessivo uso burocraticamente imposto della mancanza di cibo come arma del genocidio iniziato nel 2023; il movimento della e l’attacco contro la Global Sumud Flotilla che ha cercato di raggiungere Gaza per fornire aiuto umanitario nel settembre 2025, nell’aprile 2026 e in precedenza; la “cartografia del genocidio” a Gaza, che il lavoro di FA delinea in generale.

Eppure pochi lettori, indipendentemente da quanto siano a conoscenza dello sterminio in una delle zone più densamente popolate al mondo, non rimarranno sbalorditi dal livello di ragionamento teorico e di passi concreti che Israele ha utilizzato con l’obiettivo di sterminare sistematicamente i palestinesi di Gaza e impossessarsi il più possibile della loro terra.

Forensic Architecture ha lavorato per produrre prove per la causa per genocidio contro Israele alla Corte Internazionale di Giustizia e Ungrounding riassume quelle prove per il lettore. Mostra in parte come l’architettura israeliana abbia lavorato insieme all’esercito per tracciare sistematicamente linee sulla sabbia e militarizzarle in modo che chiunque attraversi quelle linee viene ucciso.

Per esempio, l’esame che il libro fa del Wadi Gaza, l’“ultimo rivolo di fertilità, a sud del quale la vita delle piante svanisce nei deserti del Sinai” del Naqab [ in ebraico Negev, ndt.], e che, durante il genocidio, è diventato un’altra invisibile linea di confine, fornisce una buona sintesi di come Ungrounding prenda in considerazione i molteplici strati di spazi attraverso obiettivi e tempi. Prima del 1948 i torrenti tributari del Wadi Gaza erano popolati da contadini che “costruivano piccole dighe, canali e terrazzamenti per dirigere il ruscellamento invernale nei campi e terrazzamenti dove coltivavano piantagioni di mandorli, albicocchi, fichi e vigneti.” I contadini coltivavano anche grano e orzo.

In riferimento a fotografie del periodo del Mandato Britannico Weizman descrive come moderne strutture abitative palestinesi convivessero e a volte si fondessero con siti archeologici, con “alcune strutture, dighe e pozzi… continuamente in uso dal tempo dei romani,” rimasti utilizzabili per i palestinesi, che costruivano in mezzo ad essi “case in pietra, gruppi di tende, recinti per il bestiame e cimiteri”. Questa armonia, tuttavia, è stata distrutta con l’inizio dell’occupazione israeliana nel 1948 e nel corso del tempo non ha fatto che peggiorare.

Durante il genocidio la linea del Wadi Gaza “è diventata il primo elemento dell’architettura israeliana del genocidio, separando zone ‘vietate’ e ‘di concentramento,’ scrive Weizman.

Ora l’esercito israeliano lavora in combutta con i coloni, reclutati per il fanatismo che mettono in pratica nell’appropriazione della terra dei palestinesi. Guidano bulldozer, cancellando da Gaza ogni segno riconoscibile delle vite dei palestinesi, lavorando per “tracciare nuove strade attraverso i quartieri palestinesi, distruggendo case e fattorie con un’ampia separazione da entrambi i lati. I bulldozer hanno anche il compito di creare recinzioni fortificate.” Queste recinzioni, ci viene detto, a volte consistono in “vari edifici contigui, fatte di terreno mischiato a rovine dei quartieri distrutti.

Weizman descrive come da questa distruzione emerga un’intera architettura militare “che cresce all’interno e sostituisce gradualmente le città di Gaza dalle cui rovine sono state fatte”. Egli continua:

“AI limiti degli accampamenti i bulldozer accumulano macerie in una topografia di colline artificiali affollate di postazioni di cecchini. Altri tumuli hanno delimitato centri di detenzione in cui ufficiali dello Shin Bet interrogano detenuti palestinesi utilizzando vari metodi di tortura.”

Dal 1948 l’addestramento militare è diventato talmente incistato nel contesto e nella formazione degli architetti israeliani che è istintivo per loro impostare la costruzione di una casa con gli stessi criteri delle caserme. Le città e i kibbutz sul confine della Striscia di Gaza fanno parte di un contesto di sicurezza e gli abitanti dei kibbutz vengono addestrati a collocare mine e trappole per tenere lontano chi dovesse cercare di ritornare.

Uno dei casi di studio che più colpisce in Ungrounded è il racconto del dott. Salman Abu Sitta, che ha lavorato con FA per ricostruire la sua casa, il suo villaggio e la sua scuola a Ma’in, nei pressi di Beersheva e Gaza. Ora rimasto all’interno di Israele, il villaggio è stato sostituito, come la maggior parte delle costruzioni che circondano Gaza, da una struttura militare. Dove una volta si trovava Ma’in ora c’è la recinzione a forma pentagonale del kibbutz Nirim. “Dopo aver cancellato le tracce della loro precedente esistenza, Israele potrebbe sostenere che i palestinesi non hanno mai abitato in quei luoghi,” scrive Weizman.

L’eliminazione da una terra dell’agricoltura, del terreno coltivabile e della capacità di dare sostentamento a una popolazione è parte dell’obiettivo di affamarla, obbligandola ad andarsene o a morire. L’argomentazione di Weizman su come ciò viene fatto è convincente, ben sviluppata ed efficace, spesso sostenuta con riferimenti alle indagini di FA sui genocidi in Namibia e Guatemala.

Nell’introduzione al libro Weizman cita il filosofo Jean-François Lyotard. “Supponiamo,” scrive Lyotard in The Differend [Il dissidio] (1989), “che un terremoto distrugga non solo vite, edifici e oggetti, ma anche gli strumenti utilizzati per misurare direttamente o indirettamente i terremoti.” La negazione del genocidio, scrive Weizman, è un terremoto di quel genere: abbastanza forte da distruggere non solo l’ambiente ma anche gli strumenti pensati per misurarne le dimensioni.

E gli strumenti intesi a registrare la grandezza di un genocidio sono organizzazioni multilaterali come le Nazioni Unite, le istituzioni democratiche come la stampa libera e il diritto a protestare. La forza nella negazione di un genocidio non è mai stata così grande come oggi riguardo a Gaza. Mai le prove di esso sono state così considerevoli né, ritengo, il terremoto che distrugge l’ambiente e gli strumenti che misurano le sue dimensioni sarà così assoluto se continua ad essere negato.

Ungrounding è una testimonianza fondamentale, una storia per chi è ignaro, una metodologia per il futuro che incoraggia tutti noi a fare quello che possiamo per modificare l’attuale percorso di distruzione.

Selma Dabbagh è una scrittrice e giurista britannico-palestinese. Ha ottenuto un master alla SOAS [School of Oriental and African Studies, Scuola di Studi Orientali e Africani, prestigioso istituto universitario britannico, ndt.] e un dottorato alla Goldsmith University. Ha lavorato con organizzazioni per i diritti umani a Gerusalemme, al Cairo e a Londra. Il primo romanzo di Selma, Out of it [ed. it.: Fuori da Gaza, Il Sirente, 2019] è ambientato tra Gaza, Londra e il Golfo. La sua produzione di fiction include racconti, radiodrammi e opere sia per il palcoscenico che per lo schermo. Ha curato We Wrote in Symbols: Love and Lust by Arab Women Writers [Scriviamo con simboli: amore e desiderio da scrittrici arabe] (Saqi 2021) e nel 2025 è stata una dei giurati del premio letterario della EBRD [European Bank for Reconstruction and Development, Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, ndt.. Il premio viene organizzato in collaborazione con il British Council, ndt.]. Scrive blog su Gaza per la London Review of Books.



(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)