Ricardo Esteves Ribeiro
18 ottobre 2026 – Mondoweiss
Israele arresta gli osservatori internazionali per un semplice motivo: impedirci di documentare il suo progetto di pulizia etnica in Palestina
Essere arrestato dallo Stato sionista è sempre non è mai stato al di fuori della sfera del possibile- Come giornalista che riferisce dalla Palestina, la consideravo una eventualità tanto probabile che prevedibile e per anni mi sono sforzato di garantire che, quando fosse accaduto, sarei stato preparato. Soprattutto volevo mettere a rischio il meno possibile i palestinesi.
Ho fatto il corrispondente dalla Palestina per circa 10 anni. La prima volta che ci sono andato, nel 2017, la paura di ricevere il divieto d’ingresso mi ha spinto a cancellare tutti i contatti palestinesi dal mio telefono, e tutti gli appunti sui miei notebook. E’ stata una perdita di tempo. Quando sono arrivato all’aeroporto, quando tornando sono passato dai controlli di sicurezza e ad ogni checkpoint in Cisgiordania, mi hanno fatto a malapena un paio di domande. Negli anni seguenti ho pubblicato servizi giornalistici e articoli di opinione, ho coltivato amicizie e rilasciato interviste alla stampa. Non era più possibile, anche se lo avessi voluto, nascondere la mia solidarietà con la resistenza del popolo palestinese al progetto coloniale sionista. Chiunque poteva constatarlo semplicemente digitando il mio nome in un motore di ricerca online. Eppure ogni volta che ci sono andato ho continuato ad entrare e uscire senza che mi fossero poste molte domande.
Ma negli ultimi cinque anni tutto si è esasperato, non solo a Gaza con l’intensificarsi del genocidio, ma anche in Cisgiordania: attacchi dei coloni, espansione degli insediamenti, militarizzazione delle colonie, checkpoint all’ingresso dei villaggi, uccisioni, detenzioni amministrative, torture nelle carceri. Anche la strategia di deportazione rivolta ai visitatori internazionali nel territorio è peggiorata. Soprattutto negli ultimi tre anni decine e decine di volontari e giornalisti di altri Paesi sono stati arrestati dall’esercito sionista e espulsi dalla Palestina. La settimana scorsa è toccato a me.
La mattina è iniziata presto giovedì 8 ottobre. Insieme ad altri quattro compagni portoghesi ho lasciato Ramallah alle 6 per andare al villaggio di Rantis, cercando di evitare i tanti checkpoint creati in modo arbitrario per chiudere le strade in tutta la Cisgiordania. Ci sono volute quasi due ore per percorrere 25 miglia (40 km.), attraversando due checkpoint militari lungo la strada. Quando siamo arrivati al nostro punto di incontro un gruppo di 23 persone – soprattutto palestinesi insieme ad alcuni israeliani anti-sionisti (o di lingua ebraica, come alcuni si identificano con deliberato ripudio dell’identità israeliana) – si è diretto ad un uliveto con circa 700 ulivi, a quanto dice un membro della famiglia che li ha piantati. L’uliveto era così vicino a una delle colonie che dal 2023 la famiglia non ha potuto raccogliere le olive. Ogni volta che ci provavano, venivano attaccati dai soldati o dai coloni.
Questa volta le cose sono andate diversamente. Per tutta la mattina abbiamo raccolto molti chili di olive da decine di alberi. Anche se dovevamo guardare verso la cima della collina ogni cinque minuti per assicurarci che non stessero arrivando soldati o coloni, non ci sono stati segnali di pericolo per più di quattro ore. Già solo questo era sorprendente. Nei circa 10 giorni che ho trascorso a raccogliere olive l’anno scorso ce ne è stato solo uno in cui il nostro gruppo non è stato attaccato da soldati o coloni. Secondo le Nazioni Unite tra il 1^ ottobre e il 10 novembre dello scorso anno ci sono stati più di 160 attacchi di coloni in quasi 100 città e villaggi. Più di 150 palestinesi sono stati feriti. Tutto è cambiato alle 12,35. Ho scritto sul mio notebook: “Un drone sta passando sulle nostre teste. Le persone si fermano un momento e guardano in alto, ma tornano subito a raccogliere le olive.” La mia esperienza nella raccolta di olive nel 2025 mi aveva insegnato che cosa sarebbe successo: circa mezz’ora dopo un veicolo militare è arrivato vicino al luogo dove stavamo raccogliendo. Poco dopo tre soldati con passamontagna o sciarpe ci si sono avvicinati e ci hanno comunicato che non potevamo stare lì. Il palestinese proprietario dell’uliveto si è rifiutato di andarsene, quello era il suo uliveto. I soldati sono andati via e si sono fermati un po’ più in là, con in mano i cellulari come se stessero aspettando ordini dai loro superiori. Alle 14,03 ho scritto il mio ultimo appunto: “Sta arrivando un altro veicolo militare.”
