Demolizione di un altro quartiere di Gerusalemme Est mentre il mondo sta a guardare

Fkri Abu Diab con il figlio davanti alla sua casa demolita

Peter Oborne

23 ottobre 2026 Middle East Eye

 Israele si sta impossessando di zone residenziali della Gerusalemme Est occupata: fra le centinaia di persone cacciate da al-Bustan ci sono Fakhri Abu Diab e la sua famiglia

Giù per un sentiero, scavalcata una montagna di detriti, una ventina di persone ben vestite, tutti diplomatici, stanno aspettando. Mi unisco a loro per fare un giro intorno ad al-Bustan, un quartiere palestinese della Gerusalemme Est occupata destinato alla demolizione.

Molte case sono già state demolite. Bustan (“il frutteto”) sta per diventare un parcheggio e una zona ricreativa per i coloni, ma non per gli abitanti palestinesi che allora non ci saranno più.

Avanziamo a fatica fra le rovine di quella che era una casa. Nel giardino c’è una roulotte dove incontriamo il proprietario Fakhri Abu Diab, accanto a lui sua moglie Ameena e i loro cinque figli.

I diplomatici scalpicciano. Fakhri e Ameena, sui sessant’anni, sono sempre vissuti a Bustan. Fakhri è presidente della locale commissione di residenti, ma non risiederà più qui per molto.

La loro casa provvisoria è destinata alla demolizione entro 21 giorni dal 4 ottobre quando un nuovo ordine di demolizione è stato appeso al cancello. Dopo non sanno dove andranno.

“Ogni volta che sento bulldozer o altre macchine la mia reazione automatica è che vengano per noi,” ha detto Fakhri a Middle East Eye. 

Riplasmare la demografia

Davanti alla porta ci sono delle valigie: Fakhri spiega che qualche volta i bulldozer arrivano senza avvertire e spesso non danno il tempo di raccogliere gli effetti personali. 

Il Comune di Gerusalemme dà ai palestinesi l’opportunità di “auto-demolire”. Fakhri spiega che “se non lo fai, il Comune lo fa per te e poi ti manda il conto”.

Fakhri dice di aver pagato 43.000 shekels (12.400 euro circa) quando hanno distrutto casa sua.

Un paio di diplomatici guardano i propri telefonini. 

Circa 1550 palestinesi vivevano a Bustan, situato al fondo di una vallata, a poca distanza a sud ovest dalla moschea di Al-Aqsa. È stato distrutto per far posto a un massiccio progetto per riplasmare la demografia della Gerusalemme Est occupata. 

Secondo una dichiarazione di B’Tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani, queste demolizioni sono “la chiara manifestazione di una politica israeliana mirante a manipolare l’equilibrio demografico e a ‘giudaizzare’ il quartiere sfruttando leggi discriminatorie”. 

L’organizzazione aggiunge: “Queste misure sono studiate per espandere la presenza israeliana e controllare uno dei punti più sensibili, politicamente e religiosamente, nella regione, contribuendo alla più ampia pulizia etnica che al momento si sta realizzando in tutta la Cisgiordania.”

Nel frattempo Fakhri fa un disperato appello ai diplomatici: “Chiediamo al mondo di far pressione su Israele che non demoliscano le case rimaste. Abbiamo il diritto di vivere pacificamente e in sicurezza nelle nostre case. La comunità internazionale sta permettendo a Israele di porsi al di sopra del diritto internazionale. Perché avete paura di Israele anche quando sta agendo contro il diritto internazionale?”

Egli dice che casa sua è stata demolita nel 2024, il giorno di san Valentino, un mese dopo la visita ufficiale a Bustan da parte di Andrew Miller, allora vice segretario aggiunto degli Stati Uniti per gli affari israelo-palestinesi.

“Perché incontrare dei diplomatici quando subito dopo le nostre case vengono demolite?” si chiede Fakhri.

Dormiamo in macchina

Fakhri dice che sono andati a trovarlo anche tre delegati provenienti da Paesi che producono i bulldozer usati per distruggere le case palestinesi. “Questi macchinari erano stati costruiti per far avanzare la civiltà, non per demolirla,” dice. 

Non molti diplomatici prendono appunti, molti vengono dall’Europa, alcuni sembrano annoiati, ma uno svizzero sembra veramente interessato. 

“Cosa potete fare per aiutarci?” implora Fakhri. “Abbiamo perso la speranza. Vorremmo vedere un aiuto da parte della comunità internazionale. Non ci è permesso di avere un’identità o uno stato. Vorremmo vedere azioni, non solo parole.”

Aggiunge un avvertimento: “Noi non sappiamo come i nostri giovani reagiranno.”

Fakhri descrive una recente visita: “Soldati armati con passamontagna neri sono arrivati alle 3 di notte e mi hanno puntato una pistola alla testa. Mi hanno portato via per interrogarmi.”

