Herzog, Elor Azaria e NAZA: oggi Israele applaude apertamente i crimini di guerra

Dahlia Scheindlin

22 settembre 2026 – Haaretz

La grazia del presidente Herzog per Elor Azaria non sorprende nessuno di quelli che hanno visto la reazione del pubblico israeliano alle uccisioni arbitrarie extragiudiziali dei palestinesi, che continuano e che sono state documentate dal film

C’è una frase idiomatica in ebraico, “abbiamo già visto questo film”, simile a una inglese, che si può tradurre come: “ci siamo già passati”, ovvero ‘sappiamo cosa significa questa situazione’.

La frase è il modo migliore per catturare il significato della grazia a sorpresa concessa a Elor Azaria da parte del presidente Isaac Herzog alla vigilia dello Yom Kippur. Nel 2017 Azaria era stato condannato da un tribunale militare israeliano per omicidio colposo per aver giustiziato a bruciapelo un assalitore palestinese ferito, molto dopo che i soldati gli avevano già sparato neutralizzandolo completamente.

È particolarmente ironico esaminare questa grazia per un soldato che uccise un uomo ferito alla luce della furia indiscriminata in Israele contro il film “NAZA”. Da 2 settimane gli israeliani esprimono commenti infuocati, minacciando di morte e invocando la revoca, fatto senza precedenti, della cittadinanza per i registi del documentario che ha rivelato i presunti crimini di guerra dell’esercito israeliano a Gaza.

Eppure dinanzi a un altro tipo di immagini di quello che si dovrebbe considerare un crimine di guerra gli israeliani non hanno mai insinuato che l’incidente fosse una menzogna, una montatura o una calunnia del sangue, come nel caso delle implacabili accuse contro “NAZA.”

Non è stato assolutamente smentito quello che Azaria aveva fatto, solo un sostegno entusiasta durato non i 25 minuti dell’applauso a “NAZA” al Festival del Cinema di Venezia ma 10 anni, un crescendo finito con la grazia presidenziale.

Un eroe israeliano

Dopo tutto è stato un film a scatenare le polemiche su Azaria. Le immagini furono riprese durante gli scontri del marzo 2016 da un volontario del centro israeliano per i diritti umani B’Tselem. Due palestinesi, fra cui il ventunenne Abdel Fattah al-Sharif, avevano accoltellato un soldato dell’esercito israeliano a un posto di blocco militare a Hebron. Altri soldati aprirono velocemente il fuoco, uccidendo un assalitore e ferendo al-Sharif. 

Egli quindi giacque a terra immobilizzato per 11 lunghi minuti, mentre il video mostra i soldati gironzolare e le ambulanze che arrivano. I più ignorarono il suo corpo supino e immobile fino a quando uno dei soldati, poi identificato come Elor Azaria, gli si avvicina con calma e gli spara alla testa. Gli altri sembrano quasi non accorgersene.

Da subito Azaria diventò o un assassino o un eroe, a seconda dell’opinione politica. Per lo Stato israeliano è un soldato sospettato di aver commesso un atto criminale. Nel 2017 Azaria che aveva offerto numerose false dichiarazioni in sua difesa fu giudicato da un tribunale militare e condannato per omicidio colposo. Il vero motivo fu poi rivelato, citando le sue stesse parole, dalla testimonianza di un suo commilitone: aveva semplicemente pensato che all’aggressore non si doveva permettere di vivere. Fu una uccisione extragiudiziale arbitraria, se mai ce n’è stata una.

Dapprima la controversia sembrò spaccare la leadership politica e militare, ma dall’inizio non ci furono dubbi su quale parte avrebbe prevalso. L’allora ministro della Difesa Moshe (Bogie) Ya’alon criticò duramente le azioni del soldato, attirandosi un’intensa reazione politica negativa dai massimi livelli, incluso il primo ministro Benjamin Netanyahu. Sullo sfondo di quello che Ya’alon aveva definito “difficili controversie morali e professionali con il primo ministro, vari altri ministri e alcuni parlamentari della Knesset,” Ya’alon si dimise due mesi dopo l’episodio.

Netanyahu, sempre una banderuola, all’inizio rilasciò blande dichiarazioni sulla necessità di proteggere i valori dell’IDF, ma è passato rapidamente ad esprimere un aperto sostegno a favore del soldato. Il giorno in cui Azaria fu condannato Netanyahu annunciò il suo favore alla grazia: forse non un caso che un sondaggio di Channel 2 (oggi Channel 12) lo stesso giorno rivelò che i due terzi degli israeliani ne erano a favore. Ma verso la fine dell’anno anche l’allora ministro della Difesa, Avigdor Lieberman, che aveva sostituito Ya’alon, chiese la grazia all’allora Presidente Reuven Rivlin.