Ciò che è accaduto dopo si è svolto in un istante: sei soldati armati di fucili col volto coperto si sono avvicinati al gruppo con atteggiamento intimidatorio, costringendo tutti ad andarsene. Non c’è stata alcuna resistenza. Tutti hanno deciso di lasciare l’uliveto e si sono diretti verso il centro del villaggio. Era una lunga camminata, forse un miglio e un quarto (quasi 2 km.) su una strada sterrata. I soldati ci hanno scortati coi loro veicoli militari finché hanno deciso di scendere e correre verso uno dei nostri compagni portoghesi, Fred. Aveva documentato sul suo telefono le azioni dei soldati sionisti, come avevano fatto quasi tutti gli altri (alcuni dei filmati che ha registrato nelle settimane precedenti possono essere visti sulla pagina Instagram di ‘Estorias da Palestina’). Fred è stato immediatamente isolato e arrestato senza alcuna spiegazione formale.
“Tutti voi siete un pericolo per i miei…amici. Perciò fate un passo indietro”, ha detto una delle soldatesse, che poi si è presentata come Dana. Aveva 23 anni. Era la persona più vecchia di tutto il gruppo. Ci sono volute mille domande prima che finalmente ci fosse data una ragione dell’arresto: “Questa è una zona militare”, ha detto alla fine. Abbiamo chiesto una documentazione che provasse che l’area fosse stata ufficialmente designata zona militare e che la nostra presenza là fosse stata vietata. Niente. Ma è irrilevante che i soldati forniscano prove: arrivare nel posto dove i palestinesi stanno raccogliendo olive e dichiararlo sui due piedi zona militare proibita è assolutamente normale in Cisgiordania. L’ho visto accadere più di una decina di volte. E’ probabilmente la tattica militare più comunemente usata per impedire ai palestinesi l’accesso alla loro terra.
Ho continuato a fare il mio lavoro: documentare. Poi, quando è arrivato un altro veicolo militare, i soldati hanno deciso che volevano arrestare anche me. Ho mostrato loro le mie credenziali di giornalista e ho spiegato che stavo lavorando, ma nulla di ciò gli importava. Sono stato portato da Fred, ammanettato, ed entrambi siamo stati fatti salire sul mezzo militare. Siamo stati trattenuti per più di due giorni, trasferiti da una base militare a una stazione di polizia fino a- una prigione usata per detenere immigrati, prima di essere deportati in Portogallo sabato.
Piuttosto che descrivere le condizioni della nostra detenzione – che erano fin dall’inizio incomparabili alla brutalità subita dai palestinesi in carcere – penso che ciò che conta adesso sia riflettere sul perché noi, e tanti altri visitatori internazionali negli ultimi anni, siamo stati arrestati.
Si potrebbe pensare che la ragione della mia detenzione fosse semplicemente il fatto che ero stato trovato in quella che l’esercito sosteneva essere una zona militare interdetta, la prima giustificazione fornita a Rantis. Si potrebbe pensare che la ragione fosse in realtà collegata al mio presunto “sostegno e favoreggiamento del sostegno ad organizzazioni terroristiche”, l’accusa sollevata contro di me quando sono stato interrogato per parecchie ore da un inquirente dello Stato sionista. O forse aveva a che fare con il tipo di giornalismo che avevo esercitato e con le opinioni che avevo pubblicato nel corso degli anni. Durante l’interrogatorio mi è stato mostrato un dossier datato a fine 2025 contenente decine e decine di immagini raccolte a partire da ottobre 2023. C’erano citazioni dagli articoli che avevo scritto, interviste che avevo rilasciato, descrizioni del mio lavoro e tantissimi post tratti dal mio account personale Instagram.
Ma nessuna di queste è la ragione del nostro arresto. Queste sono semplicemente narrazioni che lo Stato sionista inventa per cercare di legittimare l’arresto, la detenzione e l’espulsione. La ragione è molto più semplice: lo Stato sionista ci ha arrestati per impedire ad osservatori internazionali di testimoniare e raccontare il progetto di pulizia etnica che si dispiega in Cisgiordania, in modo che possa continuare a perpetrare il genocidio del popolo palestinese nell’ombra.
E’ assolutamente possibile che questo articolo, come quelli che ho pubblicato precedentemente, venga letto dai coloni sionisti. Non abbiamo paura di voi. Al contrario, questi arresti chiariscono una cosa: il regime coloniale che ha occupato la Palestina per più di 100 anni ha moltissima paura delle persone che vanno in Palestina per fare solo una cosa: stare accanto al popolo palestinese, raccogliere le olive, accompagnare i pastori quando portano al pascolo le loro capre e pecore, stare svegli di notte per controllare i coloni, avere telefoni e telecamere per documentare gli attacchi quotidiani e soprattutto tornare a casa per raccontare al mondo quello che hanno visto.
Il fatto che lo Stato sionista si senta costretto a devolvere così tante risorse a questa strategia la dice lunga sulla sua debolezza e sull’importanza di avere persone sul terreno che hanno il privilegio di avere passaporti europei e il colore della pelle convenzionalmente definito bianco.
Perciò vi è solo una risposta: ritornare, ritornare e ritornare ancora. Facciamo in modo che l’arresto di due persone ne porti altre decine in Cisgiordania. La raccolta delle olive è appena cominciata.
Ricardo Esteves Ribeiro
Ricardo Esteves Ribeiro è un giornalista che vive tra il nord del Portogallo e la Galizia. Scrive sull’occupazione della Palestina e sulla resistenza popolare dal 2017. E’ co-fondatore di Fumaca, un podcast di giornalismo d’inchiesta portoghese.
(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)
