Dan Steinbock
27 novembre 2025 – Palestine Chronicle
La distruzione israeliana ha trasformato Gaza in una zona di morte inabitabile. Questo è il risultato di decenni di ecocidio deliberato e degli sforzi intenzionali dell’Occidente per minare le leggi sul genocidio e sull’ecocidio.
Il passo finale del più complessivo probabile genocidio è l’ecocidio, cioè la distruzione intenzionale di un ambiente atto a consentire la vita umana.
In cambio l’ecocidio è in diretto rapporto con la decimazione della riproduzione della cultura che Raphael Lemkin, il pioniere della Convenzione sul Genocidio, ha associato al concetto di “genocidio culturale”.
Gaza è un caso da manuale.
Il lungo tentativo giuridico di eliminare l’ecocidio
In “The Obliteration Doctrine” [La Dottrina dell’Eliminazione] dimostro nei minimi dettagli come Lemkin dovette scendere a compromessi riguardo alla sua idea. Mentre ottenne un forte appoggio dai Paesi del Sud Globale, le ex-potenze coloniali, guidate da Stati Uniti e Gran Bretagna, minarono il tentativo di Lemkin. Di conseguenza l’attuale Convenzione sul Genocidio non è che il torso mutilato dell’idea originaria.
Da quando alla Conferenza dell’ONU sullo Sviluppo Umano del 1972 Olof Palme, il primo ministro svedese, accusò gli Stati Uniti di ecocidio, la guerra è stata spesso vista, insieme all’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali e ai disastri industriali, come la causa principale dell’ecocidio.
Nel diritto ambientale l’ecocidio (dal Greco antico oikos, ‘casa’, e dal latino caedere, ‘uccidere’) definisce la distruzione dell’ambiente da parte degli esseri umani. Spesso è stato associato con il genocidio. In effetti alla fine degli anni ’90 l’ecocidio in tempo di pace avrebbe dovuto essere incluso nello Statuto di Roma [da cui è nata la Corte Penale Internazionale, ndt.].
Tuttavia è stato cancellato a causa delle obiezioni di Regno Unito, Francia e Stati Uniti, cioè dalle ex-potenze coloniali. Tale censura non avrebbe sorpreso Lemkin, che sapeva bene che queste potenze non volevano pagare per i propri crimini nella Corte Mondiale. Comunque in seguito a ciò lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale non contempla il reato di ecocidio in tempo di pace, ma solo in tempo di guerra.
Appena qualche mese prima del 7 ottobre 2023 il Gruppo di Esperti Indipendenti per la Definizione Giuridica di Ecocidio lo ha definito come “azioni illegali e ingiustificate commesse con la consapevolezza che ci sia una sostanziale probabilità di un danno grave e su ampia scala o a lungo termine provocato all’ambiente da queste azioni.”
Il pluridecennale ecocidio a Gaza
Molto prima del 7 ottobre 2023 per trent’anni, in parallelo con i colloqui di pace di Madrid e Oslo, la Striscia di Gaza era stata progressivamente isolata dalla Cisgiordania e dal mondo esterno in generale, essendo nel contempo sottoposta a ripetuti attacchi militari israeliani.
In termini di danni ambientali il deterioramento è peggiorato dal 2014, quando la distruzione con i bulldozer di terreni agricoli ed edificabili da parte dell’esercito israeliano nei pressi del confine orientale di Gaza è stata accompagnata dall’irrorazione aerea senza preavviso con erbicidi per distruggere le coltivazioni. Queste pratiche illegali non solo hanno distrutto intere aree di terreni in precedenza coltivabili lungo la barriera di confine, ma anche orti e aree agricole per centinaia di metri all’interno del territorio palestinese, provocando la perdita di mezzi di sussistenza per gli agricoltori di Gaza.
Da un punto di vista storico questo massiccio bombardamento ha riportato ai primi giorni della Guerra Fredda, quando gli Stati Uniti sganciarono bombe su dighe della Corea del Nord per inondare i campi e provocare una carestia tra i civili. Per rendere ancora peggiori questi stessi effetti, sul terreno vennero attaccati sistemi di irrigazione. La differenza è che a Gaza l’ampiezza geografica della distruzione è stata decisamente più ridotta che in Corea, ma la decimazione è stata molto più efficace, intensa e letale.
Violenza colonialista e guerra ambientale
Fin dall’inizio la “Guerra ambientale a Gaza” è stata segnata dalla violenza colonialista. È stata fin dalla fine degli anni ’40 una parte intrinseca dell’espulsione dei palestinesi e dell’occupazione israeliana. Oltretutto la devastazione è fondamentale per la Dottrina della Distruzione dell’esercito israeliano, iniziata in Libano negli anni 2000 e perfezionata a Gaza negli anni 2023-25. In questo senso la Nakba [espulsione dei palestinesi dalle loro terre iniziata nel 1947-49, ndt.] ha anche una dimensione ambientale meno nota, “la completa trasformazione del contesto, del clima, del suolo, la perdita dell’ambiente, della vegetazione e dei cieli indigeni. La Nakba è un processo di vulnerabilità al cambiamento climatico imposta dai colonizzatori.”
Anche alla vigilia del 7 ottobre gli analisti della Banca Mondiale hanno avvertito che, in Cisgiordania e a Gaza, fattori di fragilità, intralci allo sviluppo e vulnerabilità al cambiamento climatico erano strettamente interconnessi in seguito a decenni di frammentazione della terra, di restrizioni al movimento di persone e beni, di ricorrenti episodi di conflitti violenti, di persistente incertezza politica e delle politiche e di mancanza di sovranità su risorse naturali fondamentali.
