Joseph Massad
19 ottobre 2026 – Middle East Eye
Nonostante le obiezioni al paragone anche da parte di alcuni critici di Israele, il movimento fu fondato sullo spossessamento palestinese e la supremazia ebraica
Il 4 ottobre 2026 il Green Party di Inghilterra e Galles ha ufficialmente approvato una mozione intitolata “Il sionismo è razzismo”. Sono subito seguite le condanne da gruppi filoisraeliani che hanno definito antisemita la decisione politica.
Tuttavia equiparare il sionismo al razzismo non è un’affermazione nuova. Nel 1975 L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione in cui si definiva il sionismo una forma di razzismo che nel 1991, alle soglie della dissoluzione dell’Unione Sovietica, gli USA insistettero perché venisse cancellata. Molti Paesi che l’avevano votata ribaltarono la propria posizione per allinearsi con le direttive statunitensi.
Forse ancora più peculiare è che obiezioni che alla definizione del sionismo come razzista siano arrivate anche dai critici di Israele. Anche questa non è una novità.
Noam Chomsky, da tempo critico di Israele, fu scioccato da quella che aveva etichettato la “famigerata” risoluzione ONU del 1975, che aveva condannato “per la profonda ipocrisia, data la natura degli Stati che l’avevano appoggiata (inclusi gli Stati Arabi), e (probabilmente) perché si riferisce al sionismo come tale, e non alle politiche dello Stato di Israele, ma, se limitata a queste politiche, la risoluzione non può essere criticata come scorretta”.
È tuttavia poco chiaro se per Chomsky anche gli Stati filoisraeliani che si sono opposti alla risoluzione si meritino la condanna per il loro supporto al razzismo sionista.
Oggi Norman Finkelstein si colloca fra i critici di Israele che si sono opposti alla mozione dei Verdi. Invocando la sua ossessione per “la precisione del linguaggio”, ha sorprendentemente affermato che “sionismo è un termine nebuloso “.
Alcuni critici sostengono che condannare come razzista il sionismo, un’ideologia e un movimento politico, è astratto e privo di significato, mentre condannare lo Stato di Israele identifica il razzismo nella forma concreta delle sue istituzioni, leggi e pratiche.
Mentre ciò potrebbe essere vero in parte, ci sono molte ideologie che sono bollate senza riserve come razziste, inclusi i nazionalismi e i suprematismi bianchi, per non menzionare tutto l’assortimento di nazionalismi, specialmente della varietà europea.
Se questa è l’obiezione principale non è chiaro perché alcuni di questi critici abbiano avuto una reazione così viscerale da descrivere il sionismo, e il movimento politico che porta il suo nome, come razzista. La letteratura del movimento, le sue politiche e i pronunciamenti dei suoi leader offrono ampie prove di tale razzismo. Sicuramente niente di tutto ciò è in discussione per uno come Chomsky o i suoi seguaci di minor calibro.
Origini coloniali
La parola “sionismo” fu coniata nel 1890 da Nathan Birnbaum (1864-1937), giornalista austriaco ebreo la cui famiglia proveniva dalla Galizia, regione della Polonia annessa dall’Austria nel 1772. Egli fondò il gruppo Zion, Unione di Società austriache per la colonizzazione di Palestina e Siria.
Birnbaum in seguito appoggiò Theodor Herzl, che aveva fondato l’Organizzazione Sionista nel 1897, per poi distaccarsi da lui nel 1898 e propugnare un’autonomia nazional-culturale per gli ebrei della diaspora. Abbandonò poi del tutto il sionismo nel 1900 e divenne un sostenitore dello yiddish. Alla fine diventò un leader dell’organizzazione religiosa non sionista Agudas Yisrael.
Ripercorrere la genesi del termine chiarisce che, contrariamente ad alcuni dei suoi più testardi, ma ignoranti, difensori, il sionismo è sempre stata un’ideologia e un movimento colonialista. Al centro del progetto c’è sempre stata la colonizzazione della Palestina da parte di ebrei europei.