Il tribunale militare aveva condannato Azaria a 18 mesi di carcere, l’allora Capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot li ridusse a 14 e poi alla fine fu rilasciato dopo appena 9 mesi. Ad oggi non ha espresso alcun rimorso per le proprie azioni e perciò l’IDF ha raccomandato, ultimamente a luglio, che non fosse graziato.

Commentatori israeliani come Amira Hass, editorialista di Haaretz, avevano osservato nel 2017 che era stato unicamente il video ad aver portato l’episodio alla ribalta. Numerose azioni simili che non erano state filmate dimostrano una evidente pratica di sparare per uccidere ogni responsabile, o anche solo sospettato, e anche prima che lui o lei abbiano perpetrato l’atto.

Scioccante ma non sorprendente

Come le cose cambiano. A luglio 2025, un altro video agghiacciante ha documentato un altro assassinio a bruciapelo. Il colono cisgiordano Yinon Levi invase il villaggio palestinese di Umm al-Khair, vicino a Hebron, e semplicemente occupò della terra di proprietà privata per pavimentare una strada. Mentre gli abitanti si avvicinavano per cacciarlo Awdah Hathaleen riprese i fatti da circa 20 metri di distanza, secondo i rapporti. Levi estrasse una pistola e gli sparò contro.

La macchina da presa di Hathaleen immortalò la faccia, gli occhi e la canna della pistola prima di morire. Quella volta pochi israeliani notarono o si interessarono; Levi fu incriminato un anno dopo per aver sparato a Hathaleen, divenendo solo il secondo colono dal 2019 ad essere accusato per l’uccisione di un palestinese, secondo il resoconto del New York Times e del gruppo israeliano per i diritti umani Yesh Din. Nel database di B’Tselem io ho contato 52 palestinesi uccisi da civili israeliani in Cisgiordania dal 2019 all’aprile di quest’anno, e da allora le agenzie dell’ONU hanno registrato altri omicidi di palestinesi da parte di coloni.

In altre parole essere graziati dal presidente di Israele è scioccante ma non sorprende. A chiunque sia ciononostante rimasto scioccato che l’avesse fatto Herzog, un politico laburista di lunga data, è stato rapidamente ricordato nel corso di questi ultimi giorni che è una cosa di famiglia.

Nel 1986 suo padre Chaim Herzog, sesto presidente israeliano, approvò un’insolita grazia preventiva per gli agenti dello Shin Bet che non solo avevano ucciso i palestinesi dirottatori di un autobus dopo che erano stati catturati e legati, ma che parteciparono a un elaborato depistaggio in cui gli agenti incastrarono altri soldati israeliani, mentendo senza vergogna alle autorità investigative. 

Herzog concesse loro la grazia persino prima che il processo cominciasse, così come graziò o commutò le sentenze dopo la loro condanna di civili terroristi ebrei durante il suo mandato. Nell’incidente del Bus 300, la Corte Suprema appoggiò le grazie preventive per gli agenti dello Shin Bet, in modo tale che non subirono neppure il processo.

La presente grazia per Elor Azaria è l’ultima prova che la società israeliana è da tempo non solo diventata assuefatta ma anche solidale con i crimini contro i palestinesi. Due giorni fa un palestinese ha ucciso un colono israeliano alla vigilia dello Yom Kippur presso una sorgente in Cisgiordania. Al suo funerale Yossi Dagan, il leader dei coloni, capo del consiglio regionale della ‘Samaria’, ha chiesto di “prosciugare l’intera palude, non solo di dare la caccia alle zanzare.” Il linguaggio usato a proposito di ammazzare tutte le zanzare era stato usato da Bezalel Smotrich già nel 2018, quando l’ho notato per la prima volta. 

Dagan ha continuato invocando una vasta operazione militare contro i palestinesi della Cisgiordania. Quando ciò succederà, avremo altri film “NAZA” sui danni collaterali che sembrano tutt’altro che accidentali, e altra indifferenza, accuse di mentire o assoluto sostegno.

Io mi sono trattenuta dal parlare di “NAZA,” dato che, come molti israeliani, non l’ho visto. Per oltre una settimana il fatto che il film non fosse stato distribuito in Israele, persino per visioni private di giornalisti, mi ha irritata. La reazione di Israele è stata feroce, ma è anche ingiusto che non sia stata data l’occasione al pubblico di vederlo e reagire in modo sostanziale.

Poi mi sono resa conto che non abbiamo bisogno di un nuovo e misterioso documentario per sapere come gli israeliani reagiranno ai film sui crimini di guerra che il nostro Paese sta commettendo. Ne abbiamo già in abbondanza.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)