Come l’effetto finale della Guerra di Gaza, danni generalizzati alle aree urbane per l’uso di ordigni esplosivi hanno avuto come conseguenza un impatto diretto sui servizi idrici e milioni di tonnellate di macerie, rifiuti tossici e la distruzione di terreni agricoli. Ciò ha portato a focolai di malattie trasmissibili dalle pessime condizioni di acqua, situazione sanitaria e igiene, insieme al rischio di esposizione a una vasta gamma di ulteriori materiali pericolosi e al collasso del controllo ambientale.
La zona di morte
Pertanto tutto ciò, il danno alle infrastrutture idriche e la distruzione urbana su vasta scala, insieme al sistema sanitario gravemente compromesso, ha posto una minaccia di lungo termine sia alla salute pubblica che alle condizioni di vita.
Il futuro che attendeva i palestinesi alla fine delle ostilità era una Gaza trasformata in una “inabitabile zona di guerra e di morte.”
Alla fine dell’aprile 2024 la distruzione di Gaza da parte di Israele aveva già creato 37 milioni di tonnellate di macerie. Ciò rappresenta una media di 300 kg di detriti per m2 di terra nella Striscia di Gaza. Peggio: in molti di questi mucchi e cumuli di rovine e di edifici in macerie c’erano bombe inesplose, e ci sarebbero voluti 15 anni di intenso lavoro per spostarle, presupponendo di avere a disposizione 100 camion al giorno.
Considerando il fatto che in media circa il 10% degli ordigni sganciati non esplode, si sarebbe dovuto garantire per anni un gran numero di gruppi di sminamento. Più continua la guerra più tempo di vorrà per terminare il lavoro di sgombero.
Durante i primi due mesi dell’attacco israeliano contro Gaza le emissioni da lì previste erano superiori alle emissioni annuali di 20 singoli Paesi e territori.
Anzi, le emissioni totali sono aumentate fino a più di quelle di oltre 33 singoli Paesi e territori, se si includono le infrastrutture belliche costruite sia da Israele che da Hamas, come la rete di tunnel di Hamas e la barriera protettiva israeliana o “Iron Wall”. In quest’ottica i costi in anidride carbonica della ricostruzione di Gaza si riveleranno enormi.
Ricostruire emissioni
In effetti la ricostruzione di Gaza darà come risultato un dato di emissioni annuali totali superiore a quello di oltre 130 Paesi, portandole allo stesso livello di quelle della Nuova Zelanda.
La stragrande maggioranza delle 281.000 tonnellate di anidride carbonica (CO2) generate nei primi due mesi di ostilità può essere ricondotta ai bombardamenti aerei e all’invasione di terra di Gaza da parte di Israele.
Circa metà delle emissioni totali di anidride carbonica è derivata dagli aerei cargo statunitensi che hanno trasportato forniture militari a Israele. Per contro i razzi sparati da Hamas in Israele nello stesso periodo hanno provocato 713 tonnellate di CO2, equivalenti a 300 tonnellate di carbone. Non c’è stata alcuna simmetria tra le due macchine belliche.
La brutale offensiva iniziale di Hamas è stata surclassata dalla distruzione da parte di Israele di quella che una volta era Gaza. Peggio ancora, queste stime sono molto prudenti perché basate solo su due mesi di guerra, che a giugno 2024 era già durata tre volte di più.
Cosa più importante, l’effettivo impatto ambientale dell’anidride carbonica potrebbe dimostrarsi da cinque a otto volte superiore se si includono le emissioni dell’intera catena di approvvigionamento della guerra.
Oltretutto quello che è successo a Gaza non si limiterà a Gaza. Neppure chi ne è colpevole potrà evitare di avvelenare sé stesso.
Ripercussioni dell’ecocidio
Il costo totale per la ricostruzione di Gaza è stimato in decine di miliardi di dollari per decenni, e alcune proiezioni raggiungono addirittura i 70 miliardi.
La distruzione di Gaza ha inflitto danni ambientali gravissimi e potenzialmente irreversibili, compresi il generale inquinamento di acqua, suolo e aria con sostanze tossiche, il collasso di infrastrutture fondamentali e massicce emissioni di anidride carbonica.
Gli effetti di questa catastrofe ambientale probabilmente replicheranno quelli di precedenti conflitti che hanno comportato estese distruzioni ambientali, come ad esempio l’uso dell’agente orange da parte degli USA in Vietnam, che in un modo o nell’altro probabilmente verranno patiti dai cittadini israeliani negli anni o decenni a venire.
Nel futuro prevedibile questo impatto fondamentale su Israele potrebbe includere crisi della sanità pubblica, inquinamento delle acque, effetti agricoli ed economici negativi, un crescente contributo al cambiamento climatico, per non parlare delle preoccupazioni per la sicurezza derivanti dalla deliberata creazione a Gaza di un ambiente inabitabile.
Come hanno già messo in guardia un decennio fa alcune organizzazioni ambientaliste israeliane, le acque reflue non trattate da Gaza che scorrono nel Mediterraneo sono una bomba a orologeria. In seguito alla devastazione di Gaza, la distruzione degli impianti di trattamento delle acque di scarico crea un significativo rischio di malattie infettive, persino il colera, che potrebbero diffondersi lungo la costa. In più, il potenziale inquinamento con acqua di mare, metalli pesanti e prodotti chimici degli acquiferi costieri condivisi pone una minaccia a lungo termine alle riserve di acqua dolce di Israele.
La scomoda verità è che l’inquinamento dell’acqua, come l’ecocidio, non conosce frontiere.
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Autore di The Fall of Israel (La Caduta di Israele] (2024) e di The Obliteration Doctrine [la Dottrina della Distruzione] (2025) il dottor Dan Steinbock è il fondatore di Difference Group e ha lavorato presso l’India, China and America Institute (US), lo Shanghai Institute for International Studies (China) e l’ EU Center (Singapore).
(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)