Sin dall’inizio Herzl e i suoi seguaci pensavano che fosse necessaria l’espulsione degli autoctoni palestinesi che essi consideravano inferiori agli ebrei e un ostacolo alla sua realizzazione. I pochi esempi della storia del movimento che seguono dovrebbero essere sufficienti.
Herzl insisteva che i coloni ebrei dovessero “cercare di spedire la popolazione [autoctona] povera oltre il confine procurando loro un lavoro nei Paesi di transito, negando qualsiasi impiego nel nostro Paese “.
All’inizio del Ventesimo secolo ci sono state piccole varianti, come l’organizzazione Territorialista del razzista inglese Israel Zangwill, che voleva una patria ebraica al di fuori della Palestina. Anche questo era razzismo. Nel 1905 Zangwill stesso invocò l’espulsione dei palestinesi.
Nel 1930 Chaim Weizmann, che guidava l’Organizzazione Sionista, respinse le richieste palestinesi per l’autodeterminazione mentre la sosteneva per il mondo ebraico. Il movimento non era ancora riuscito ad espellere i palestinesi.
Egli scrisse a un funzionario britannico che “i diritti che sono stati riconosciuti al popolo ebraico in Palestina [dal Mandato britannico] non dipendono dal consenso e non possono essere soggetti alla volontà della maggioranza dei suoi attuali abitanti “.
Citando la presunta “unicità” del “legame” degli ebrei con la Palestina, egli sottolineò che quando l’Inghilterra aveva promesso una patria nazionale ebraica “non era stato chiesto l’assenso degli arabi palestinesi “. Egli insistette che l’autodeterminazione araba altrove, come in Iraq, precludeva a richieste palestinesi in Palestina in conflitto con le aspirazioni coloniali ebraiche.
Gerarchia razziale
Per Weizmann i palestinesi inferiori non potevano “essere considerati in possesso del Paese nel senso in cui gli abitanti dell’Iraq o dell’Egitto possiedono i loro rispettivi Paesi “. Concedere loro autodeterminazione, autogoverno o un’assemblea legislativa, egli sostenne, “richiederebbe assegnare il Paese ai suoi attuali abitanti” e annullare la Dichiarazione di Balfour “in modo subdolo “.
Tuttavia, In un’altra occasione, egli sostenne che “per quanto possibile vorremmo risparmiare agli arabi le sofferenze che ogni razza arretrata ha subìto all’arrivo di un’altra nazione più avanzata”.
Quando i palestinesi si ribellarono ai loro colonizzatori Weizmann la definì una lotta fra “le forze della civiltà e costruzione ” e “le forze della distruzione”, definendola “la vecchia guerra del deserto contro la civiltà ” e promettendo: “non ci fermeranno “.
Nel 1938 David Ben-Gurion dichiarò: “Io sostengo il trasferimento forzato [degli autoctoni palestinesi]. Non ci vedo nulla di immorale.” La sua affermazione rifletteva la politica dell’Agenzia ebraica, che nel novembre del 1937 aveva istituito il suo primo “Comitato per il Trasferimento della Popolazione ” per espellere i palestinesi [giudicati] inferiori.
Negli anni ‘70 Abba Eban, ministro degli Esteri israeliano, senza usare mezzi termini disse che “l’autodeterminazione israeliana dovrebbe avere la precedenza morale e storica sull’autodeterminazione palestinese, sebbene non la escluda interamente”.
Persino quando sosteneva la supremazia ebraica il movimento stava cambiando il modo in cui descriveva sé stesso. Già negli anni Trenta, con la crescita dell’anticolonialismo globale e la grande rivolta anticoloniale palestinese in Palestina, i coloni ebrei in Palestina e l’Organizzazione Sionista iniziarono a riconoscere il peso di descriversi come coloni.
Essi cercarono di cambiare il lessico del progetto, quello che oggi si chiamerebbe rebranding, sebbene per gli anni a venire continuassero a usare esplicitamente termini coloniali.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale i sionisti cercarono di sfruttare la crescente decolonizzazione e l’importanza sempre maggiore della “autodeterminazione” sostenendo che il loro movimento razzista di insediamento coloniale era, in realtà, un movimento per l’”autodeterminazione” del popolo ebraico.