In un’altra occasione hanno rotto gli occhiali di Ameena. Era così spaventata che “ha stretto così forte le mascelle da rompersi i denti”.

Non c’erano diplomatici inglesi, la settimana prima Israele li aveva espulsi quasi tutti dal consolato britannico come rappresaglia per l’annuncio dei britannici di applicare sanzioni alle colonie cisgiordane.

Questo cambiamento di politica è arrivato troppo tardi per salvare Al-Bustan e comunque, in ogni caso, non si applica qui.

Sono il Comune di Gerusalemme e il governo israeliano, non il terrorismo dei coloni israeliani, a condurre la pulizia etnica dei palestinesi nei quartieri di Gerusalemme Est.

Ir Amim, l’organizzazione non-profit israeliana, mostra in una sconvolgente relazione pubblicata ieri: “Espulsione: l’architettura statale di spossessamento”, come praticamente tutti gli organi governativi israeliani siano coinvolti per sfollare a forza i gerosolimitani.

In altre parole, i palestinesi sono ancora totalmente abbandonati, anche dopo l’euforia del cambiamento delle politiche britanniche.

Fakhri ci accompagna fuori, oltre le rovine di quella che era la sua casa. Alla nostra destra c’è un parco giochi, anch’esso destinato alla distruzione. A sinistra c’è un campo da calcio. Idem. 

Sarà tutto distrutto: proprietà, luoghi di svago pubblici, comunità, famiglie, vite, speranze. 

Chiedo a Fakhri dove andrà la gente. “Noi non lo sappiamo. Adesso qualcuno sta dormendo in macchina.”

Saliamo alcuni gradini e entriamo nel soggiorno di un’altra casa. Appartiene a Imad Badran, 56 anni, non vedente, che si sta opponendosi in tribunale al suo ordine di demolizione.

“Sono disabile,” dice. “Vivo con mia moglie, anche lei disabile, e nostro figlio, la cui casa è già stata demolita. Nella mia situazione, sono cieco, come faccio a cercar casa? Anche se ci fosse un posto dove andare come potrei permettermi i 6-7.000 shekels (quasi 2 mila euro ndt.) al mese?

“Non vogliamo queste demolizioni,” aggiunge. “Se lo faranno finirò in strada.” 

Preghiere ignorate

Badran dice di aver spiegato tutto a un impiegato del Comune di Gerusalemme che gli ha risposto: “Non è un mio problema.”

Uno dei diplomatici è intervenuto: “È importante ascoltare le vostre voci e le vostre parole.” 

La nostra tappa successiva è da un’anziana la cui casa è stata demolita lo scorso mese, ma quando siamo arrivati non c’era. Ci avevano spiegato che ci avrebbe aspettati fuori. 

Era la prima volta che tornava a quella che era stata la sua casa, ma il figlio aveva mandato un messaggio a Fakhri per dire che vederla l’aveva troppo sconvolta, non riusciva a parlare e se ne era già andata. 

L’attenzione è concentrata sull’ondata di pogrom dei coloni in tutta la Cisgiordania occupata. Pochi giorni dopo la nostra visita un convoglio di diplomatici europei è stato circondato e preso di mira da una sassaiola da parte dei coloni.

Questi spossessamenti in tutta la Gerusalemme Est occupata fanno parte dello stesso programma di pulizia etnica.

Fakhri ha poi detto a MEE che molte persone famose sono venute a Bustan per ascoltare la sua storia: l’ex presidente USA Jimmy Carter, Mary Robinson, ex presidente dell’Irlanda, Hady Amr, ex rappresentante speciale statunitense per gli Affari palestinesi e Tom Fletcher, sottosegretario Usa per gli Affari umanitari. Anche Navi Pillay, la giurista sudafricana a cui è stato recentemente conferito il Premio Nobel per la Pace, è venuta in visita.

Tutti hanno ascoltato e testimoniato, senza risultati. Se il Comune di Gerusalemme l’avrà vinta Bustan, fino a poco tempo fa una fiorente comunità palestinese, diventerà un parcheggio.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengo all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di MEE.

Il nuovo libro di Peter Oborne Complicit: Britain’s Role in the Destruction of Gaza, è stato recentemente pubblicato da Or Books. Oborne ha vinto nel 2022 e 2017 il premio per la miglior colonna/blog ed è anche stato nominato freelancer dell’anno nel 2016 ai Drum Online Media Awards per gli articoli scritti per Middle East Eye. È anche stato nominato editorialista dell’anno per il 2013 ai British Press Awards. Si è dimesso da editorialista capo del Daily Telegraph nel 2015. La sua più recente pubblicazione: The Fate of Abraham: Why the West is Wrong about Islam, è uscita a maggio presso Simon & Schuster. Fra i suoi libri precedenti: The Triumph of the Political Class, The Rise of Political Lying, Why the West is Wrong about Nuclear Iran e The Assault on Truth: Boris Johnson, Donald Trump and the Emergence of a New Moral Barbarism.

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)