Questa era una strana riconfigurazione. Né gli scritti di Herzl, né i congressi dell’Organizzazione Sionista, né i discorsi della sua delegazione alla Conferenza di Pace di Parigi dopo che in seguito alla Prima Guerra Mondiale avevano invocato l’”autodeterminazione” come principio alla base del progetto.
Il termine era anche assente dalla Dichiarazione Balfour del 1917, dal Mandato per la Palestina della Società delle Nazioni del 1922, che garantiva la colonizzazione ebraica, e dal piano di Partizione dell’Onu del 1947.
Rivendicare i diritti
Né la Dichiarazione Balfour né il Mandato della Società delle Nazioni per la Palestina riconoscevano il diritto degli ebrei a fondare uno Stato in Palestina. Gli inglesi e la Società delle Nazioni riconoscevano solo la discutibile idea della “connessione storica del popolo ebraico con la Palestina” come base per sostenere il loro cosiddetto “ritorno”.
Il Piano di Partizione proponeva uno Stato arabo e uno ebraico come “soluzione” del “problema della Palestina”, senza proclamare un inerente diritto ebraico alla statalità.
Nel maggio 1948, 58 anni dopo la creazione del termine “sionismo”, il movimento invocava tale diritto per la prima volta nella sua ”Dichiarazione della fondazione dello Stato of Israele”, diffondendo la totale invenzione che “questo diritto era stato riconosciuto” dalla Dichiarazione Balfour, riaffermato nel Mandato e riconosciuto dal Piano di Partizione. Nessuno l’aveva fatto.
Continui tentativi per riformulare in provetta il sionismo come “movimento di liberazione nazionale” del popolo ebraico, invece che di un progetto coloniale come si era sempre orgogliosamente proclamato, furono resi popolari alla metà degli anni ’60 da Albert Memmi, sionista tunisino antipalestinese che sorprendentemente si era appropriato del linguaggio dei colonizzati.
In anni recenti Michael Walzer ha anacronisticamente affermato che la fondazione del colonialismo di insediamento ebraico significa che “oggi l’autodeterminazione ebraica, impossibile per almeno duemila anni, è un fatto accettato “.
Queste affermazioni presentano il colonialismo di insediamento di Israele come “anticolonialismo”.
Non sorprende che i crociati cristiani in Palestina usassero gli stessi argomenti. Joshua Prawer, storico sionista israeliano, spiega che le Crociate sono state presentate in modo simile non come “un movimento di imperialismo o colonizzazione, dato che, dalla prospettiva cristiana, erano un atto di decolonizzazione“.
Il razzismo è sempre stato la base del movimento sionista. Come avrebbe altrimenti potuto giustificare il suo progetto di sottrarre la terra ai palestinesi? Israele e l’Organizzazione Sionista non hanno mai vacillato nel loro impegno per razzializzare la supremazia ebraica.
Perché allora alcuni critici di Israele protestano per il paragone fra sionismo e razzismo? Come ho dimostrato, non c’è niente di “nebuloso” nella dedizione del sionismo al razzismo, che sia un’ideologia o un movimento politico.
I suoi sostenitori continuano a diffondere la loro opinione del diritto unico di Israele di essere razzista pur rimanendo uno Stato esclusivamente ebraico con leggi e istituzioni razziste. Essi attaccano chiunque metta in dubbio tale diritto come antisemita.
Pur restando dichiaratamente e apertamente razzista in parole e atti, Israele e il movimento sionista rifiutano solo, e comprensibilmente dalla loro prospettiva, di essere descritti come tali. Perché tutti i critici di Israele debbano cercare di scagionare Israele e questo movimento opponendosi alla descrizione accurata e precisa, storica e attuale, del sionismo come razzismo resta un mistero.
Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.
Joseph Massad è professore di politiche moderne e storia intellettuale del mondo arabo alla Columbia University, New York. È autore di molti libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri ricordiamo: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la costruzione dell’identità nazionale in Giordania]; Desiring Arabs [La sessualità degli arabi]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e i palestinesi], e più recentemente Islam in Liberalism [L’Islam nel pensiero liberale]. I suoi libri sono stati tradotti in decine di lingue.
(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)
